giovedì, Novembre 14

Giustizia: da Leonardo Sciascia tre ‘contravveleni’ Se il magistrato gode il suo potere invece di soffrirlo

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E’ il 20 novembre di trent’anni fa: quel giorno un Leonardo Sciascia stanco, logorato da una malattia che non ha rimedio, finisce di soffrire. Un soffio; un chinar la testa di lato. La lunga agonia finisce. Uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento non è più: restano ‘solo’ i suoi libri, quello che ha scritto. Come ricordarlo, a trent’anni dalla morte, senza scadere nel cliché, senza precipitare nella retorica, nel banale e scontato? La cosa migliore forse è rileggere alcune sue pagine, sulla sua ‘ossessione’: la giustizia, e come viene amministrata.

Premessa necessaria: si parla di ‘errore giudiziario’. L’avvertenza è di tener sempre bene a mente il monito di Manzoni: quasi sempre si tratta di ‘errori’ ben visibili ed evitabili; e in particolare visibili ed evitabili proprio da parte di chi li commette: “trasgredir le regole ammesse anche da loro…”. E in conclusione: “se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa…”. E se Manzoni ne scrive all’imperfetto, noi, nel parafrasarlo, possiamo con buona coscienza usare il presente indicativo, e coltivare un certo timore per quel che riguarda un futuro prossimo. Si può altresì aggiungere che quando i principi ci sono, le regole si conoscono e si dispone anche di adeguati strumenti, allora l’’errore’ commesso cessa di essere tale: il fatto è che i principi non li si vuole prendere in considerazione; le si vogliono disattendere le regole; gli strumenti non li si vuole usare.

Per darsi spiegazione di come l’amministrazione della giustizia in Italia sia quella che è e che sappiamo, Sciascia azzarda che «deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano l’arbitrio. Quando i giudici godono il loro potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta giudicarli. E siamo a questo punto…».

Terminata l’avvertenza, si può cominciare con un brano de ‘Il giorno della civetta’; non quella dove il capo mafia espone la sua ‘classifica’ dell’umanità. Quella è suggestiva, ma ‘colore’. La pagina che conta, viene prima: quando il capitano Bellodi si interroga su come incastrare il capo mafia che ‘sente’ sfuggirgli dalle mani: «…E’ inutile oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diverrebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime…Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America…Bisognerebbe di colpo piombare sulle banche, mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende: revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…».

La seconda pagina esemplare, la si ricava da ‘Il contesto’. L’ispettore Rogas è a colloquio con un alto magistrato, il presidente Riches. Quest’ultimo espone la sua idea di giustizia: «Prendiamo la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anch’essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dall’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi…».

L’errore giudiziario non esiste, conclude il magistrato; e dopo aver individuato in Voltaire, e il suo ‘Traité sur la tolérance a l’occasion de la mort de Jean Calas’, il punto di partenza da cui si è cominciato a erodere, a mettere in discussione la sacralità del giudice-sacerdote, conclude: «La sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere, e sarà, quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più: non c’è mai stato. Ma ora viene il momento di teorizzarlo, di codificarlo. Perseguire il colpevole, i colpevoli, è impossibile, praticamente impossibile, tecnicamente. Non è più il cercare l’ago nel pagliaio, ma il cercare nel pagliaio il filo di paglia…».

Terza e ultima citazione, da ‘Una storia semplice’; che tutto è meno che semplice. Complicatissima, anzi, nella sua ‘semplice’ narrazione. Si vada alla pagina in cui il vecchio professore viene interrogato dal suo ex alunno, diventato magistrato inquirente.

Si ricorda di me?”. “Certo che mi ricordo”, fa il professore. “Posso permettermi di farle una domanda?…Poi gliene farò altre, di altra natura…Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?”. “Perché aveva copiato da un autore più intelligente”. Il magistrato scoppiò a ridere. “L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…”. “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”, disse il professore. “Con meno italiano, lei sarebbe ancora più in alto”. Ecco, può bastare. Consideriamoli, questi testi, una sorta di contravveleno; testimonianza, per dirla con Renè Char, di ‘fantastica amicizia’ da opporre ai “tempi dei monti furenti” che tocca vivere e patire.

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