sabato, Luglio 4

Giorni difficili per la politica. Ma la rovina arriva da lontano Un politico, di cui non farò il nome, che in questi giorni gode di una visibilità ingiustificata, si ostina a volersi occupare di interessi collettivi quando dovrebbe prima risolvere i propri

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Viziare in figlio o trascurarlo. Operazioni che sembrerebbero esaurire i propri effetti all’interno delle mura domestiche, ma tutti sappiamo che non è così, perché basta gettare lo sguardo nella vita dei nostri compagni di viaggio e, con un filo di onestà, pure nella nostra, per rendersi conto che siamo come sfere su un tavolo da bigliardo, le cui traiettorie sono influenzate, quando non addirittura decise, da quelle altrui. L’effetto è amplificato quando l’ex bambino, che non sempre diventa ex, si dedica ad attività suscettibili di influenzare grandi gruppi umani, e accade di frequente perché la politica è un magnete attrattore per molte persone sbagliate, che cercano l’azzardo della seconda possibilità.

Sarebbe stato facile, se lo avessimo voluto, formulare previsioni a proposito di un politico, di cui non farò il nome, che in questi giorni gode di una visibilità ingiustificata, frutto del combinato disposto di un paio di fattori precisi.

Da una parte la sua natura francamente attoriale, un guitto di estrema abilità, capace di attirare l’attenzione su di sé, proprio come quei minori reduci da un passato in cui agli adulti sfuggì qualcosa di importante.

Dall’altra, la famelicità della televisione e dei media in genere, che creano e consumano con rapidità sovrumana, piccole mitologie senza futuro, riconsegnandole poi ad un’insoddisfazione disperante, suscettibile di scagliarsi contro cittadini innocenti. Ai media dobbiamo la mini-rinascita di un personaggio oramai divenuto patetica caricatura della maschera che aveva cercato di vendere agli italiani, superficiali quando devono scegliere i propri rifermenti, rapidi a disfarsene tirando metaforici sciacquoni.

Potremmo soprassedere, in fondo si tratta di un soggetto che fa e disfa in solitudine. Le persone di cui si circonda, infatti, piegate dalla sua abilissima natura manipolatoria, sono solo tappezzeria, imbarazzanti fan club dove lo spirito critico è lo stesso dello psicotico che si crede la reincarnazione dello scià di Persia.

Si, potremmo soprassedere, in fondo costui provvede da solo a infliggere un costante logoramento al proprio appeal, oramai ridotto alle dimensioni di un francobollo, come giusto che sia.

Certo, soprassedere, sennonché, insensibile ai rovesci e incapace di guardarsi dentro, si ostina a volersi occupare di interessi collettivi, tra i quali sono inclusi quelli dei miei figli, di persone a me care, di cittadini in carne e ossa che stimo, portatori del diritto di essere governati da politici che prima di mettere mano ai problemi degli altri dovrebbero sentire il bisogno di risolvere i propri, soprattutto quella parte che interferisce con la percezione di ciò che è collocato fuori dalla propria pelle.
Quando dico propri, mi riferisco anche a quelli relativi ad alcuni familiari stretti, da anni oggetto di indagini e processi, per ipotesi di reato che non somigliano al parcheggio in seconda fila, circostanze che dovrebbero suggerire a chi grida forte, nella speranza di distrarci, o si tuffa indifferente nelle acque limpide di un’isola caraibica mentre sulla spiaggia c’è un cadavere, che i sondaggi qualche suggerimento, lo stanno fornendo e che la quarantena può applicarsi anche fuori dall’ambito sanitario. Basta volerlo, occorrono però solidi requisiti adulti, incompatibili con l’attitudine di fare i bulletti solo per farsi notare.

L’angoscia dell‘insignificanza è un gravame che tutti, nessuno escluso, condividiamo, ma quando l’attenzione verso il proprio sé prende tanto sfacciatamente la mano, palesando preoccupanti carenze di realismo o totale assenza della misura, come malinconicamente registrato in queste ore, bisogna fare una pausa. Forse è il caso di mettersi davanti allo specchio, attività che già immaginiamo incessante, ma stavolta con finalità diverse dalle solite, e magari poi farsi dare una mano da qualche affiliato eccellente, uno del mestiere, meglio se condivide i medesimi eccessi di autostima, così ipertrofici da spingere a un rispetto sacrale verso la propria persona, la propria corporeità, che si manifesta persino quando si fa la pipì. Momento di grande raccoglimento per costoro che, in segno di devozione alla propria figura, le mani preferiscono lavarsele prima dell’azione liberatoria, prima del contatto sacrilego.

Individui, ostinatamente individui, lupi solitari, incapaci di attingere anche solo il livello della dualità o sfiorare il tema, decisivo quando si fa politica, del genuino interesse per i concittadini, non più sgabello al servizio della propria ambizione smisurata, da imbonire con trucchi verbali a cui oramai abboccano sono gli amici e gli amici degli amici, come ricordano mestamente i sondaggi.

Un brutto spettacolo, epilogo malinconico, come nella pellicolaPolvere di Stelle, con gli insuperabili Alberto Sordi e Monica Vitti, quando i protagonisti, guitti di paese, dopo avere goduto di una fama casuale ma folgorante per il tempo in cui durò l’occupazione americana a Bari, si ritrovano in galleria a rievocare quei giorni, che li avevano sottratti alla paura dell’insignificanza, ancora lei.

Che tristezza, ancora più triste il destino degli accoliti, che fanno a gara a chi porta per primo le pantofole e si illudono di essere qualcuno per scoprire di non essere diversi da Franco Nicolazzi, segretario del Partito Socialista Democratico Italiano, colui che con il suo due per cento poteva tenere in vita il governo, a cui il grande Fortebraccio dedicò uno dei più urticanti aforismi della storia della satira politica. ‘Si ferma una macchina, si apre uno sportello. Non scende nessuno. Era Nicolazzi’.
Alla piccola corte dei miracoli che osanna l’epigono di Alberto Sordi, dico,ricordatevi di avere dei figli che vi guardano, vi ascoltano, e se non lo fanno adesso, lo faranno quando sfoglieranno i link di questa epoca, che passa in fretta ma può lasciare tracce indelebili nella loro sensibilità.

Un vecchio paziente perse la stima del padre perché, davanti al figlio, si fece umiliare da un addetto alla pista dell’autoscontro, senza reagire.

Basta poco, i diritti del proprio ruolo bisogna saperli difendere, con la sola arma a disposizione. La dignità.

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