mercoledì, Settembre 23

Giustizia: vera, grande emergenza nazionale «L'inasprimento delle pene all'esterno ha innescato un allargamento delle maglie all'interno dei carceri»

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E’ l’ultimo, in ordine di tempo. Un assistente capo del Corpo di Polizia Penitenziaria, 50 anni, originario di Sassari, da anni in servizio nel carcere di Vigevano, si toglie la vita, sparandosi con la pistola d’ordinanza. E’ il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), a darne notizia: «Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria», commenta il segretario Donato Capece.

«Era benvoluto da tutti, disponibile, sempre a disposizione degli altri. Per questo risulta ancora più incomprensibile il suo terribile gesto». Capece non entra nel merito delle cause che hanno portato l’agente a togliersi la vita; sottolinea però come sia importante «comprendere e accertare quanto hanno inciso l’attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative. Non sappiamo se, in questo, era percepibile o meno un eventuale disagio che viveva il collega. Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l’Amministrazione penitenziaria e il ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo, senza alcuna iniziativa concreta».

Che cosa si suggerisce di fare? «Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della polizia penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria. Vorrei fare un appello al ministro Alfonso Bonafede: se ci sei, batti un colpo».

Più d’uno, ne dovrebbe battere, di colpi, il ministro Bonafede. Si verifica, per esempio, un paradosso: nonostante il consistente calo dei reati sono quasi 10mila i detenuti in più ospitatinelle carceri italiane. Carceri spesso senza acqua calda, riscaldamento, con celle al di sotto del parametro dei 3mq. In tre parole: sovraffollate, disumane e fatiscenti. E’ di qualche settimana fa l’ennesima condanna da parte della Corte Europea dei Diritti umani (CEDU), a proposito del modo in cui viene applicata la legge sul carcere a vita. L’ergastolo italiano è descritto come disumano; la gravità della situazione e’ in un dato drammatico: nel giro di due giorni sono morti tre detenuti (due dei quali probabilmente suicidi).

Secondo un rapporto dell’associazione Antigone, ‘Il carcere secondo la Costituzione’, sono 60.439 i detenuti stipati nelle carceri italiane: quasi 10.000 in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili; un tasso di affollamento ufficiale che sfiora il 120 per cento.

La regione con il maggior numero è la Lombardia (8.610); seguono: Campania (7.844); Lazio (6.528); Sicilia (6.509). Il maggior tasso di affollamento si registra in Puglia (160,5 per cento), seguita dalla Lombardia (138,9 per cento). Le uniche regioni ‘virtuose’ sono Sardegna e Marche. Nel carcere napoletano di Poggioreale ci sono 731 detenuti in più di quelli che la struttura potrebbe contenere; nell’altro carcere napoletano, quello di Secondigliano, sono 418. A Rebibbia Nuovo Complesso (Roma), ci sono oltre 400 detenuti in più della sua capienza; a Regina Coeli (sempre Roma), ‘solo’ 381. Analoga la situzione a Milano, Lecce, Torino, Taranto, Bologna.

Quello del sovraffollamento è solo uno dei tanti problemi. Nel 35,3 per cento delle carceri non c’è acqua calda; il 7,1 per cento non dispone di un riscaldamento funzionante; nel 20 per cento non ci sono spazi per permettere ai detenuti di lavorare. Il 18,8 per cento delle carceri hanno celle dove non si rispetta il parametro dei 3mq per detenuto (soglia minima secondo la Corte di Strasburgo). Capitolo a parte quello dei suicidi in carcere e delle malattie mentali. Il 28,7 per cento dei detenuti assume una terapia psichiatrica; una settantina i suicidi nel 2018.

Per quanto riguarda gli stranieri, i dati smentiscono il diffuso allarmismo percepito. Negli ultimi dieci anni le presenze straniere nelle carceri italiane sono diminuite di più di mille unità: ogni cento stranieri residenti regolarmente in Italia, lo 0,36 per cento finisce in carcere (considerando anche gli irregolari). Resta il fatto, che i detenuti stranieri compongono il 33,6 per cento della popolazione carceraria. Sono circa ventimila e sono soprattutto marocchini e nigeriani; in diminuzione rumeni e filippini.

