giovedì, Luglio 2

Giovani contro anziani nella lotta per vivere Un neodarwinismo distorto dove prevale non il più adatto, ma quello più forte che riesce a sopraffare chi è divenuto debole. L’idea di levare di mezzo l’anziano, che diviene un mero concorrente nella società competitiva, in cui la mia vita ha qualche chance se si tolgono gli anziani che ‘rubano’ ai giovani ciò che questi ultimi non riescono più ottenere

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Pensiero lento vs velocità elettronica

I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano ma di pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio per 8 minuti e 46 sec. sul suo collo. Nell’incivile America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli esseri umani neri dalla schiavitù alla segregazione razziale)

Si vive per vivere o si vive per non morire? L’apparente ovvietà trascolora se ne approfondiamo l’interno manifestarsi. Detto in altro modo, per fortuna l’essere umano non può nulla contro la morte nella sua lotta per la vita. Si nasce, si vive, si muore, il resto sono ammennicoli, in una fulminante vignetta, come sempre, di Altan, uomo di cultura, a cui darei qualche incarico istituzionale, senza vincoli e lacciuoli.
Viste le alternative gigginesche, dibbatiste, cavernicole, penta stallati grillizzati vincitori della lotteria della vita. Delle varie destre vi è poco da ricordare.

Ma è proprio vero che siamo esentati dall’inizio alla vita e dalla fine di questa, riagganciati dopo ad un pregresso nulla cosmico? Questa meccanicità apparente -nascita, vita, morte- è caricata di condizioni, simboli, possibilità, opportunità, che ne differenziano palesemente il corso, a seconda di dove come a quali condizioni nasciamo. In una favela brasiliana o nel centro opulento di una città occidentale? Tra montagne caucasiche, altipiani boliviani o a Pechino, Monterrey, New York, Roma, Parigi? Appare dunque subito evidente che la casualità del venire al mondo sia sempre meno così lasciata al caso naturale, determinandosi precise differenziazioni, disparità, opportunità, a seconda della collocazione di status nella scala sociale, sicurezza economica e chances professionali di carriera e di successo.

I progressi delle scienze e delle tecniche fanno sì che nasciamo sempre meno in modo casuale con mezzi di fortuna e che diveniamo più partecipi del miglioramento della qualità della vita. Salvo ritrovarci in un pianeta che sta distruggendo mari,monti, aria, per cui ad un elevamento degli indicatori di sopravvivenza fa sempre più da contrasto la diffusione di patologie connesse ad un progresso che ha da tempo imboccato una strada, secondo molti scienziati, senza ritorno.
Assalto alla natura, salto di specie natura/società, come il virus dovrebbe, forse se capiremo -e qui i dubbi aumentano- insegnarci.
Naturalmente penso ai fortunati che se lo possono permettere per alimentazione, istruzione, salute con sistemi sanitari dalle performances elevate, ma soprattutto eque per tutti, anche per i meno avvantaggiati. Eccetto, ad esempio, dunque, in Lombardia, dove una sanità convenzionata privata ha scommesso sui profitti di diagnostiche consistenti,lasciando al bistrattato inutile burocratico pubblico di occuparsi della cura con minorevaloreaggiunto’ (orrido termine, insomma cure con pochi margini di guadagni), mentre quelle più ricche ed appetibili vengono scelte dal privato! Mentre nei seri Paesi europei è lo Stato che acconsente ai privati di contribuire alla sanità collettiva ma determinando le linee guida a cui il privato deve attenersi, se no, nisba, non c’è trippa per gatti!.
Un sistema, quello lombardo, che avrebbe (uso il condizionale, leggete bene, perché l’affermazione spetta alla Magistratura) compromesso migliaia di vite con l’epidemia da coronavirusCovid-19, che si scatenò non per maledizione divina, ma perché invece di poter essere curati a casa gli infettati vennero in massa trasferiti nelle case di cura o nelle strutture ospedaliere. Attendiamo con giustificata attenzione le determinazioni che la magistratura riuscirà ad evidenziare, con eventuali corpi, quelli dei morti, del reato.

Dunque, oltre una casualità etnica del dove nascere, la pandemia da Covid-19 ha messo a nudo diversi filamenti di un discorso la cui articolazione,difficoltà, e complessità tiene conto delle condizioni generali in cui diverse Nazioni, paesi e contrade si sono trovate nel fronteggiare l’andamento pandemico.
In Italia ha fatto venire alla luce, ha contribuito a far apparire il re nudo, esposto ad una dinamica pandemica, la condizione in cui già prima di tutto questo diverso vivere, che i fenomeni sociali e culturali erano stressati da dinamiche insostenibili. Insomma, un Paese già da decenni iscritto in un percorso di progressiva arretratezza nei suoi indicatori economici, culturali, di competenze, solidali.
Così, invece di riuscire, oltre agli sforzi non miracolosi ma degnamente umani, di un personale sanitario già depresso, sfoltito oltre misura, insufficiente per strutture presìdi sanitari sul territorio, appunto elargiti ad un privato pur avanzato, a determinare condizioni non episodiche di solidarietà e di uno stringersi idealmente a distanza tra sodali od estranei, i cascami epidemici, si spera non solo per una sofferenza al caldo, mettono in evidenza dinamiche e posizioni consolidate che danno da pensare.

