domenica, Dicembre 15

Gli antichi egizi e l’immortalità Una Mostra al Museo archeologico di Firenze racconta il viaggio delle Mummie nell’aldilà alla ricerca dell’anima e dell’immortalità, tra i reperti il sarcofago di Padimut mai esposto e la statua di un dignitario

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I tesori delle antiche civiltà medio Orientali  e, in particolare all’Egitto, hanno da sempre acceso la curiosità  la fantasia e il desiderio di conoscenza e di possesso del mondo e della cultura occidentale, in tutte le epoche, ma particolarmente dalla fine del ‘700  in poi: dalle campagne espansionistiche del giovane Napoleone ( “l’Europa è una trappola per topi, bisogna andare alla conquista dell’Egitto”),  al colonialismo britannico, all’opera di spoliazione compiuta durante la II Guerra mondiale.  Di tutto ciò in genere se ne ha un vago ricordo, come i dipinti che raffigurano la Battaglia delle Piramidi  o mostrano il futuro imperatore davanti alla Sfinge, ben presenti alle memoria collettiva sono invece le opere ed i reperti esposti al Louvre ed in vari altri musei d’Europa, che suscitano sempre stupore e meraviglia. 

In anni più vicini a noi,  un grande impulso ad avvinarsi all’ archelogia, o ad approfondire la conoscenza dei tesori custoditi o nascosti  nella Valle dei Re e nelle aree limitrofe, è venuto dal cinema americano, in particolare dalle avventurose imprese di Indiana Jones. Quanti ragazzi si sono innamorati dell’archeologia!  E continuano ad esserlo a giudicare dalla folla di giovani e giovanissimi che ogni anno con entusiasmo e sete di conoscenza prendono parte attiva a TourismA il salone internazionale dell’archeologia, ove l’egittologia marca una  costante presenza ( abbiamo ancora vivo il ricordo della perfetta ricostruzione della tomba di Tutankamen e dei ragazzi che imparano a decifrare i geroglifici, l’ antica scrittura egizia, che gli studiosi europei impararono a leggere nella stele di Rosetta all’epoca delle grandi missioni archeologiche).  Perciò, indipendentemente da quello che sarà l’esito della ‘guerra dei musei’ e della campagna in atto da tempo per le restituzioni, resta il fatto che molte collezioni create nell’Ottocento si sono storicizzate, acquisendo valore universale. 

E di un valore universale inestimabile è il patrimonio conservato e studiato al Museo Archeologico di Firenze, la cui sezione di egittologia, è la più importante  in Italia dopo il Museo di Torino. Qui vi è esposta una Mostra di oltre cento oggetti appartenenti tutti alle collezioni della sezione ‘Museo Egizio‘ di Firenze. Reperti che erano conservati nei magazzini del Museo ( insieme ad altri 15 mila) che, una volta portati alla luce, sono stati riuniti in questa rassegna dal titolo ‘Mummie.Viaggio verso l’immortalità.  La Contemporanea Progetti s.r.l., con l’apporto di Expona-museum exibition network, ha allestito e portato in giro per il mondo questa Mostra  che ha viaggiato a lungo in Europa, toccando la Germania, l’Austria e la Finlandia, e poi, dal 2018, in Cina, nelle città di Guiyang, Hefei, Ningbo, Xian e Jinan.  Visitare la Mostra è come compiere un tuffo in questo lontano passato, per acquisire nuovi elementi di conoscenza. L’idea di dar vita a tale progetto è nata nel 2000, da parte di Maria Cristina Guidotti, che ne è anche la curatrice scientifica, in occasione di uno studio sulle mummie della sezione ‘Museo Egizio’ del Museo Archeologico Nazionale di Firenze eseguito dall’Università di Pisa. «L’intenzione» – spiega la stessa curatrice – «è quella di offrire un punto di vista più preciso  sul significato dell’imbalsamazione e sull’idea della morte degli antichi egizi. Niente di macabro. Per gli antichi egiziani, infatti, la morte non determinava la fine della vita, ma costituiva un momento di passaggio a un’altra forma di esistenza, che continuava nell’aldilà. L’anima però per continuare a vivere aveva bisogno di tutta una serie di accorgimenti e di oggetti che dovevano magicamente consentirle la sopravvivenza oltre la morte e, soprattutto, doveva reincarnarsi nel proprio corpo che, per questo motivo, era conservato al meglio tramite pratiche di imbalsamazione del cadavere che diventava così una mummia. E’ attraverso lo studio di queste pratiche di imbalsamazione e il ricco corredo trovato nelle tombe che si è arrivati a conoscere meglio che idea della morte avessero gli antichi egizi, i quali credevano all’immortalità dell’anima».

Nel catalogo che accompagna la Mostra, edito a cura del Museo,  la stessa Guidotti aggiunge che con la morte l’anima si staccava dal corpo e ‘calava’ a occidente come il sole, nel mondo dei defunti. L’aldilà era immaginato come una serie di campi fertili percorsi da fiumi e canali, i cosidetti campi di Iaru, ovvero campi Elisi dove risiedeva il dio Osiride….. 

