domenica, Luglio 21

Giustizia, colpevole anche se il tatuaggio non c’è «Nella gestione della giustizia in Italia vediamo miglioramenti»

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Di solito si raccontano storie fantastiche che sembrano vere. Più raro imbattersi in storie vere che sembrano fantastiche. Questa, della serie: Bastava guardare se l’accusato aveva tatuaggi… Non è difficile, vero? Non ci vuole molto per verificare se una persona si è tatuata o no… Basta spogliarla e si vede, non c’è bisogno di fare tante perizie, analisi, ricerche. Il tatuaggio o c’è o no. E se non c’è, allora la persona che si cerca è un’altra. Non ci vuole molto…

Non ci vuole molto neppure a finire in carcere. 28 maggio 2018 di un anno fa. Domenica, un piccolo paese vicino Pavia. Si conoscono praticamente tutti; tutti praticamente sanno tutto di tutti. G.d.L. quella domenica non se la potrà dimenticare mai. Quel giorno i carabinieri si presentano a casa sua. Gli notificano un ordine di custodia cautelare in carcere; l’accusa parla di violenza sessuale.

La denuncia viene da una ragazza romena di vent’anni, prostituta. Dice di essere stata aggradita a Milano, zona Fiera. Un uomo in taxi l’abborda, concorda il da farsi e il quanto; i due si appartano. Lei è giovane, ma ci tiene alla salute. Se l’uomo vuole fare certe cose, basta pagare, però, preliminarmente deve usare il preservativo. L’uomo non ne vuole sapere; lei dice di no, lui insiste. Alza la voce, si fa violento. La ragazza dice che alla fine, con la forza, l’uomo ottiene quello che vuole; non si accontenta della violenza. Le porta via il denaro, la tramortisce, la scaraventa fuori dal taxi, si dilegua.

Arrivano altre prostitute in soccorso. La ragazza si ricompone, denuncia tutto ai carabinieri. Hanno una traccia: il tipo di automobile del violentatore, alcuni numeri della targa. E’ così che i carabinieri arrivano a G.d.L.

L’uomo rivendica la sua innocenza; non viene creduto. Finisce in cella, accusato di violenza sessuale e rapina. Passano settimane, mesi. La ragazza racconta che il violentatore aveva tre tatuaggi: uno tribale sulla spalla destra; il secondo sulla coscia, sempre destra; il terzo, infine, sull’interno del polso destro. Affermazioni circostanziate e precise. Peccato solo che G.d.L. non abbia tatuaggi, né sulle spalle, né sulle cosce, né sui polsi; e neppure nel resto del corpo.

Dunque? Al processo, il Pubblico Ministero chiede comunque la condanna del tassista a 7 anni e 8 mesi di reclusione. Il Tribunale di Milano però emette una sentenza di assoluzione: il fatto non sussiste. Dal giorno dell’arresto al giorno della sentenza di assoluzione trascorrono otto mesi. G.d.L. li passa in carcere, con quell’infamante accusa sul capo. Per tre tatuaggi che non ha, non ha mai avuto.

Ecco una altra storia ‘fantastica’. Un uomo piantonato in ospedale. Si chiama Giorgio M., ha 72 anni. Le sue condizioni di salute sono definite ‘gravissime’. Deve scontare una condanna per bancarotta fraudolenta; finisce in carcere. I suoi 72 anni e il grave stato di salute non bastano per risparmiagli la cella. Lui è incosciente, in coma.

La moglie e i familiari non sanno darsene pace: «Avevamo chiesto che finisse i suoi giorni a casa, ma il Tribunale di Sorveglianza ci ha negato anche questo, nonostante vi fosse un parere favorevole del Pubblico Ministero».

Giorgio M. patisce una grave disabilità invalidante. La cartella clinica parla di epilessia, diabete mellito di secondo tipo, encefalite posterpetica e decadimento cognitivo di grado severo (Alzheimer grave), trapianto della cornea ed altro ancora. Praticamente è in fin di vita. I referti medici sono chiari. Il magistrato competente si è riservato di valutare la domanda, ha fissato l’udienza al prossimo 16 maggio. Chissà se Giorgio M. ci arriva a quel giorno…

Si dirà: sono casi penosi, ma isolati. Penosi sì. Isolati chissà. E quand’anche fossero…

L’ Europa ci osserva con sguardo accigliato, preoccupata per lo stato della nostra giustizia. Giustizia penale, e va da sé: è un problema dei soli italiani; ma per la giustizia civile, sono sensibili anche oltralpe: dal momento che anche i cittadini di altri paesi devono farci, letteralmente, i conti. «Nella gestione della giustizia in Italia vediamo miglioramenti. Ce ne dovrebbero essere di più: c’è un cambiamento in meglio, ma è piuttosto lento», dice la commissaria europea alla Giustizia Vera Jourova, presentando a Bruxelles la nuova edizione dello ‘Eu Justice Scoreboard’, dedicato all’amministrazione della giustizia civile ed amministrativa, quella che ha un maggiore impatto sul funzionamento dell’economia (i dati sono del 2017; mancano per Cipro e Regno Unito): «Il numero dei casi pendenti sta calando in modo consistente nelle diverse categorie, ma rimane il più alto dell’Ue per le cause civili e commerciali. E il tempo che serve per risolvere le cause civili e commerciali in primo grado è aumentato l’anno scorso e rimane tra i più lunghi dell’Ue». In Italia servono più di 1.200 giorni per chiudere una causa civile in Cassazione, più di 800 per il secondo grado e oltre 500 in primo grado. «La lunghezza dei procedimenti è calata in Italia del 15 per cento rispetto al 2010 nella giustizia amministrativa, ma le sfide rimangono, in particolare nei gradi di giudizio più alti», dice Jourova. Tra i grandi Paesi, in Spagna, che pure è uno dei peggiori, per chiudere una causa civile in terzo grado occorrono circa 600 giorni, la metà rispetto all’Italia; in Germania poco più di 200, in Francia poco più di 400.

Per quanto riguarda la qualità «c’è spazio per migliorare, in particolare gli incentivi per usare sistemi alternativi di risoluzione delle dispute e la disponibilità di strumenti digitali per la gestione dei tribunali; in più il numero dei giudici rimane uno dei più bassi dell’UE». La percezione dell’indipendenza dei giudici – secondo il rapporto – è migliorata nel 2018, sia tra i cittadini che tra le società. Ma l’impatto sull’economia è ancora sottovalutato.

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