mercoledì, Novembre 25

Gli 8 di Brexit e il loro duro lavoro negoziale

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Da oggi con l’accensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, iniziano le procedure di divorzio tra il Regno Unito e l’Unione Europea, parte il processo Brexit. Le decisioni più importanti spetteranno a Londra e ai governi dell’Ue, ma il grosso del lavoro sono i negoziati e questi saranno affidati a otto personalità, quattro uomini e quattro donne: i negoziatori delle due parti.

I negoziati richiederanno minimo 2 anni di lavoro. Secondo alcuni esperti, però, le trattative potrebbero richiedere addirittura sei anni, e ‘un decennio di incertezza’. La lista  dei punti critici è lunga. Londra vuole inserire negoziati commerciali, mentre, secondo figure di alto livello dell’Ue dovrebbero essere discussi separatamente. Mentre il Regno Unito fa ancora parte dell’Ue non sarà consentito di negoziare accordi commerciali con Paesi non membri. I diritti dei cittadini europei che vivono nel regno e quelli dei cittadini britannici che vivono nei Paesi Ue sono uno dei punti più sensibili della trattativa: il Governo esclude di garantire ai cittadini Ue protezioni prima dell’inizio dei colloqui e ha scatenato il timore che questi verranno utilizzati come merce di scambio. Altra difficile questione è quella di sicurezza e controllo delle frontiere.

A ciò si aggiunge l’altro grave problema con il quale i negoziatori dovranno fare i conti: che se formalmente la trattativa è a due, ovvero Unione Europea – Gran Bretagna, dietro le quinte si potrebbero aprire 27 diverse partite, una per ogni capitale che rimane nell’Unione e che, ovviamente, ha interessi specifici per i rapporti che comunque dovrà mantenere con il Regno Unito. Su questo fronte i temi d’interesse dei diversi Paesi non sono pochi: dalla possibilità di soggiornare liberamente nelle città britanniche alla questione lavoro, ovvero la possiblità di essere assunti dalle aziende inglesi.

Le posizioni negoziali iniziali sono abbastanza dure, con la prevalenza a Londra, per ora, della linea degli ‘hard brexiter’, che immaginano una uscita del Regno Unito non solo dall’Ue ma anche dal suo mercato unico (escludendo, quindi, accordi come quelli esistenti tra l’Ue e la Norvegia o l’Islanda). Gli europei, da parte loro, giurano che non accetteranno mai un accordo che mantenga la libera circolazione di merci, servizi e capitali, ma non delle persone. Se nessuno recederà da queste posizioni, vi sarà il ritorno delle tariffe e delle dogane ai confini fra il Regno Unito e l’Ue, compresa la frontiera fra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, oltre che la fine della libera circolazione delle persone.

Bruxelles, inoltre, ha fatto circolare la cifra di 60 miliardi di euro che Londra dovrebbe pagare per onorare tutti i contratti sottoscritti da Stato membro dell’Ue, per finanziare il bilancio comunitario (la programmazione in corso copre i sette anni dal 2014 al 2020), compresi i programmi di coesione e le spese amministrative (anche, ad esempio, per le pensioni dei funzionari europei di nazionalità britannica). Si tratta di una cifra su cui, con tutta probabilità, si negozierà a lungo.

Ecco, questo lavoro duro pluriennale sarà gestito da questi 8. La squadra UE è composta da Michel Barnier, Sabin Weyand, Donald Tusk e Didier Seews. Il ‘fronte’ britannico vede invece David Davis, Olly Robbins, Tim Barrow e Sarah Healey.

Michel Barnier è un francese di 66 anni, ed è stato scelto dall’Unione Europea come negoziatore capo per la Brexit. Impegnato in politica come gollista fin da ragazzino, Barnier è un ragazzo di provincia che si è fatto strada dalla natia Savoia diventando un veterano della diplomazia francese ed europea. Più volte ministro – agli Esteri, gli Affari Europei, l’Ambiente e l’Agricoltura – è stato due volte commissario europeo: alle Politiche Regionali e al Mercato Interno. Come ministro per gli Affari Europei (1995-97), si ricordano le opinioni contrastanti con David Davies, che allora ricopriva lo stesso ruolo a Londra e oggi è il segretario di Stato per l’uscita dall’Ue. E come commissario al Mercato Interno (2010-2014), Barnier non ha avuto paura a scontrarsi con la City di Londra chiedendo regole più severe dopo la crisi finanziaria del 2008. I britannici si aspettano che sia un negoziatore duro, ma riconoscono che sa essere anche pragmatico. «La mia personale convinzione», ha scritto,«è sempre stata che il Regno Unito e l’Unione Europea condividessero interessi e valori. Non cambierà».

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