Flora Silvano, che si è occupata delle tecniche e dei rituali d’imbalsamazione, sostiene che «preservare il corpo dalla decomposizione del defunto era essenziale nella concezione egiziana, perché al corpo, dopo la morte, dovevano ricongiungersi il ka, l’anima vera e propria e il ba, il soffio vitale rappresentato a forma d’uccello, per continuare a vivere nell’aldilà. Il ka dimorava all’interno della tomba nutrendosi delle offerte di cibo e bevande che vi venivano presentate ogni giorno. Perciò preservare il corpo assicurandone la conservazione per lungo tempo era un’operazione che aveva profondo significato religioso, ma al tempo stesso richiedeva capacità tecniche, conoscenze anatomiche e chimiche assai precise e complesse…..». 

Questi cenni, possono aiutare ad una migliore comprensione della Mostra, la quale presenta di per sé,  oltre alle mummie, sarcofagi e oggetti di grande suggestione: tra questi il sarcofago di Padimut, caratterizzato da una ricchissima decorazione che contraddistingue i sarcofagi della XXI e XXII dinastia (1069 – 656 a.C.), mai esposto e mai studiato prima della mostra, la statua del sacerdote Henat, uno dei pochi esempi di statua di un dignitario che indossa una veste persiana, testimonianza del periodo in cui l’Egitto fu assoggettato al potente impero persiano (525 – 404 a.C.), e ancora la testa mummificata recentemente sottoposta a indagini radiografiche e TAC che hanno consentito la ricostruzione del volto del defunto /656 – 332 a.C.), e la cassetta per ushabti (piccole statue del corredo funebre) di Nekhtamontu (1550 – 1070 a.C.) L’esposizione è organizzata in due parti: la prima dedicata al concetto di sopravvivenza dell’anima e alla “mummificazione” del corpo del defunto, la seconda parte dedicata agli oggetti che accompagnavano il morto nella tomba. Quest’ultima è articolata in due sezioni, nelle quali si presentano gli oggetti del corredo che avevano esclusivamente una funzione funeraria (stele, ushabti, tavole d’offerta), e gli oggetti di vita quotidiana che dovevano ricreare nella tomba la perduta esistenza del defunto (abbigliamento, gioielli, mobilio di vario tipo).  Eugenio Martera, CEO e Direttore Generale di Contemporanea progetti s.r.l., sottolinea «lo straordinario successo della mostra in Cina, ove è stata esposta a lungo, particolarmente nell’ immensa area archeologica di Xian, ove è stata fatta nel XX Secolo una delle più straordinarie scoperte  archeologiche: l’Esercito di terracotta di circa 7000 guerrieri che accompagnavano nell’al di là l’Imperatore Qin ( 221 a.C.,). Migliaia di persone hanno potuto ammirare le mummie, i sarcofaghi e gli oggetti d’arredo dell’an tico Egitto e conoscere quest’importante aspetto museale del nostro Paese e della città di Firenze in particolare».    

Stefano Casciu, Direttore del Polo museale della Toscana, indica il carattere culturale, di arricchimento delle nostre conoscenze  sull’antico mondo degli egizi, l’importanza della collezione del Museo Egizio di Firenze,  «la seconda in Italia dopo quella del Museo Egizio di Torino, che si è formata soprattutto nel corso del XIX secolo, in seguito alla famosa spedizione franco-toscana di Ippolito Rosellini e di Jean François Champollion».

La storia ci dice che nel 1828 partì,  per l’Egitto la prima spedizione scientifica, il cui scopo principale era la documentazione dei monumenti egizi, e che riportò un notevole quantitativo di reperti distribuiti tra il Louvre e il Museo di Firenze, cui spettò in particolare il famoso carro rinvenuto in una tomba tebana della XVIII dinastia (1550-1291 a.C.), un esemplare unico al mondo appartenuto a un ricco privato, e i bassorilievi della tomba di Sety I, una delle più belle e riccamente decorate della Valle dei Re.  

Il Museo Egizio di Firenze nacque circa trent’anni dopo, nel 1856, per iniziativa del Granduca  Leopoldo II, presso il convento delle Monache di Foligno, in via Faenza. Lo stesso Granduca  lo dotò di una importante collezione acquistata da Giuseppe Nizzoli, cancelliere del consolato d’Austria in Egitto, contenente, tra l’altro, un calice a bocca quadrata, di cui esistono solo due esemplari al mondo. Nel 1880 il Museo fu trasferito nella sede attuale, insieme al Museo Etrusco: l’incarico del nuovo allestimento fu dato al giovane egittologo Ernesto Schiaparelli, che lo decorò in stile egizio. Nel 1894 Schiaparelli fu trasferito al Museo Egizio di Torino e il Museo di Firenze non ebbe più un direttore per molti anni.

Nel 1939 il Museo ricevette in dono dall’Istituto Papirologico di Firenze numerosi reperti provenienti dagli scavi nelle città di El Hibeh (soprattutto sarcofagi) e di Antinoe (fra cui la importante collezione di tessuti copti).

Attualmente le sue collezioni annoverano oltre 15.700 oggetti, che vanno dall’epoca preistorica all’epoca copta, e da 11 sale che sono state rinnovate quattro anni fa, quando a Firenze è stato ospitato l’XI Congresso Internazionale degli Egittologi.

Dunque, l’immenso patrimonio artistico di Firenze e del nostro paese, sottoposto dai vertici governativi a troppe fibrillazioni, non è costituito soltanto dai numerosi e conosciutissimi  musei d’arte, ma anche dalla rete dei musei scientifici, che dimostrano come la città sia stata anche città della scienza e della tecnica. La mostra al museo archeologico di Firenze rimane aperta fino al 2 febbraio 2020.      

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