giovedì, Ottobre 29

Giustizia: riforma Cenerentola, ma l’UE preme La riforma della giustizia è oggetto di una delle principali raccomandazioni rivolte all'Italia dall'Unione Europea ed alle quali quest'ultima subordina il finanziamento del Recovery Fund

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C’è un maledetto vizio della classe politica italiana: quella di dirci quello che ‘bisogna fare’. Fateci caso, non c’è intervista, dichiarazione, comparsata televisiva dove non ci dicano cosa è urgente, necessario, doveroso fare. A volte capita perfino che siano cose giuste; lo sanno, quello che urge, che occorre. Solo che più che dirlo, dovrebbero farlo. Si vorrebbe, insomma, un politico che ogni tanto faccia un rapporto su quello che lui e i suoi colleghi hanno fatto; e se non l’hanno fatto, perché no, chi lo ha impedito.

Si prenda il ministro della Cultura Dario Franceschini, indicato come uno degli strateghi del Partito Democratico. Vede tre grandi priorità: gestire l’emergenza Covid, perché la pandemia non è ancora superata. La seconda è l’utilizzo del Recovery fund per progettare l’Italia del futuro. Infine l’avvio di una stagione di riforme istituzionali. Intenzioni, auspici, dichiarazioni d’intenti, peraltro fumosi. Fatti? Nessuno.

Non è il solo. Il vice-segrerario del PD Andrea Orlando dice che serve una «nuova agenda di governo». Sarebbe un ragionamento che lo stesso Orlando definisce «un pò eccentrico»: l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo salva-stati per capirci, connessa a una generale riorganizzazione del sistema sanitario, da ripensare intorno a due esigenze evidenziata dal Covid: maggiore centralità del pubblico e maggiore presenza territoriale. Perché sarebbe paradossale chiedere soldi a Bruxelles per rafforzare la sanità convenzionata. A parte il ragionamento un po’ eccentrico? Per Orlando «il PD può ritrovare la sua vocazione maggioritaria: che non significa inseguire il 2 per cento che sta alla sua destra o alla sua sinistra, ma riconnettersi con le istanze popolari, farsene carico senza l’assillo di assecondare i suggerimenti dei tanti osservatori che ci consigliano politiche maggioritarie». Insomma: auspici, propositi, intenzioni.

C’è poi Goffredo Bettini, eminenza grigia, come s’usa dire, del segretario Nicola Zingaretti: chiede un rafforzamento politico del governo, che abbia una visione comune, altrimenti il PD non sarà più il punto di riferimento come è stato in questi ultimi mesi. Traduzione di questa riflessione: spingere perché «nel Movimento 5 Stelle, che vive una fase difficile, vada sempre più avanti l’ispirazione di partito di governo…».

Franceschini, Orlando, Bettini…A nessuno dei tre, e ad altri, sembra sfiorato dall’idea che sia urgente, necessario, affrontare la questione giustizia, la giusta ‘ossessione’ di Marco Pannella e di Leonardo Sciascia.

Due economisti, da sempre abituati a ragionare su cose concrete, CarloCottarelli e Angelo De Mattia, ci ricordano che «un Paese dove il sistema giudiziario è inefficiente è un Paese in cui non c’è certezza del diritto; e dove non c’è certezza del diritto l’economia e la società funzionano male. Il problema della lentezza della giustizia esiste per tutte le sue componenti: amministrativa, penale, civile». Conclusione: «Ridurre i tempi della giustizia, insieme alla semplificazione burocratica, è la più importante riforma che la nostra economia deve affrontare per rilanciarsi. Ristabilire la certezza del diritto è essenziale per raggiungere una nuova e migliore normalità». La giustizia efficiente, vale la pena di ricordarlo, è una delle condizioni che l’Europa pone per l’erogazione delle risorse del Recovery Plan.

Niente: nelle agende politiche della maggioranza e dell’opposizione, questa emergenza semplicemente non esiste.

E dire che l’Unione Europea pone all’Italia condizioni molto strette per procedere all’erogazione del Recovery Fund. Tra queste, appunto, la Riforma della Giustizia. Si chiede, in vista del Recovery fund, di riformare le istituzioni e le burocrazie pubbliche, che devono garantire la certezza del diritto. Senza la certezza del diritto, queste istituzioni sono inutili, dannose e finiscono col trasformarsi in parassitarie. L’Italia è il paese occidentale con la più alta incidenza di sentenze creative che minano in radice la certezza del diritto, il bene supremo delle nazioni più avanzate. L’incertezza delle leggi genera subalternità, legittima la prevaricazione e incentiva il servilismo e l’inefficienza.

