domenica, Luglio 21

Giustizia: ergastolo, un digiuno per abolirlo I giuristi bocciano il populismo penale al Governo

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L’appuntamento è per il 10 dicembre. Quel giorno l’Associazione Liberarsi dà il via alla campagna contro il carcere a vita, l’ergastolo. Giornata non scelta a caso: il 10 dicembre è l’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. La campagna, al momento sostenuta anche da Associazione ‘Fuori dall’ombra‘, da ‘Yairaiha Onlus‘, ‘Ristretti Orizzonti‘ e dalla ‘Comunità Papa Giovanni XXIII‘ fondata da Don Oreste Benzi, comincerà con una giornata collettiva di digiuno.

Non è quella che si dice una campagna popolare, e più che mai di questi tempi. La cosa non sembra scoraggiare i promotori. «La  vita dell’ergastolano è una schiavitù di tutti i giorni della settimana, di tutte le settimane dell’anno e di tutti gli anni della sua vita», sostengono. «Gli ergastolani sono chiusi per un’intera vita in un piccolo spazio, dove quel niente che capita oggi capiterà anche domani e dopodomani ancora. Per questo non c’è giorno in cui un condannato alla pena perpetua non pensi alla morte, perché solo la morte, nella maggioranza dei casi, può liberare gli ergastolani dalle catene».

E ancora: «È difficile combattere l’ergastolo, perché questa terribile condanna non dà sconti, non dà scampo. Scontare l’ergastolo è come giocare a scacchi con la morte: non puoi vincere perché è una pena senza tempo… Penso che l’ergastolano possa perdere la speranza di uscire, ma non dovrebbe mai perdere la forza di lottare per far sapere alla società che una sofferenza inutile non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati».

Battaglia, iniziativa certamente impopolare. Ma in definitiva non si fa altro che chiedere l’applicazione di quanto prescritto dalla Costituzione. L’articolo 27 recita: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4]. Non è ammessa la pena di morte».

E’ di tutta evidenza, la contraddizione: se una pena deve tendere alla rieducazione del condannato, stabilire che non sarà possibile mai e in ogni caso recuperarlo, significa escludere che questa rieducazione, per quanto difficile e perfino improbabile, possa accadere.

Proseguono le polemiche sula riforma della prescrizione proposta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Dopo gli avvocati penalisti e molti magistrati scende in campo l’Associazione italiana dei professori di Diritto penale (AIPDP). Esprimono «forte preoccupazione per la gestione della ‘questione penalenel suo complesso, nell’attuale situazione politica». Giorni fa, durante le audizioni convocate dalla commissione Giustizia della Camera, tutti i rappresentanti dell’accademia italiana avevano sottolineato gli effetti negativi che l’abolizione – di fatto – della prescrizione dopo il primo grado di giudizio avrebbe sul sistema giudiziario. Una proposta che l’Aipdp definisce «pura propaganda…priva di qualsiasi rapporto con i problemi di oggi»e perché rischia «di avere un impatto distorsivo, se non devastante sul sistema».

E’ il complesso delle politiche del governo in materia di giustizia, che viene condannato, bollato come il trionfo del «populismo penale…messaggi volti a coagulare consensi, a soddisfare unsentimento di giustiziarepressiva e vendicativa, e paure non sempre fondate su dati di realtà, spesso alimentate anche da una propaganda mirata».

Una condanna senza appello. Sostiene l’AIPDP: «In questo avvio di legislatura» – scrivono i giuristi – «il segno dominante, tipico del populismo penale, sono leggi usate come messaggi volti a coagulare consensi, a soddisfare un sentimento di giustizia repressiva e vendicativa, e paure non sempre fondate su dati di realtà. È dunque con profondo senso di preoccupazione che esprimiamo il disagio per la riduzione dei problemi del penale a temi di propaganda, e per prospettate torsioni tanto punitive sulla carta, quanto controproducenti per una ragionevole costruzione e difesa di una legalità rispettosa dei diritti di tutti».

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