venerdì, Giugno 5

Giustizia: quando la realtà diventa una tragedia Le atroci storie di Rosaria, Rita, Placido, Peppino

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‘Distratti’ come siamo dalle cronache del Coronavirus, poca o nessuna attenzione si presta a vicende, storie, tragedie che neppure la fervida mente di un William Shakespeare, o di un Sofocle, avrebbero immaginato. Storie, tragedie, che sono a cavallo della cronaca giudiziaria, ma non solo.

La prima tragedia vede protagonista – più propriamente è una vittima – Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, l’agente morto nella strage di Capaci con Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo Antonio Montinaro. Altro che la saga del ‘Padrino’ di Mario Puzo qui: c’è una giovane donna che si vede ucciso dalla mafia il marito poliziotto nei giorni in cui è incinta di lui; e il fratello che si scopre essere affiliato a una cosca di quella Cosa Nostra che glielo ha strappato.

Sono devastata per tutto questo”, dice Rosaria. “È come se fosse morto”, e neppure riesce a nominarlo, il nome del fratello. Come non comprendere la devastazione di cui è preda? La storia di Cosa Nostra è costellata da simili devastazioni. 

Strage a Via D’Amelio; di solito si commemorano sei vittime: Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta, Agostino Catalano, Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina. In realtà, le vittime sono sette. La settima vittima è una ragazza di 17 anni, Rita Atria, di Partanna, vicino Trapani. In paese si fronteggiano due clan: gli Accardo e gli Ingoia, una ventina di morti ammazzati in pochi mesi; tra quei morti anche Vito padre di Rita e il fratello Nicola. La madre intima mille volte a Rita di non immischiarsi negli affari della cosca, non fare domande, non cercare risposte. Lei invece ascolta e vede. Capisce, ricorda. Un giorno racconta quello che sa di quei clan chiusi, impenetrabili, fornisce a Borsellino le chiavi di lettura per conoscere equilibri e gerarchie; collabora con la giustizia. Per la famiglia diventa un’infame, la ripudiano.

Poi, come sappiamo, Borsellino viene ucciso; anche Rita comincia a morire. Quel giudice, per lei, era il padre che non ha mai avuto; una depressione da cui non si solleva più. Si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano in cui ha trovato rifugio. C’è l’ultimo oltraggio: la madre, con un martello devasta la tomba dove Rita riposa, la figlia che ha infangato l’’onore’ della famiglia. Dirà di averlo fatto perché quella fotografia non le piaceva…

Ora un’altra storia, per inciso sfata il luogo comune che un tempo ci sia stata una mafia buona, con un codice d’onore, che non uccide i ragazzini. Questa storia dice che la mafia è sempre stata malvagia, feroce; quando doveva uccidere non si faceva scrupolo di eliminare donne e bambini.

La guerra è finita da qualche anno: c’è un ex partigiano, sindacalista socialista di Corleone, combatte i mafiosi, si batte per i diritti dei contadini; un rompiscatole, si chiama Placido Rizzotto, nemico numero uno di quei padrini da cui poi nascono i ‘corleonesi’: Michele Navarra, direttore dell’ospedale di Corleone per meriti di mafia; Luciano Liggio il suo luogotenente, ai suoi ordini due giovanissimi Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Il 10 marzo 1948 Rizzotto viene sequestrato da Liggio, e ucciso; il corpo gettato nelle gole di Rocca Busambra, profonde una sessantina di metri. C’è un testimone, un pastorello di 12 anni, Giuseppe Letizia. Racconta terrorizzato ai genitori quello che ha visto, ha le convulsioni, lo portano in ospedale. L’ospedale diretto da Navarra; pratica un’iniezione al ragazzino; la morte sopraggiunge dopo qualche ora. A Corleone c’è un giovane capitano dei carabinieri, capisce tutto, inutilmente scrive un rapporto: resta chiuso in un cassetto, insabbiato; quel capitano si chiamava Carlo Alberto Dalla ChiesaQuanto a Liggio: la sua latitanza finisce una prima volta nel 1964. Lo catturano a Corleone, sorpreso in camera da letto, quella dell’ex fidanzata di Rizzotto.

Più vicino ai giorni nostri. Lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse uccidono Aldo Moro, a Cinisi, vicino ai binari, viene trovato il corpo di un giovane, dilaniato da un ordigno. Quel giovane si chiama Peppino Impastato. All’inizio si accredita la tesi che sia morto ucciso dalla stessa bomba che voleva collocare sui binari. Non è così. E’ stato ucciso dalla mafia; per ordine di un boss potente, riverito: Gaetano Badalamenti.

Peppino è impegnato in prima fila contro la mafia. Per questo il padre lo ha cacciato di casa, ripudiato. Lui, imperterrito, dai microfoni di una radio libera fa nomi e cognomi, denuncia gli interessi delle cosche, mette con le spalle al muro Badalamenti che, per ritorsione, ne commissiona l’assassinio.      

La famiglia di Peppino Impastato è particolare: il padre Luigi, lo zio, altri parenti, sono mafiosi; il cognato del padre è il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963. Peppino, da questo punto di vista, è davvero un figlio degenere. Hanno provato in tutti i modi a spiegargli che stava “sgarrando”, che l’onore della famiglia non poteva tollerare il suo modo di fare. Peppino non se ne dà per inteso: arriva al punto di ideare un programma radiofonico, “Onda pazza”, dove si permette di prendere in giro e sbeffeggiare mafiosi e politici locali. Intollerabile. Scatta la condanna a morte.

Solo la madre di PeppinoFelicia Bartolotta, non abbandona il figlio; lo aiuta come può, lo sfama quando il padre è fuori casa, lo esorta a essere prudente, immagina come finirà, soffre e piange: dilaniata tra un marito mafioso e un figlio che combatte la mafia. Al fianco di Felicia un altro suo figlio, Giovanni. Felicia e Giovanni avranno un ruolo decisivo nello smontare l’iniziale versione dell’attentato. Inviano un esposto alla procura di Palermo, nero su bianco accusano Badalamenti come mandante dell’omicidio. Grazie a loro, l’inchiesta si riapre. E’ un lungo, tormentato, iter, dura anni; emergono complicità e depistaggi “istituzionali”; per dare un nome all’assassino materiale occorre attendere il 5 marzo 2001; l’anno successivo è la volta del mandante, Badalamenti

Ma quello che qui si vuole ricordare è soprattutto il dramma di una donna, di una madre, che sa essere coinvolta una parte della sua famiglia nel delitto del figlio; e che fino all’ultimo suo giorno di vita si è battuta per avere giustizia e verità. Stori che sembrano inventate, tanto appaiono incredibili; e che invece sono vere: storie che fanno parte della nostra storia, troppe volte ignorata, dimenticata. 

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