Al riguardo è di questi giorni una tendenza che non andrebbe lasciata lì, priva almeno di qualche riflessione. Difatti nella ricerca condotta dall’Osservatorio Censis-Tendercapital dal titolo un poco criptico, ‘La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19’ viene evidenziato che ben 5 giovani su 10 in emergenza «vogliono penalizzare gli anziani nell’accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche».
Questo dato, a rifletterci bene, manifesta con inusitata brutalità esserespia e sintomo di ritardi,inadempienze, errori, collusioni,spartizioni, evasioni, commistioni tra uno Stato in lento, ma stoico declino senza tentennamenti, e l’incapacità sempre più evidente di portare a soluzione i mille rivoli dei problemi che questo Paese evidenzia da troppo tempo. Dai problemi storici di cui il primo resta a tutt’oggi non volontà, la cosiddetta madre di tutti i problemi,l’ammontare difurtofiscale dalle imposte, perpetrato nel corso di decenni, quella che con vanesia coloritura ottimistica ormai viene denominata ‘evasione fiscale’, che diversi enti indipendenti stimano essere tra 110 e 180 miliardi di mancata riscossione di denaro che lo Stato non percepisce e per cui fa troppo poco. Dovendo sostenere oltre alle nostre spese per servizi anche quelle di chi li utilizza senza versare nulla. Scandalo nazionale che ogni tanto viene tirato in ballo per ricordare che certo se ci fosse una seria azione politica… bla bla. Significa dunque un bacino di voti cui nessun politico corrente, ma anche quelli passati, non un leader vero che guarda al futuro intergenerazionale, vuol rinunciare.

Dunque, la pandemia, oltre a tutti i dolori e sofferenze procurate, diviene una miccia incendiaria di una frattura e conflitto intergenerazionale che vede contrapposti i giovani agli over 65 per buona parte arrivati alla fine dalla propria carriera lavorativa potendo contare su qualche proprietà e risparmi procurati in decenni di lavoro continuativo. Nel complesso potendo vantare buona salute, «con vite appaganti e una riconosciuta utilità sociale». Contro di loro vi sono i giovani per il «49,3% dei millennials (ovvero chi ha tra i 23 e i 39 anni, il 39,2% della popolazione) ritiene che nell’emergenza sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani; inoltre il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) è convinto che sia troppa la spesa pubblica per gli anziani a danno dei giovani».

Non sono proprio opinioni che lascerebbero tranquilla nessuna politica che avesse seriamente a cuore il bene di chi si è conquistato negli anni con sacrifici e contributi il diritto di vivere con una visione almeno serena pensando al proprio futuro.
Questi dati, peraltro, appaiono in linea con gli orientamenti e le tendenze espresse dagli italiani negli ultimi anni e costituiscono l’
interfaccia di tendenze oramai consolidatesi nel nostro Paese. Difatti basta limitarsi a verificare i dati contenuti nell’ultimo Rapporto Censis 2019 dove emerge chiaramente che gli italiani appaiono stressati diffidenti ed affascinati, proprio perciò, dall’uomo forte’.
Perché più sei frustrato, in difficoltà, senza prospettive, più si vagheggia l’intervento del ‘super eroe’ che rimetta miracolisticamente le cose a posto facendogliela vedere ai… poteri forti.
Era cominciato così lo pseudomiracolo italianodel già pregiudicato di Arcore e gli intelligenti hanno potuto constatare come sia andata a finire quasi nel… baratro. Poi venne il vento dell’antipolitica ed il Vaffa day, che tutto avrebbe distrutto, che non è rivoluzione che è fenomeno serio bensì rivolta, ammuina, forzature autoritarie pericolose, in quel 2007, anno in cui si formava uno strano ircocervo, il Pdgià allora contenitore vecchio sin da quei giorni incapace di comprendere le pulsioni che andava esprimendo il ventre della società, la forma distorta di modernità satura di veleni che andava esprimendo la modernità ed il nuovo capitalismo globale. Infatti, dopo venne la crisi dei sub prime l’esplosione delle bolle speculative con mercati borse e capitalismo a picco.
Già nel
2017 il Censis parlava della formazione di unrancoresociale, virato nel Rapporto dell’anno seguentenell’espressione di una nuovacattiveriasociale. Con il 3 italiani su 4 propensi a non fidarsi degli altri ed un 48% che voleva un uomo forte al potere che «non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai)».

