giovedì, Luglio 18

Giustizia europea, verso la procura transnazionale

0
1 2


È notizia recente del 3 aprile scorso quella relativa alla comunicazione da parte di sedici Stati membri della Ue alle tre istituzioni europee (Commissione, Consiglio e Parlamento) dell’intenzione di dare vita ad una ‘cooperazione rafforzata’ per creare l’ufficio del Procuratore europeo (Eppo). A tale figura, il compito di indagare, perseguire e portare in tribunale i responsabili di frodi e reati contro gli ‘interessi finanziari della Ue’. Tra i 16 paesi (Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Romania, Spagna, Slovenia Slovacchia) non c’è l’Italia, che dopo gli ultimi Consigli Giustizia e Affari Generali ha precisato di volere che l’Eppo abbia un mandato e poteri di indagine più ampi. Ne abbiamo discusso con la docente ordinaria di diritto internazionale e dell’Ue, prof.ssa Nicoletta Parisi, che insegna all’Università di Catania e all’Università Cattolica di Milano.

 

Perché su un tema così delicato l’Europa si limita ad una cooperazione rafforzata di sedici Stati?

Il problema è che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che cambia il sistema delle fonti, gli Stati hanno cessato di spingere sulla cooperazione giudiziaria in materia penale. Ciò si verifica perché le decisioni quadro cessano di essere tali e diventano direttive e inoltre perché la Corte di Giustizia può valutare l’inadempimento degli Stati in ordine alle direttive che hanno contenuto penalistico, cosa che prima non poteva fare con le decisioni quadro. Tale controllo della Corte è piuttosto pesante, mentre prima con le decisioni quadro ciò non si verificava.

Lo spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia, da sempre al centro del dibattito sulla costruzione dell’Europa, appare oggi minacciato da eventi tragici come i recenti fatti di Londra. Dal Suo punto di vista, nel complesso si sono avuti o no dei progressi in questi anni verso la sua costituzione?

La maggior parte degli Stati non desidera più approfondire la cooperazione giudiziaria in materia penale e infatti, nell’ultimo programma della presidenza greca sullo Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia, un giorno prima che subentrasse il semestre di presidenza italiano, non si sono date soluzioni nuove. Si è tentato solo di portare a termine ciò che si era stabilito con il programma di Stoccolma[1]. Tutto ciò avviene anche perché, non essendo più lo Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia considerato terzo pilastro, esso viene trattato come se fosse mercato interno: si ha quindi una semplice cooperazione comunitaria, piuttosto che improntata anche a un modello diplomatico. Ciò significa che, di fronte a un avanzamento sul piano delle norme, la prassi non è andata di pari passo, adottando opportuni strumenti di diritto penale.

A che punto ci si trova nell’armonizzazione tra Stati membri che dovrebbe ispirare la cooperazione europea in ambito di sicurezza e giustizia?

Tutto langue, anche sul fronte della procura europea[2], perché in realtà, rispetto al negoziato partito sulla proposta della Commissione – che andava bene, perché risentiva dello spirito del programma di Stoccolma – gli Stati ne hanno diminuito la portata. Si era immaginata una procura realmente costruita su un modello verticale, in cui il procuratore avrebbe distribuito la competenza agli Stati e avrebbe proceduto con investigazioni secondo un proprio regolamento, esercitando la competenza in ordine ai fatti di frode agli interessi finanziari dell’Unione, anzitutto, in un’accezione larga delle competenze di Eppo. Ma si è poi accertata anche l’inesistenza della volontà di continuare su quella proposta, seppur ‘dimagrita’; da qui, la lettera dei sedici Stati, che dicono di essere disponibili ad andare avanti. Tale volontà parte purtroppo dalla proposta di procuratore europeo non per come originariamente inteso dalla Commissione, ma a seguito del freno posto dal lavoro diplomatico degli Stati. In altri termini, gli Stati che non hanno voluto la procura per come prevista dalla Commissione, hanno cercato di affossarla e, pur non essendoci riusciti, sono comunque riusciti a peggiorare la proposta. A questo punto, se si volesse essere onesti intellettualmente, si dovrebbe partire, all’interno della cooperazione rafforzata dei sedici, dalla proposta originaria della Commissione. Invece è stato fatto un gioco al ribasso. Siccome poi, in questo momento, nessuno Stato ha interesse ad avere un procuratore europeo forte, il negoziato per l’adozione di un regolamento in cooperazione rafforzata partirà senz’altro da una proposta per come uscita adesso dal negoziato tra i sedici.  Nessuno vuole un procuratore forte, per le stesse logiche per cui lo Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia non va avanti, perché cioè una Unione europea molto forte sul piano dell’esercizio delle competenze penalistiche, in questo momento di populismo non è ben accetta. I governi che devono barcamenarsi tra sponde populiste e sponde euroscettiche hanno paura a fare una proposta coraggiosa, che possa far pensare ad una parte dell’elettorato che noi stiamo cedendo ulteriori porzioni di sovranità all’Ue. È un discorso assolutamente miope, come lo sono le politiche di questi tempi, ma purtroppo è la realtà.

Il criterio dell’indipendenza del  procuratore europeo può risentirne attraverso il meccanismo della cooperazione rafforzata che si vuole adottare?

No, la cooperazione rafforzata non incide sull’indipendenza del procuratore europeo, ma sulla dimensione relativa all’esercizio di competenze da parte dello stesso, che lavorerà in questo caso per sedici Stati invece che ventisette. Il problema che si pone in questo modo è che viene a mancare l’efficienza del sistema più che la sua indipendenza, perché in realtà il contrasto alle frodi deve attuarsi su un piano transnazionale, in quanto abbiamo un mercato interno, a Ventisette Stati, dove è difficile individuare una condotta situata per intero entro un solo ordinamento nazionale. Quindi, se questa condotta si situa in due Stati, uno dei quali è ‘sottoposto’ a Eppo e l’altro no, il meccanismo diventa molto complesso: significa che Eppo dovrà fare un accordo con lo Stato terzo rispetto a Eppo, ma non rispetto all’Ue, per poter decidere il modo in cui esercitare la propria competenza; per esempio, nel raccogliere le prove all’interno di un procedimento che si sta svolgendo dentro ad uno Stato che è sotto Eppo. Quindi, il meccanismo diventa molto farraginoso.

Procedere in tal senso pregiudica il rispetto del principio di uguaglianza?

Senz’altro! Se il mercato interno si fonda sul principio di non discriminazione sulla base della cittadinanza, quindi dell’appartenenza nazionale, in realtà una procura siffatta alimenta il cosiddetto ‘forum shopping’, cioè la possibilità che la persona che voglia frodare gli interessi finanziari dell’Unione vada a cercare l’ordinamento nel quale il contrasto a questo tipo di condotte è più fragile. Si cercherà un luogo in cui delinquere al di fuori degli Stati che partecipano ad Eppo, così da essere più difficilmente raggiungibile. Ne consegue che il mercato interno si fraziona, quanto alla tutela penale di fatti che incidono sul mercato interno, perché è innegabile che le frodi incidano sul mercato interno: pregiudicano gli interessi finanziari dell’Unione e quindi il bilancio.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore