sabato, Ottobre 24

Gli Stati Uniti cambiano strategia in Asia orientale? L'obamiano 'pivot to Asia' sembra ormai messo da parte in favore di nuovi progetti

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Nel 2011, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton firmava un articolo per ‘Foreign Policy‘ in cui si spiegava l’essenza profonda dellalogica del Pacifico su cui si sarebbe basata la politica estera statunitense nei prossimi decenni. Si trattava, né più né meno, di mettere nero su bianco la strategia del pivot to Asia‘ elaborata dall’Amministrazione Obama, che trovava nell’accordo di libero scambio con i Paesi asiatici ed americani (Trans-Pacific Partnership, o Tpp) e nel trasferimento dell’apparato militare Usa dall’Europa alla regione del Mar Cinese meridionale, i suoi punti cardine.

Se il Tpp è stato affossato prima dal Congresso e poi dall’amministrazione Trump, il potenziamento della macchina bellica Usa in Asia orientale prosegue incontrastato, con il dislocamento permanente di navi da guerra nelle acque internazionali che corrono dal Golfo Persico all’Indonesia e l’installazione/potenziamento di basi militari in Thailandia, Australia, Singapore ed altri Paesi areali.

Come spiega il professor Alfred McCoy: «a partire dal 2011, l’Us Air Force e la Cia hanno accerchiato il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe Gbu-30 e un raggio di 1.150 miglia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno alla cosiddetta ‘isola-mondo’, da Sigonella in Sicilia a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono ha stanziato 10 miliardi di dollari, costruendo tra l’altro una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di 100 miglia e di sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, nonché di motori efficienti in grado di sostenere ben 35 ore di volo continuo, con un’autonomia di quasi 9.000 miglia».

Gli Usa hanno tentato di integrare nella strategia di accerchiamento della Cina anche il Laos, dove la stessa Clinton si recò nell’ambito di una ‘storica visita’ organizzata per commemorare i terribili bombardamenti statunitensi effettuati sul Paese all’epoca della guerra del Vietnam.

L’obiettivo era quello di costituire un blocco economico e geopolitico in Asia sud-orientale per bloccare l’ascesa cinese e puntellare il predominio di Washington. In questo sforzo titanico rientra anche il tentativo di portare dalla propria parte le nazioni aderenti all’Association of South-East Asian Nations (Asean), anche a costo di minare la stabilità dei governi che tendevano a preferire la collaborazione con Pechino. L’insediamento di Ong come il National Endowment for Democracy (Ned) in Stati come Myanmar, Thailandia e Malaysia risulta perfettamente funzionale allo scopo, in specie a fronte dell’inaspettata politica filo-cinese condotta dalla vecchia alleata di Washington Aung San Suu Kyi e del colpo di Stato a danno di Yingluck Shinawatra, la leader thailandese che godeva del forte sostegno degli Usa. In Cambogia, d’altro canto, l’esecutivo di Hun Sen ha minato il piano per l’ascesa al potere del suo oppositore Kem Sokha attraverso lo scioglimento del locale  Partito di Salvezza Nazionale, appoggiato a sua volta dagli Stati Uniti.

Secondo l’esperto Tony Cartalucci, «la componente finale della politica del ‘perno’ in Asia era data dal la proliferazione del terrorismo connesso in vario modo ad alcuni dei più stretti alleati di Washington in Medio Oriente. Ciò include l’attentato perpetrato nel 2015 a Bangkok da terroristi turchi e l’improvvisa apparizione e diffusione del cosiddetto ‘Stato islamico’ nelle Filippine del vulcanico Rodrigo Duterte. L’arrivo e l’occupazione della città filippina meridionale di Marawi da parte dell’Isis risulta particolarmente funzionale alla politica estera degli Stati Uniti, poiché avvenuta subito dopo le critiche mosse dal governo di Manila nei confronti del tentativo degli Usa di accreditarsi come mediatori nelle varie dispute territoriali sulle isole del Mar Cinese meridionale e delle reiterate ingerenze di Washington negli affari interni delle Filippine. Duterte aveva anche richiesto la rimozione completa delle forze militari statunitensi dal proprio territorio. L’arrivo dell’Isis ha quindi offerto agli Usa un pretesto valido non solo per mantenere le proprie truppe nelle Filippine, ma anche per consolidare la propria presenza nel Paese».

Più recentemente, l’amministrazione Trump ha patrocinato il cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue (Quad), un’iniziativa che si propone di gettare le basi per la formazione di un’alleanza geopolitica tra Stati Uniti, India, Australia e Giappone. Il progetto segna il fallimento della strategia del ‘pivot to Asia’, perché comporta la ricalibrazione degli sforzi diplomatici verso i limiti estremi della regione dell’Asia/Pacifico. Il ‘South China Morning Post’ si è domandato, a questo proposito, se il Quad costituisca un «primo passo verso una Nato asiatica» attraverso la quale Washington conta di ‘contenere’ la Cina e separarla da alcuni dei suoi più importanti partner commerciali, alcuni dei quali pienamente coinvolti nella realizzazione del progetto della Nuova Via della Seta e nell’Asia Infrastructure Investment Bank (Aiib). Il che renderebbe il piano geopolitico degli Stati Uniti difficilmente attuabile, perché comporta che alcune delle più ricche nazioni dell’Asia orientale e dell’Oceania tronchino i rapporti con quello che va accreditandosi ogni giorno di più come il loro principale cliente economico.

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