Questioni su cui un Paese serio civile si sarebbe oltremodo preoccupato, con tendenze e pulsioni pericolose in un Paese che storicamente ha avuto intanto una dittatura fascista, e poi dopo, interi pezzi delle istituzioni e dei servizi segreti deviati tramare neanche tanto nell’ombra per sovvertire l’ordinamento sempre meno democratico del Paese.

Dall’altra parte, vi sono giovani, talora figli di quei 60-65nni, privati e privi di diritti, precarizzati da cicli economici che in altri Paesi hanno ricevuto sostegni in termini di quozienti familiari e benefits per cercare di entrare in un mondo del lavoro che a scala globale si è contraddistinto negli ultimi decenni per un allargamento smisurato e pericolosissimo della forbice delle disuguaglianze. Disastronon solo per l’economia nel suo complesso, quanto soprattutto per gli effetti di disintegrazione di un tessuto di coesione sociale, tra una progressiva concentrazione delle ricchezze ed una diffusione di precarizzazione cancellazione dei diritti alla persona e sul lavoro, di cui i lavoretti dei riders, i fattori di nuova generazione, di Uber Just Eats Amazon costituiscono le punte di…diamante, si fa per dire.

Questo clima di progressiva contrapposizione tra deboli o tra anziani, portatori ancora di alcuni diritti, per quanto erosi, e di tanti giovani, i quali, nonostante il generalizzato abbassamento qualitativo delle competenze delle conoscenze e di un livello culturale ormai in genere scaduto tra influencer ed ammennicoli social vari, determinano una sorte di guerra tra chi dovrebbe togliere il disturbo per aver già dato e ricevuto, poco o tanto, e nuove generazioni mandate allo sbaraglio di un mondo lavorativo dove le tradizionali coperture, in primis il diritto alla persona, del passato hanno lasciato il posto ad una competizione accentuata in una guerra di tutti contro tutti, in un ritorno ad Hobbes con il suo homo homini lupus. Con migliaia di giovani, per lo più laureati e con skills professionali riconosciuti in altri Paesi, ma non qui da noi, dove rimangono i garantiti di padre in figlio, organizzazioni criminali, lavoro nero illegale criminale, ed una miriade di lavoretti che non riescono ad essere più una piattaforma per il futuro. Quanto piuttosto caratterizzarsi per una cristallizzazione della propria persona senza avanzamenti significativi in termini professionali e lavorativi. Dunque diventando grandi e talvolta adulti dovendo essere ancora ‘giovani’ mantenuti dalle entrate familiari. Come sovente accade contando sulle pensioni di quei vecchi che fin lì sono riusciti a metter da parte qualche risparmio.
Quella che si viene così generando diviene una forma rinnovata di«nuovo rancore sociale, alimentato e legittimato da una inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione del longevo come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche».

In tempi antichi, il vecchio del villaggio della comunità o della famiglia veniva accompagnato a morire, assumendo la vita come un divenire di vita e morte. Oggi dinanzi alle nuove, vecchie, frustrazioni giovanili, viene alimentato uno stato d’animo improntato ad un’idea di levare di mezzo l’anziano, che diviene un mero concorrente nella società competitiva, in cui la mia vita intanto ha qualche chance di manifestarsi se si tolgono gli impedimenti costituiti dagli anziani cherubanoai giovani ciò che questi ultimi non riescono più ad ottenere nella mortificata e bloccata scala della mobilità sociale.
Una sorta di neodarwinismo distorto dove prevale non il più adatto, ma quello più forte che riesce a sopraffare chi è divenuto debole per lo scorrere degli anni.

Mala tempora currunt… ed intanto i figli fuggiti all’estero, per esperienza diretta, non hanno alcuna intenzione di tornare in Italia, il Paese dove si era strombazzato un grottesco rientro dei cervelli. Qualcuno è tornato, ma aveva già un curriculum formatosi all’estero ed in qualche caso le porte della competenza e non del ladrocinio concorsi truccati candidati ignoranti si sono aperte. Per quelli cui lo Stato italiano avrebbe dovuto provvedere a fornire mezzi, strumenti, risorse per finire di formarsi qui da noi non vi sono molte speranze, né fiducia… e poi ci sono beceri ignoranti imprenditori della paura che blaterano tra un mojito ed una nave delle Ong affondate di prima gli italiani. Un vaffa cosmico glielo regaliamo… senza malincuore, ma con qualche tristezza per figli che non vediamo. Rompendo tutte le reti di affetto solidarietà e comunanza….

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.