sabato, Agosto 15

Giustizia: sistema inquinato, politica succube delle procure Quando il CSM discusse di Falcone e Borsellino

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Se Enzo Tortora è uscito (anche se a pezzi, minato nel fisico e segnato nel morale) dalla kafkiana vicenda in cui la magistratura napoletana lo ha gettato, deve ringraziare un pugno di persone: la sua famiglia, e un ristretto gruppo di amici che hanno sempre creduto in lui; poi Marco Pannella, e i suoi avvocati, in particolare Raffaele Della Valle e Antonio Coppola. Liberale di nome e di fatto, figlio di un magistrato napoletano, studio legale da sempre a Monza, Della Valle, nonostante le mille che ha visto nelle aule dei tribunali, nutre ancora un irriducibile culto per il diritto e il rispetto della persona, quale sia l’accusa che gli viene mossa.

Una lunga intervista rilasciata al direttore di ‘Libero’, Pietro Senaldi ben condensa le opinioni maturate in decenni di pratica forense: «Se penso a come si è ridotta la magistratura oggi, sono preoccupato per l’Italia, che manca di uomini tutti d’un pezzo, e mi dispiace per mio padre. Lui passava tutto il giorno a scrivere sentenze, nell’ombra, una vita di lavoro e sacrificio; quando si comprò una motocicletta, venne rimproverato dal presidente di tribunale. Oggi i magistrati per contare vanno in tv a fare i talk show, c’è una totale promiscuità, di carriere e di letti. Io ci credo ancora nell’istituzione, perché la maggior parte dei giudici è onesta e lavoratrice, ma adesso ogni volta che devo discutere con un giudice sono assalito dal dubbio: sarà indipendente?».

Della Valle denuncia quello che definisce il combinato disposto dell’azione dei Pubblici Ministeri e della stampa loro amica: «Ha preso il sopravvento su tutto, e comanda anche sulla politica. La superprocura Antimafia intimidisce la magistratura giudicante e gli avvocati e altera i corretti rapporti di potere nel processo. Nella magistratura è come se ci fossero una Champions League, con i procuratori più importanti che si sentono Cristiano Ronaldo e fanno il bello e il cattivo tempo, e poi una Serie A di giudici ligi, bravi ma che non contano nulla, perché la politica è succube delle star delle Procure».

Non le manda a dire, Della Valle: «Il punto è che il sistema ormai è inquinato». Cita il caso delle scarcerazioni di alcuni mafiosi nel periodo del Covid-19: «Sono stati messi fuori su decisioni delle Corti d’Appello, dei Tribunali di Sorveglianza, dei Giudici di Sorveglianza con il parere, il più volte favorevole, delle Procure della Repubblica presso il Tribunale e delle Procure Generali presso le Corti di Appello. Poi, quando il caso è diventato mediatico, il ministro della Giustizia Bonafede ha risposto come i cani di Pavlov al richiamo dei giornali amici aprendo un’ispezione e delegittimando il lavoro onesto di decine di giudici. Le Procure comandano su tutto e il Consiglio superiore della magistratura è la cinghia di trasmissione tra politica e magistratura attraverso la quale i PM esercitano il proprio potere».

Sempre Dalla Valle descrive pratiche ormai usuali, che non stupiscono più gli addetti ai lavori, le vivono come ‘normali’, ‘così fan tutti’: il PM apre un’inchiesta, magari funzionale agli interessi di una parte, e diventa noto, quindi appetibile per una corrente della magistratura e candidabile per il CSM. Dopo di che ha un potere contrattuale enorme sulla designazione dei procuratori, attraverso il quale ringrazia chi gli ha fatto fare carriera e alleva una nuova classe di PM legati a con un cordone ombelicale. A quel punto, si viene cooptatidal potere politico, tenuto sotto scacco attraverso magistrati  fidelizzati. Conclusione: «E’ tutta politica, la capacità non c’entra nulla».

Come uscirne? Risposta secca: «Separazione delle carriere tra giudici e PM, sorteggio dei componenti del CSM. Tutto il resto sono chiacchiere».

