lunedì, Dicembre 16

Giro d’Italia: quando lo sport divide Le tre tappe Gerusalemme, Haifa-Tel Aviv, Be'er Sheva-Eilat scatenano la protesta dell'Autorità nazionale palestinese. L’Ambasciata di Palestina in Italia parla di politicizzazione dell’evento. E’ violazione del diritto internazionale

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Giro d’Italia con boicottaggio quello partito oggi, l’edizione 101, che per la prima volta nella sua centenaria storia è partito da fuori Italia, da Gersualemme, per la precisione.
Oggi la prima tappa a Gerusalemme, poi domani i 167 chilometri da Haifa a Tel Aviv,  infine domenica da Be’er Sheva a Eilat sulle sponde del Mar Rosso.
Un Giro che non era ancora iniziato ed era già diventato un caso diplomatico. Ieri il Ministero degli Esteri del Governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha diramato una nota nella quale sostiene di guardare con «estrema preoccupazione al modo in cui Israele pianifica di sfruttare ilGiro d’Italia‘, che prenderà il via domani da Gerusalemme, diffondendo la sua versione colonialista sulla Città Santa e sui territori palestinesi occupati».
«Sin dal primo momento in cui il Ministero ha saputo di questa iniziativa, ha intrapreso una serie di contatti e discussioni con gli organizzatori e con il Governo italiano, esprimendo il proprionocategorico a qualsiasi violazione dello status legale dei territori palestinesi occupati», interventi che ci sono stati confermati oggi dall’Ambasciata di Palestina in Italia. Gli organizzatori, prosegue la nota, «avevano assicurato che la gara non sarebbe passata per la terra palestinese occupata».  Invece, «il tragitto della gara include il passaggio per 10 chilometri a Gerusalemme» , attraversando anche «insediamenti israeliani» , senza contare che «il punto di partenza sarà a Gerusalemme occupata», e questo rappresenta «una grave violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu», prosegue il comunicato.

Nei giorni scorsi, a mobilitarsi contro la partenza del Giro d’Italia da Israele promuovendo il boicottaggio, era stato BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), sigla che si batte per la causa palestinese chiedendo, appunto, ‘boicottaggio, disinvestimento e sanzioni’ nei confronti dello Stato ebraico. Campagna che BDS ha lanciato con l’hashtag #ShameOnGiro e che inviata a ‘rovinare’ la festa del Giro, facendo fare al medesimo -accusato di essere stato arruolato dalla campagna di propaganda di Israele con una «mazzetta da mille milioni di dollari»-,   un tuffo nella realtà. Realtà rappresentata, secondo BDS, da città palestinesi lungo la rotta  del Giro distrutte e bonificate etnicamente da Israele nel 1948, leggi e politiche di ‘apartheid’ di Israele,  politica razzista del Governo israeliano con annessa graduale pulizia etnica nei confronti dei palestinesi.

I giornali palestinesi in lingua araba questa mattina sembravano ignorare la vicenda, a farla da padrone è il 6° venerdì della  Grande Marcia del Ritorno -organizzata dal movimento islamico di Hamas al confine tra la Striscia di Gaza e lo Stato ebraico-, e i lavori che hanno portato alla rielezione di Abu Mazen (Mahmud Abbas) alla testa dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Il solo quotidiano che affrontava il tema era il ‘Palestine Chronicle’, non a caso testata diffusa in lingua inglese. Un servizio non firmato presenta semplicemente la questione rilanciando la campagna di ‘BDS’.

L’Ambasciata di Palestina in Italia ci spiega che la rappresentanza diplomaticasi è da subito rammaricata per l’evidente politicizzazione del Giro d’Italia. Non è un caso che il materiale pubblicitario pubblicato sul sito ufficiale del Giro inizialmente contenesse l’immagine di Gerusalemme Est come sfondo della prima tappa in Israele: come se Gerusalemme Est, occupata da Israele nel 1967 insieme a Gaza e alla Cisgiordania, fosse veramente parte di Israele”.