All’interno delle stesse burocrazie nessun funzionario si assume responsabilità dirette in presenza di un sistema di norme approssimativo o incerto.

Uno studio di BankItalia rileva come la maggiore criticità del sistema giudiziario italiano, l’eccessiva durata dei procedimenti, dipenda dalla maggiore domanda rispetto a quella degli altri Paesi europei. Si aggiunge che il fattore di più elevata ‘domanda’ è costituito dalla qualità della legislazione sostanziale e processuale e dalla (minore) uniformità degli orientamenti giurisprudenziali. Nell’ambito del ‘diritto vivente’ aumenta lo spazio creativo dell’interprete. E tale ruolo è svolto dalla giurisprudenza che parla attraverso decisioni che nascono da casi concreti.

La fissazione delle regole del libero mercato è affidata a istituzioni, burocrazie, Autority. I codici stabiliscono precetti generali di comportamento, come l’obbligo di perseguire l’interesse sociale, l’integrità, l’obiettività, la competenza, la diligenza, l’indipendenza, la sana e prudente gestione: principi astratti che si realizzano attraverso la prassi e la giurisprudenza, in continua evoluzione.

Dopo anni di approfondimenti e discussioni, il tema della riforma della Giustizia ancora non assume la rilevanza necessaria ad attribuirgli il carattere di urgenza che merita. BankItalia stima che nel 2018 le inefficienze ed i ritardi nella giustizia hanno generato una perdita annuale pari all’1 per cento del PIL nazionale. Nell’anno successivo la stima ha raggiunto quasi il 2 per cento di incidenza sul PIL, con un sempre più crescente impatto sulla crescita. I dati Eurostat sulla spesa sostenuta per il funzionamento dei tribunali, indicano che l’Italia spende per i propri tribunali una cifra pari allo 0,33 per cento del PIL, con un altro effetto diretto sull’economia.

Gli effetti della giustizia inefficiente hanno un effetto a cascata su occupazione (che si stima potrebbe crescere del 3 per cento all’anno), sull’erogazione del credito, sulla percezione di maggiore sicurezza da parte di imprese e privati. La lentezza dei processi e la mancata percezione della certezza della giustizia sono drammaticamente percepiti sia in Italia che all’estero, in quest’ultimo caso scoraggiando nuovi investimenti nel Paese.

Per queste ragioni, la riforma della giustizia è oggetto di una delle principali raccomandazioni rivolte all’Italia dall’Unione Europea ed alle quali quest’ultima subordina il finanziamento del Recovery Fund.

La notizia è stata relegata in un trafiletto: aveva 40 anni, era in attesa di giudizio per furto e resistenza a pubblico ufficiale: un detenuto albanese si è tolto la vita impiccandosi in una cella del carcere della Dozza di Bologna.

Infine: forse a novembre avremo la sentenza della Cassazione. Comunque a  rischio prescrizione il processo ai depistatori.

Dopo 32 anni si attende ancora che la giustizia faccia il suo corso per punire i responsabili dell’assassinio di Mauro Rostagno, ucciso a Lenzi di Valderice il 26 settembre 1988, all’età di 46 anni.

Lo scorso marzo, a causa dell’emergenza Covid-19, la Corte di Cassazione ha rinviato la conclusione del processo che dovrebbe arrivare a sentenza il prossimo novembre. In primo grado, i giudici hanno stabilito che l’omicidio ha matrice mafiosa. Sarebbe stato compiuto per mettere a tacere la voce che dall’emittente trapanese ‘Radio Tele Cine’, stava alzando il velo su molti interessi della locale Cosa nostra. L’inchiesta giudiziaria è stata segnata da depistaggi, false testimonianze e dalla ricerca di possibili collegamenti fra le inchieste di Rostagno e la pista che seguivano in Somalia la giornalista IlariaAlpi e l’operatore Milan Hrovatin. Il processo parallelo agli accusati dei depistaggi va ancora per le lunghe, ed è ormai concreto il rischio che si concluda con la prescrizione dei reati.

Rostagno era stato un leader del movimento studentesco all’Università di Trento, uno dei fondatori di ‘Lotta Continua’ e, successivamente, del circolo culturale ‘Macondo’. Torinese d’origine, infine era approdato in Sicilia. Vicino a Trapani, aveva fondato la Comunità di Saman, impegnata nel recupero dei tossicodipendenti. Presso l’emittente ‘RTC’, si era reinventato come cronista. Aveva creato una redazione, autore di denunce sociali e inchieste sulle collusioni tra politica e poteri criminali. La sera del 26 settembre 1988, quando venne colpito a morte, aveva appena lasciato la sede di ‘RTC’.

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