giovedì, Agosto 13

Gli Houthis e la caduta del regime yemenita Gli Houthis dello Yemen hanno ottenuto ciò che i rivoluzionari non hanno raggiunto: deporre gli ultimi retaggi del vecchio regime

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Dopo decenni di oppressione e, dobbiamo ammetterlo, contro ogni previsione, gli Houthis dello Yemen hanno ottenuto ciò che i rivoluzionari non hanno raggiunto: deporre gli ultimi retaggi del vecchio regime. Questa, che prima era una fazione ribelle del Sa’ada del nord, un gruppo nato come reazione alla repressione statale motivata dalla setta nel 1994, dal 2011 è riuscita a reinventarsi come forza della gente per la gente.

È stata spesso descritta come il vessillo della delusione yemenita per aver trasmesso le richieste della popolazione contro la coalizione di governo; dando a coloro che pensavano di non avere voce in capitolo un mezzo per esprimere la propria rabbia e la propria frustrazione, questa domenica gli Houthis hanno riscosso la propria vittoria contro la tirannia. Con il generale Ali Mohsen Al Ahmar presuntamente in fuga, e l’annuncio delle dimissioni del primo ministro Mohammed Salem Basindwa, una delle pedine di Al Ahmar, l’impero politico di Al Islah si è sgretolato.

Se il 2011 è ricordato come la Primavera Araba, settembre del 2014 potrebbe presto essere ricordato come l’emancipazione politica dello Yemen. Colpiti ma non affondati, gli yemeniti si sono sollevati, determinati stavolta a non farsi più incatenare o zittire dai propri leader. Quando questa domenica il presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi ha annunciato alla televisione di Stato di aver finalmente mediato un accordo con gli Houthis, gli yemeniti hanno capito che la coalizione di governo aveva finalmente capitolato in favore di Abdel-Malek Al Houthi.

Questa fazione dello Yemen del nord, gli emarginati della politica yemenita, grazie a un’assoluta costanza contro l’opposizione politica e militare, è riuscita a rovesciare i presunti inattaccabili dello Yemen: gli Islahi. Al Islah, la piovra politica del Paese, è una fazione che riunisce vari sottogruppi politici come i Fratelli Musulmani e i Salafi, e che era al potere dal 1994. Quando la prima ondata rivoluzionaria si scatenò nello Yemen, il Paese era ormai quasi letteralmente governato da due famiglie: i Saleh e gli Al Ahmar.

È proprio sotto il potere di Al Ahmar che gli yemeniti hanno avuto il coraggio di sollevarsi in protesta contro il presidente Saleh, chiedendo le sue dimissioni invece di riforme politiche come avevano richiesto in un primo tempo. Col senno di poi, è evidente che l’appoggio di Al Islah alla Primavera Araba era una manovra per ottenere un controllo assoluto delle istituzioni e trasformare il paese in una repubblica da operetta. Dopo aver provato il sapore amaro del potere Salafi, gli Houthis, che avevano riposto le proprie speranze nelle rivolte del 2011, hanno capito che, per liberare lo Yemen dalla politica radicale islamica, qualcuno avrebbe dovuto sfidare Al Islah e lavorare per distruggere la sua base. È così che è iniziata la marcia degli Houthis.

Quando Abdel-Malek Al Houthi sfidò Al Islah, chiedendo al presidente Hadi di compiere il proprio dovere verso la nazione instituendo regole popolari invece di coccolare la Casa di Al Ahmar, si sono viste le prime fratture, che hanno messo in luce l’ampiezza della frammentazione tribale e politica del Paese. Il castello di carte che era ormai lo Yemen è stato messo a nudo dagli Houthis. Mentre Abdel-Malek Al Houthi faceva domande e punzecchiava, i giochi di potere politici e le manipolazioni venivano resi pubblici, svelando menzogne statali, tradimenti e delusioni.

Mano a mano che gli Houthis guadagnavano popolarità, muovendosi lungo le montagne yemenite e spingendosi sempre più a sud contro le tribù e i seguaci militari di Al Ahmar, ottenendo vittorie strategiche contro gli stessi uomini che avevano cercato di schiavizzare la loro gente per colpa delle credenze religiose (l’Islam sciita era stato demonizzato da tempo nello Yemen, secondo il desiderio saudita di creare paura contro l’Iran), gli yemeniti hanno iniziato a vedere la fazione zaidista con altri occhi. Durante gli ultimi mesi, gli Houthis sono diventati una specie di propulsore per centinaia di migliaia di yemeniti, impersonando lo stesso cambio che le persone stavano chiedendo a gran voce. Se ci fossero ancora dubbi, basterebbe guardare il mare di persone in protesta che, settimana dopo settimana, ha risposto alle richieste di mobilitazioni di Abdel-Malek Al Houthi nella capitale Sana’a.

