sabato, Ottobre 24

Gli agricoltori francesi scendono in piazza

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French farmers drive with their tractors to the Flaubert bridge in Rouen during a nationwide day of protest in France

Parigi – Dopo mesi di tensioni e proteste, lo scorso mercoledì gli agricoltori francesi sono scesi in piazza per manifestare contro le politiche del governo in merito ad alcune misure recentemente proclamate. Annunciata all’inizio di settembre da due dei più importanti sindacati, la Federation nationale des syndicats d’exploitants agricoles (FNSEA) e Jeunes agriculteurs (JA), la mobilitazione nazionale ha interessato migliaia di lavoratori del settore, ormai esasperati dalle ultime manovre varate da Ministero dell’Ambiente, diretto da Ségolène Royal, e dal Ministero dell’Agricoltura, con a capo Stephane Le Foll. Da Parigi a Marsiglia, passando per Lille, Nantes e decine di altre città, contadini e allevatori hanno sfilato scandendo tutti in coro lo stesso slogan: “Lasciateci lavorare”. C’è chi ha scelto modalità più soft, come i contadini di Parigi che hanno regalato frutta ai passanti, e chi invece ha calcato la mano, come a Nancy, dove è stato versato del letame davanti la sede della prefettura.

Jérome Mathieu, presidente della FNSEA, ha commentato la giornata definendola “una mobilizzazione storica che ha avuto un grande successo in quanto si è svolta senza troppi problemi”.  Alla base di questa manifestazione c’è un malcontento generale tra i professionisti del settore, che lamentano un forte disagio dovuto a una cattiva regolamentazione burocratica, che diventerà ancora più pesante se il governo dovesse adottare le riforme annunciate.

Prima fra tutte, quella riguardante la direttiva europea sull’inquinamento da nitrati. Approvata dalla Comunità Europea il 12 dicembre del 1991, questa legge mira a combattere l’inquinamento di falde acquifere, ponendo dei limiti all’uso di nitrati contenuti nei fertilizzanti e nel letame. Ogni Stato membro ha il compito di vigilare al fine di evitare infiltrazioni di sostanze tossiche. Lo scorso settembre, la Corte di Giustizia Europea ha bacchettato per l’ennesima volta la Francia, rea di non aver adottato le misure previste dal decreto. In particolare, il governo avrebbe dovuto individuare le zone più sensibili, facendo le analisi necessarie per accertare lo stato delle acque.

Anche se per il momento non sono state previste sanzioni economiche, l’Eliseo è corso ai ripari lo scorso 23 luglio con una proposta presentata da Ségolène Royal, che prevede l’integrazione di 3880 nuovi comuni nella lista delle zone vulnerabili, passando così da 19200 a 23000 aree sparse in tutto il Paese. Questo comporterebbe un ampliamento delle zone controllate ma, al tempo stesso, l’obbligo di adeguarsi a queste nuove norme aggiornando le proprie strutture. Una reazione, quella dell’Eliseo, che ha suscitato la collera degli agricoltori, che hanno giudicato questi provvedimenti inutili e dannosi, visto che non sono stati accompagnati da alcun tipo di sovvenzione.

La FNSEA ha addirittura lanciato sul suo sito una petizione on line contro questa misura, definita dal sindacato come “tecnocratica e incomprensibile”. Nonostante non abbia preso parte alle manifestazioni di mercoledì, anche il sindacato Confederation paysanne ha condannato apertamente la nuova proposta. Sull’homepage del suo sito si legge che quelle del Ministero sono delle “risposte date un poco alla volta alle esigenze della CE, senza una riflessione globale che possa trovare una soluzione coerente al problema della qualità dell’acqua”. I sindacati denunciano soprattutto gli elevati costi per la messa in norma delle strutture e il mancato aiuto finanziario. Risulta chiaro come l’intera categoria si possa sentire abbandonata e costretta a seguire delle imposizioni provenienti dall’alto e apparentemente incomprensibili.

I nitrati presenti nelle acque francesi provengono per il 66% dall’agricoltura e costituiscono il principale elemento inquinante nelle falde. Se da un lato è necessario prendere provvedimenti il più presto possibile, dall’altro non bisogna agire in maniera avventata, mettendo in discussione da un giorno all’altro l’intero modello nazionale. Secondo gli oppositori di questa riforma, il governo francese, incalzato dalla minaccia di una probabile sanzione, potrebbe agire in maniera del tutto arbitraria e parziale, senza tenere conto delle differenti peculiarità territoriali che caratterizzano le tante zone rurali del paese.

Al problema ambientale se ne aggiungono poi altri, come quelli legati alla grande distribuzione su scala nazionale. Tra le rivendicazioni dei manifestanti c’è stata anche quella riguardante l’utilizzo di prodotti francesi in stabilimenti pubblici. Samuele Vandaele, segretario generale di Jeunes agriculteurs, ha dichiarato all’agenzia AFP che ormai nelle mense di ministeri, scuole e altre strutture si trovano solo “pomodori del Marocco, patate dall’Italia e altri prodotti senza etichetta.  Il Ministero dell’Economia dovrebbe essere esemplare nella difesa del Made in France. Siamo tutti un po’ delusi”. Riprendendo un’espressione già utilizzata da Manuel Valls un paio di settimane fa, I sindacati hanno parlato di “patriottismo alimentare”, auspicando l’utilizzo di almeno 2 piatti su tre con prodotti nazionali.

Dinnanzi a questa ondata di proteste, l’Eliseo non sembra esser rimasto indifferente. Manuel Valls ha riconosciuto che gli agricoltori stanno “attraversando delle difficoltà” e che il governo farà di tutto per venire incontro alle loro richieste. Il Primo Ministro ha annunciato una semplificazione dei dispositivi di controllo ambientale che dovrebbe permettere una facilitazione nell’adattarsi ai nuovi standard europei.

Già a fine ottobre, il Ministero dell’Agricoltura ha stanziato dei fondi d’aiuto per 3,4 miliardi di euro, un anticipo di quelli previsti dalla Politique Agricole Commune (PAC), che sono normalmente versati il 1 dicembre. Questo però non sarà sufficiente per calmare gli animi dei migliaia di agricoltori che, all’attuale stato delle cose, si sentono schiacciati e oppressi da un sistema amministrativo e burocratico che non tiene in considerazione le richieste della categoria. Bernard Layre, presidente della FNSEA nella regione dei Pirenei Atlantici, ha spiegato che “l’agricoltura soffre di una sovramministrazione e di una sovraregolamentazione che esigono dagli lavoratorii degli investimenti indirizzati a perdite sicure”.

Il problema, quindi, risiede soprattutto nelle politiche gestionali del governo, che soffocano contadini e allevatori con un sistema amministrativo lento e costoso, che trascura i veri bisogni del settore.

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