domenica, Aprile 5

Giustizia: le chiare parole della Corte Costituzionale Marta Cartabia: giustizia dal volto umano

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Ringraziamola Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale. Intervistata da ‘Repubblica‘, Cartabia ricorda e scolpisce i fondamenti dello stato di diritto e della civiltà giuridica. Ne dovrebbero fare tesoro il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari.

Una lunga, significativa intervista: da meditare riga per riga, capoverso per capoverso. C’è tutto, in quelle due pagine di intervista; soprattutto la affermazione di quello che è e che deve essere uno Stato di diritto, che voglia e sappia onorare la civiltà giuridica che discende da Cesare Beccaria, e prima ancora in quel diritto romano che ancora tanto, a tanti, insegna. A volo d’uccello: «La giustizia deve sempre esprimere un volto umano»; «è evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l’imputato non è in carcere»; «il carcere rispecchi il volto costituzionale della pena e dia al detenuto una seconda chance».

Si vocifera che Cartabia sia tra i papabili per la successione al presidente Sergio Mattarella. Questa intervista dimostra che ha le carte in regola.

Cartabia ha il merito di ricordare che la questione Giustizia, la sua emergenza, va ben al di là della questione prescrizione sì, prescrizione no.

Conviene fare un po’ di chiarezza. La prescrizione, in estrema sintesi, è la scadenza dei termini massimi di punibilità, che comporta ‘l’estinzione’ del caso. Non è un’esclusiva italiana. Nella fase delle indagini la prescrizione esiste in tutto il mondo: dopo un certo numero di anni, stabiliti in ogni nazione in base alla gravità dei fatti, lo Stato rinuncia, non conviene più. Ovviamente ci sono eccezioni: per reati di particolare gravità, c’è l’’imprescrittibilità’: strage o genocidio, per esempio.

In Italia, dal luglio 2018 al giugno 2019, si sono prescritti oltre 50 mila fascicoli: il 42,7 per cento del totale: indagini archiviate in partenza, senza fare i processi, quando l’avvocato dell’imputato non può metter palla.

Il problema vero è quello dell’estenuante durata dei processi: la media nazionale è 1.725 giorni, compresi i riti abbreviati e immediati. Nelle corti d’appello: 840 giorni, in media. Con vistose disparità geografiche: a Milano e Palermo l’assolto in primo grado aspetta meno di un anno per la sentenza d’appello; a Roma e Venezia più di tre anni; a Napoli almeno quattro.

Si spiegano le proteste dell’Unione degli avvocati penalisti, del Partito Radicale e, ultimamente, di Italia Viva e del centro-destra: un processo interminabile, sostengono, è già una pena. No quindi alla prescrizione, almeno fino a quando la situazione non cambia. Come avvertono giuristi e costituzionalisti, «la durata dei processi è una patologia, ma non si può curarla con un’altra patologia come la prescrizione delle condanne».

Il presidente della Cassazione, all’apertura dell’anno giudiziario, segnala l’assurdità dei ‘tempi di attraversamento’: i processi sono ritardati da regole ottocentesche di «formazione dei fascicoli, trasporto manuale da una corte all’altra, avvisi e notifiche ripetute». Problemi aggravati dalla «cronica carenza di personale giudiziario», indispensabile per gestire i processi: i cancellieri dovrebbero essere 43.304, ma in servizio ce ne sono 10 mila in meno.

Si dice che la prescrizione fa comodo agli avvocati penalisti: un buon avvocato conosce mille modi per allungare i tempi dei processi, ritardare o evitare la condanna dell’inquisito; ma in fin dei conti, fa il suo mestiere, per il quale viene pagato: fa gli interessi del suo cliente che paga la parcella, ne tutela gli interessi come può, crede, sa.

A questo punto è utile ragionare su quanto dice il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale: «Una persona che ha rubato una bicicletta 20 anni fa è la stessa persona oggi? È ancora da sanzionare? Col passar del tempo è possibile raccogliere le prove dei reati commessi? Il tempo conta, per la vita delle persone e per il giudizio che possiamo esprimere e sulle persone».

 Cassese spiega che «la nostra Costituzione dice che la pena deve servire alla riabilitazione: l’uomo di domani può essere diverso dall’uomo di oggi». Così è, o almeno dovrebbe essere. Che accade, invece? Che un po’ tutti gli attuali inquilini nei palazzi del potere istituzionale utilizzino l’emergenza giustizia per le loro lotte di potere. Il tutto, detto senza girarci troppo intorno, fa un po’ schifo. Senza ‘se’; senza ‘ma’.

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