La forza degli Houthis risiede nella ferma volontà di denunciare lo stato sommerso del Paese, e nella determinazione di vedere davanti al popolo i pubblici ufficiali e i funzionari colpevoli. Mesi di tensione e battaglie feroci sono arrivati alla fine. Dopo che la popolazione aveva temuto il peggio quando Sana’a è diventata teatro di un violento sollevamento militare senza precedenti, con gli Houthis e i militanti Islahi affrontandosi senza tregua in aree residenziali densamente popolate, la calma è tornata a regnare.

Questa tregua, che gli ufficiali hanno tentato in tutti i modi di spacciare per un accordo e non per un’ammissione di sconfitta davanti agli Houthis e, soprattutto, agli yemeniti, ha sancito la fine della supremazia di Al Islah sul Paese. Mentre il clan di Al Ahmar sta accettando la propria sconfitta, i militanti Islahi stanno facendo di tutto per salvare la propria fazione, consapevoli del fatto che la propria posizione al potere sia stata ridotta per sempre, sopraffatti dal gruppo che pensavano non sarebbe mai stato capace di opporsi al loro volere.

Nonostante la paura sia ancora tangibile, i residenti stanno poco a poco abbandonando i pregiudizi che avevano imparato a sentire contro gli Houthis. Mentre era stato detto loro che gli Houthis avrebbero saccheggiato e distrutto, la popolazione ha visto l’ordine tornare sulle strade quasi immediatamente. Mentre alla gente era stato detto che Abdel-Malek Al Houthi avrebbe cercato il potere e deposto il presidente Hadi, Al Houthi ha mantenuto la promessa di non interferenza politica. Per la prima volta nella storia yemenita, il vincitore non è arrivato per riscuotere il premio, ma per consegnare il potere alla gente per cui ha lottato. Indipendentemente da ciò che uno possa pensare degli Houthis, il disinteresse politico dovrebbe essere lodato.

Ma chi c’è dietro i nuovi dissidenti yemeniti? Proprio quando lo Yemen avrebbe dovuto seguire il tanto pubblicizzato e, diciamolo, impegnativo cambio di potere, questa nazione povera della penisola araba è stata sopraffatta da ciò che si può chiamare una seconda ondata rivoluzionaria. Se il 2011 ha visto la nascita dei radicalisti islamici con la presa di potere dei Fratelli Musulmani, una fazione usata come cuscinetto politico dai regimi del Medio Oriente, il 2014 ha segnato un cambio di rotta drammatico per lo Yemen, uno degli ultimi bastioni dell’Islam politico dei radicali sunniti. Nonostante altri paesi della Primavera Araba abbiano comunque rifiutato gli islamisti dal 2011, come si è visto in Tunisia, Egitto e, ora, Libia, desiderosi di farla finita con il vecchio stile e i dogmi politico‑religiosi, e volendo costruire istituzioni democratiche più vicine ai desideri popolari, e usando l’esercito come catalizzatore, lo Yemen ha invece visto salire al potere il gruppo meno possibile: gli Houthis.

Prima una dubbia fazione zaidista con base nella provincia settentrionale di Sa’ada, gli Houthis sono nati nel 1994, quando il fondatore, lo sceicco Hussein Badreddin Al Houthi decide di fondare una milizia tribale da contrapporre a ciò che considera un’oppressione statale settaria contro i musulmani zaidisti, una parte dell’Islam sciita.

Considerati la pecora nera della scena politica e tribale dello Yemen, gli Houthis hanno subito varie sconfitte e umiliazioni ad opera di Al Islah, la vera fazione radicale sunnita dello Yemen fino a poco tempo fa. Mentre i politici avevano predetto che l’abbandono del potere dell’ex-presidente Ali Abdullah Saleh nel 2012 avrebbe automaticamente favorito Al Islah, la seconda più potente forza militare e politica del paese, gli attriti e le varie crisi hanno creato un crescente vuoto politico che ha favorito gli Houthis.

Mentre lo Stato sommerso yemenita era impegnato in una lotta di potere, con i politici che cercavano di favorire le rispettive fazioni contro le altre per innalzare i vincitori della Primavera Araba, il popolo, detentore reale della chiave per la legittimazione dello stato, stava iniziando a disinteressarsi, stanco della meschinità dei politici e della loro infinita brama di potere, ricchezze e privilegi. Ripensandoci, è possibile che questa frattura socio‑politica abbia favorito gli Houthis e permesso che la richiesta di cambio del gruppo sia diventata il travolgente grido rivoluzionario del Paese.