Sempre a proposito di giustizia e dei suoi infiniti mali. L’ex procuratore di Torino Giancarlo Caselli ricorda che per quel che riguarda il CSM e le ipotesi di riforma dibattute in seguito alla vicenda Palamara, l’unica stella polare deve essere la fedeltà alla Costituzione. A un certo punto del suo ragionamento, annota: «L’impareggiabile professionalità di Giovanni Falcone fu sacrificata dal CSM (1988) sull’altare della maggiore anzianità, a vantaggio di un candidato (Antonino Meli), che di processi di mafia non ne aveva visti mai. Ed era lo stesso CSM che per la nomina dei dirigenti in terra di mafia si era dato la direttiva di valorizzare le attitudini specifiche. Direttiva applicata per la nomina di Borsellino a procuratore di Marsala, ma pochi mesi dopo aggirata con nonchalance per Falcone…».

Qui soccorre il ‘notiziario straordinario n.17 del 10 settembre 1986’: risulta che votano a favore di Borsellino diciassette componenti del CSM: Agnoli, Brutti, Cariti, Caselli, Di Persia, Ferri, Geraci, Gomez d’Ayala, Maddalena, Morozzo della Rocca, Pennacchini, Pratis, Racheli, Smuraglia, Tamburrino, Tosi, Ziccone. Votano contro: Abbate, Buonajuto, Calogero, Contri, D’Ambrosio, Lapenta, Lombardi, Marconi, Papa, Suraci, Tatozzi. Si astengono Borrè, Letizia, Mirabelli, Paciotti.  

Borré, Caselli e Paciotti appartengono alla corrente di ‘Magistratura Democratica, quella di sinistr. Caselli vota a favore di Borsellino. Borré e Paciotti non se la sentono, si astengono: prodromo di una spaccatura che si consumerà qualche tempo dopo.  

Si arriva alla votazione Falcone-Meli; quella citata da Caselli. In ballo c’è l’Ufficio Istruzione di Palermo, lasciato libero da Antonino Caponnetto, che torna nella sua Firenze. A favore di Meli (e dunque, contro Falcone) votano: Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo della Rocca, Paciotti, Suraci, e Tatozzi. Contro Meli (e conseguentemente a favore di Falcone) votano: Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia, Ziccone. Si astengono: Lombardi, Mirabelli, Papa, Pennacchini, Sgroi.

Come si vede, un bel rimescolamento di carte, e sarebbe interessante spiegare perché alcuni contrari alla nomina diBorsellino che era meno ‘anziano’ del suo diretto concorrente (ma indiscutibilmente era più esperto di cose di mafia; e in un distretto come quello di Marsala, era la ‘qualità’ richiesta), sono poi favorevoli a Falcone; e vice-versa: perché chi non aveva tenuto conto del criterio dell’anzianità nel primo caso, lo ritiene valido e imprescindibile nel secondo.

Curiosa in particolare, l’evoluzione dei due componenti di ‘Magistratura Democratica’: si astengono nel caso di Borsellino; votano contro, quando si tratta di Falcone. Caselli è coerente: in entrambi i casi vota per il candidato con maggiore esperienza anti-mafia. Ma sa spiegare perché i suoi due colleghi di ‘corrente’ prima non si pronunciano su Borsellino; poi pollice verso quando si tratta di Falcone? Ragioni meschine di ‘bottega’ (pardon: di ‘corrente’)? Oppure? Che tipo di dibattito si è svolto al loro interno, come hanno motivato la posizione assunta, Borré e Paciotti, al di là degli interventi in plenum?

Per inciso: la parte politica a cui i tre fanno riferimento, non sembra dolersi particolarmente della posizione assunta da Borré e Paciotti. Quest’ultima, finito il mandato al CSM viene candidata dal PCI al Parlamento Europeo, ed eletta. Il 12 marzo 1992 su ‘l’Unità (ancora organo ufficiale del PCI diventato PDS), pubblica un lungo articolo: “Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché. Mentre tace Cossiga, Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il CSM. Il principale collaboratore del ministro non dà più garanzie di indipendenza”. L’autore dell’articolo: Alessandro Pizzorusso, componente ‘laico’ del CSM, designato dal PDS…. Così, tanto per sapere; tanto per ricordare…

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