Polizia penitenziaria: «All’organico ottimale mancano circa cinquemila unità. In aggiunta alle altre cinquemila “tagliate’ dalla legge Madia, per un totale complessivo di diecimila assenti», spiega Gennarino De Fazio, segretario della Uil-Polizia Penitenziaria. «L’affollamento è solo uno dei problemi: il più grave da cui discendono gli altri. All’origine di tutto rimane il fallimento dell’intero progetto e del modello in cui lo Stato ha investito. Il paradosso è tale: l’inasprimento delle pene all’esterno ha innescato un allargamento delle maglie all’interno dei carceri, in quanto non c’è coerenza tra misure restrittive e risorse del sistema penitenziario».

In parole povere: se la funzione del carcere è rieducare nel rispetto della dignità umana (così prescrive la Costituzione), siamo ben lontani dall’obiettivo.

Qualche giorno fa, due anniversari, tristi: emblema e concreta metafora di un tumore che corrode, corrompe, uccide. Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora viene arrestato. Una delle pagine più nere, oscure e vergognose della storia di questo paese. Una grande storia ignobile. Quello che pomposamente viene definito ‘il venerdì nero della camorra’, si traduce in 850 mandati di cattura, e presto si sgonfia: decine le omonimie e gli errori di persona. Nel solo processo di primo grado gli assolti sono ben 104. Tortora si candida nelle liste radicali per il Parlamento Europeo; viene eletto; si dimette per non sottrarsi alla richiesta avanzata dalla magistratura di arresto; si impegna totalmente per la giustizia giusta. Infine il tumore che lo stronca. Vuole essere sepolto con una copia della ‘Storia della colonna infame’, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba l’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: ‘Che non sia un’illusione’.

L’altro anniversario: alba del 18 giugno 1996 viene arrestato Gigi Sabani, all’epoca popolarissimo imitatore e conduttore televisivo’. Accusa infondata che tuttavia distrugge la sua carriera e mina la sua salute. Sabani non si riprende più da quella terribile esperienza. Un infarto lo stronca il 4 settembre 2007.

Per queste due vicende terribili, nessuno ha pagato. Nessuno è stato chiamato a rispondere di quello che è stato fatto, e di quello che invece si doveva fare e non si è voluto o saputo fare. Come per Lelio Luttazzi, come per mille e mille altri casi…

Questi anniversari potevano essere l’occasione per una riflessione collettiva, per un bagno di umiltà da parte dei magistrati e dei giornalisti che imbastiscono processi mediatici che gridano vendetta; per rendere consapevole l’opinione pubblica che quella giustizia e’ la vera, grande emergenza del paese; per ‘inchiodare’ la classe politica, quella di governo e quella di opposizione, alle loro responsabilità di pervicaci mancati riformatori.

Così non e’ stato; cosi’ non e’. Il problema, tuttavia, sta essenzialmente nel magistrato stesso: non vive con senso “religioso” la sua funzione; al contrario, troppo spesso la concepisce come “potere” da esercitare e spesso sconfinando nell’arbitrio.

Andrebbero scolpite nelle facolta’ di giurisprudenza le parole di Giovanni Falcone. All’indomani del referendum Tortora sulla responsabilita’ civile dei magistrati (I Sì stravicono, poi il Parlamento vara la legge Vassalli che tradisce la volonta’ popolare), Falcone si chiede: «Gli italiani non ci vogliono più bene? Per forza: siamo incompetenti, poco preparati, corporativi, irresponsabili. (…) La stragrande maggioranza dell’elettorato ritiene che la funzione giurisdizionale non sia svolta con la necessaria professionalità e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati».

Per quel che riguarda la competenza dei giudici e i criteri di selezione: «Bisogna riconoscere che la competenza professionale della magistratura è attualmente assicurata in modo insoddisfacente; il che riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti la progressione nella cosiddetta carriera, l’aggiornamento professionale e i relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti (…) L’inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Csm e i Consigli giudiziari, ha prodotto il livellamento dei magistrati verso il basso».

Infine l’Associazione Nazionale Magistrati: «La crisi dell’Anm l’ha resa sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico (…) Le correnti dell’Anm si sono trasformate in machine elettorali per il Csm».

Correvano gli anni tra il 1982 e il 1992. Sembra oggi…

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