Nonostante i mezzi di comunicazione e gli ufficiali di governo dello Yemen abbiano cercato di sminuire l’ascesa degli Houthis interferendo nella narrativa settaria, esacerbando i sentimenti negativi verso il gruppo in un disperato tentativo di distrarre l’attenzione dal cambio politico che stava possedendo il paese, è poi diventato impossibile ignorare l’aumento di popolarità di Abdel‑Malek Al Houthi. “Quei ribelli”, così normalmente denigrati dalla stampa, sono diventati una potente forza popolare, un potere che, contro tutte le previsioni, è stato capace di erodere la supremazia di Al Islah, riducendo le sue posizioni militari, e costringendo i suoi politici a ritirarsi. In poco più di tre anni, gli emarginati della politica yemenita sono diventati i nuovi detentori del potere decisionale del paese.

Dieci anni dopo che lo sceicco Al Houthi fu trattenuto dalle truppe militari sotto il controllo del generale Mohsen Al Ahmar, uno dei ufficiali di più alto rango di Al Islah, proprio nel cuore dei suoi domini a Sa’ada, suo figlio, Abdel‑Malek Al Houthi, ha rovesciato i ruoli. Ora non sono gli Houthis a essere assediati, è Al Islah chi sta provando il sapore amaro della sconfitta.

Ma come ha potuto una fazione tribale, a malapena un partito politico, riuscire a sorgere al di sopra della nube politica, in particolare quando è nata per rappresentare una minoranza religiosa? In seguito a decenni di narcisismo politico, egocentrismo e una propensione per le politiche arriviste, i funzionari statali sembrano aver completamente dimenticato le persone che dovrebbero servire e rappresentare. Separata dal mondo, rinchiusa nelle ville sontuose e vivendo vite privilegiate, la classe politica yemenita ha perso contatto con la gente, dopo aver usato e abusato oltre ogni limite la fiducia della gente verso la propria classe dirigente.

Alla ricerca di una nuova rotta, molti yemeniti hanno trovato un’eco familiare nella ribellione degli Houthis. I dimostranti, che hanno risposto in centinaia e migliaia al grido di mobilitazione di Abdel‑Malek Al Houthi contro il governo centrale, non hanno appoggiato gli Houthis stessi, ma il rifiuto e la denuncia della fazione per la corruzione statale, l’abuso di potere e la cultura dell’impunità. Mentre yemeniti di tutte le classi sociali e tutte le fedi religiose raggiungevano la capitale Sana’a per assistere al sollevamento di Al Houthi contro lo stato sommerso, retaggio del precedente regime, migliaia si sono ritrovati ad appoggiare la fazione zaidista, uniti dallo stesso desiderio di veder crollare l’ultimo castello di carte del paese.

Invece di interpretare l’ascesa degli Houthis come la vittoria dell’Islam sciita, o dell’egemonia iraniana su quella saudita sullo Yemen come suggerito da alcuni, non sarebbe più accurato guardare agli Houthis come al simbolo del malcontento yemenita? Contro difficoltà intollerabili, aggravate dalle previsioni economiche e da una rapida svalutazione della qualità di vita, gli yemeniti si sono completamente dissociati dalla politica tradizionale e hanno sentito il bisogno di appoggiare l’unica fazione, gli Houthis, il cui solo obiettivo era di deporre completamente l’apparato statale.

Senza un vero programma politico che non fossero le richieste di porre fine alla corruzione e cancellare qualsiasi intervento straniero nello Yemen, gli Houthis sono riusciti a usare la propria mancanza di programma stabilito per universalizzare il proprio messaggio. Usando nient’altro fuorché uno slogan, la vittoria degli Houthis si è basata sulla loro capacità di rappresentare ciò che gli yemeniti cercavano. In un certo senso una fazione politica organica, gli Houthis hanno guidato la stagione di malcontento yemenita e trasformato la rabbia popolare in un’arma potente contro lo stato.

Riascoltando i messaggi pubblici di Abdel-Malek Al Houthi è chiaro come abbia lavorato assiduamente per includere tutti gli yemeniti e parlare per tutti i cittadini nel proprio discorso, dando importanza a non escludere in base alla religione, l’appartenenza tribale o l’interesse politico. In un certo senso la tempesta perfetta della politica yemenita, ciò che determinerà la longevità e la portata di questo movimento non è il successo attuale, ma come gli Houthis tradurranno la propria popolarità in vantaggi politici.

Traduzione di Emma Becciu

 

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