Il Sindaco israeliano di Gerusalemme Ovest, Nir Barkat, ci dicono i funzionari dell’Ambasciata “felice di ospitare le prime tappe del Giro d’Italia e coerentemente con la politica di annessione perseguita dal suo Governo, già a settembre proclamava spudoratamente: «Gerusalemme, la capitale dello Stato di Israele, è aperta a tutti». Una frase che ancora rimbomba, specialmente all’indomani della dichiarazione del Presidente Trump, che, in linea con la posizione israeliana, pochi mesi dopo ha deciso di spostare a Gerusalemme l’Ambasciata statunitense“.
La Farnesina avrebbe assicurato la rappresentanza diplomatica palestinese a Roma che il giro non avrebbe toccato i Territori Occupati.

A dimostrazione che intorno al Giro ruotino interessi politici oltre che economici”, proseguono dall’Ambasciata, “ricordiamo come il Governo israeliano abbia voluto sottolineare la coincidenza temporale di questo prestigioso evento sportivo con il 70esimo anniversario della creazione di Israele nel 1948, che per il popolo palestinese ha rappresentato la Nakba, la ‘catastrofe’ di un intero popolo. Quel che è peggio, abbiamo osservato come il 30 novembre, in seguito al ricatto di due Ministri israeliani, il sito ufficiale del Giro abbia deciso di rimuovere l’aggettivo ‘Ovest’ dalla denominazione ‘Gerusalemme Ovest’ che avrebbe correttamente descritto la prima tappa, prevista in Israele: il Ministro della Cultura e dello Sport Miri Regev e il Ministro del Turismo Yariv Levin avevano minacciato che il Governo israeliano non avrebbe partecipato all’evento sportivo se la definizione di Gerusalemme Ovest non fosse stata modificata, e sono stati accontentati”.

Al di là del ricatto economico”, proseguono dall’Ambasciata, “la motivazione della richiesta fornita dai Ministri israeliani fosse squisitamente politica e contraria al diritto internazionale. Secondo il loro comunicato, infatti, «Gerusalemme è la capitale di Israele: non vi sono Est e Ovest». Ciò costituisce una distorsione della realtà e contraddice le Risoluzioni 242, 338 e seguenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per cui Gerusalemme Est è stata occupata da Israele nel 1967 insieme alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Parliamo della città che è la legittima capitale dello Stato di Palestina: non riconoscere Gerusalemme Est come capitale dello Stato di Palestina significa non riconoscere la soluzione dei due Stati”.
Cedendo alle pressioni politiche di Israele, gli organizzatori del Giro d’Italia hanno assecondato una pretesa di annessione condannata da diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, assumendosi una responsabilità politica che non solo non gli compete, ma che differisce dalla posizione politica espressa ufficialmente dalla comunità internazionale, compreso lo Stato italiano”.

Nel comunicato di ieri del Ministero si lamentava l’inganno «sul percorso della gara» , annunciando che il Governo palestinese «farà ricorso al diritto internazionale per sanzionare tutti coloro che sono coinvolti nella questione, che si tratti di ong, di Paesi o di qualsiasi altra parte».

Siamo molto lontani, ci dicono dalla rappresentanza diplomatica a Roma, “da quel ‘Giro della Pace’ di cui alcuni hanno parlato, perché in nessun modo questo evento sportivo affronta la questione che ad oggi impedisce il conseguimento della pace in Medio Oriente: l’occupazione dei Territori Palestinesi da parte dello Stato di Israele. Per realizzare un evento di pace, gli organizzatori avrebbero dovuto quantomeno consultare la parte palestinese”, cosa che invece non sarebbe avvenuta.

A tutt’oggi nessun pronunciamento della Farnesina si è registrato sulla diatriba, che dall’Ambasciata palestinese a Roma auspicano non si trasformi in un incidente diplomatico.

Secondo le informazioni giunte in giornata, quando la prossima settimana il giro sbarcherà in Italia ad attenderlo vi saranno manifestazioni e boicottaggi targati BDS.

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