giovedì, Ottobre 1

Ginevra 2, il gioco delle parti field_506ffb1d3dbe2

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Ginevra 2

 

Oltre trenta Paesi invitati, incluso il Vaticano. Parte dell’opposizione siriana e i delegati di Bashar al Assad seduti a un tavolo comune. E, come monito, una carneficina di oltre 100 mila morti, che le Nazioni Unite hanno smesso di contare per l’inaffidabilità delle fonti, da fermare non con le bombe, ma con la mediazione politica.
Sulla Conferenza di pace per la Siria, il 22 gennaio a Montreux e il 24 gennaio nella non lontana Ginevra, pesa la grande assenza dell’Iran, invitato dall’Onu all’ultimo minuto ma poi ritiratosi, per l’accavallarsi dei veti incrociati e la non disponibilità ad accettare le vaghe «precondizioni» decise, il 30 giugno 2012, durante la prima e sommaria intesa di Ginevra 1 tra Stati Uniti, Russia e loro rispettivi alleati sul Governo di transizione creato per l’uscita di scena di Assad.
A due anni e mezzo dalla bozza, nessuno si sarebbe sognato che un intervento militare sarebbe stato bloccato da un accordo tra Mosca, Washington e il Cremlino, sulla distruzione delle armi chimiche di Damasco. E neanche che, grazie all’elezione del nuovo Presidente iraniano Hassan Rohani, la Repubblica islamica sarebbe tornata a dialogare con gli Usa, stringendo un accordo sul nucleare civile.
Molte cose sono cambiate rapidamente, riabilitando parzialmente Teheran agli occhi dell’Occidente. Ma, nello scacchiere mediorientale, gli interessi dei due blocchi che, storicamente dividono l’Islam sciita dalle monarchie sunnite wahabite del Golfo sono rimasti contrapposti: una spaccatura che neanche americani e russi, organizzatori della Conferenza di Ginevra 2 sotto l’egida dell’Onu, con tutta la loro buona volontà sono riusciti ad attenuare.
Da una parte, a Ginevra, ci sono i rappresentanti dell’asse dei non allineati: la Russia, fornitrice di armi di Damasco, la Cina, rimasta nell’ombra nel conflitto ma leale nel porre il veto agli Usa in Consiglio di Sicurezza all’Onu e, naturalmente, la Siria, fedele alla teocrazia sciita iraniana.
Dall’altra i ribelli della Coalizione nazionale siriana (Cns), guidata dagli oppositori siriani all’estero vicini alla Fratellanza musulmana e finanziata dagli Stati del Golfo: in primo luogo, l’Arabia Saudita accusata di armare, con spregiudicatezza, anche i qaedisti e jhadisti che infestano Iraq e Siria, per estendere la sa egemonia in Medio Oriente.
Nel mezzo, c’è una fascia di potenze sempre più ampia -dall’Italia agli Usa, dalla Gran Bretagna alla Turchia islamica, inizialmente grande supporter del Cns- che, allarmata dal dilagare dell’offensiva qaedista nella regione, avrebbe preferito, pur sussurrandolo a bassa voce, la presenza dell’Iran al tavolo delle trattative.
Sul no finale, tuttavia, ha pesato la decennale alleanza degli Usa e di Israele con Riad, difesa a spada tratta anche dalla Francia. Eppure, a scopi propagandistici e geopolitici, anche a Teheran fa comodo mantenere la storica divisione con il nemico saudita: trattando a Ginevra 2, da convitato di pietra, sottobanco, piuttosto che in prima linea.

 

L’iraniano Farzan Sabet, fondatore del sito indipendente ‘IranPolitike ricercatore al Graduate Institute di Ginevra, in Svizzera ci ha spiegato i risvolti politico, diplomatici e strategici della grande tavola rotonda.

Il potere dell’Iran in Siria, e in generale in Medio Oriente è addirittura più grande di quello russo. Anche il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha sottolineato la necessità della partecipazione di Teheran alla Conferenza di Ginevra 2, salvo poi fare marcia indietro. Arabia Saudita, Qatar e Turchia, grandi supporter dell’opposizione, sono invitati. L’Iran, alleato di Assad, no. A suo avviso, i negoziati in Svizzera possono essere risolutivi e credibili, anche senza la presenza della Repubblica islamica?
La prospettiva di avanzare una soluzione politica sulla Siria, come prefisso nei comunicati di Ginevra, è a rischio comunque, indipendentemente dalla presenza dell’Iran. Se i rappresentanti di Teheran avessero accettato, ci sarebbe stata la minaccia credibile del ritiro dell’opposizione. In questo caso, la presenza dell’Iran avrebbe esacerbato ancora di più il clima già pesante. Ciò non significa che la Repubblica islamica non sia cruciale per arrivare a un accordo finale sulla guerra civile in Siria. Come principale sostenitore del regime di Assad, dovrà probabilmente essere presa in larga considerazione. In ultima istanza, l’Iran sarà presente, in un modo o nell’altro, per quanto non necessariamente al forum multilaterale di Ginevra 2. Teheran ha altre strade, per far sentire la sua influenza nei negoziati.

A settembre Damasco ha accettato di consegnare e distruggere le sue armi chimiche e, al momento, la Siria è divisa da una guerra civile. In questa cornice, è legittimo porre l’uscita di scena di Assad come precondizione per l’inizio dei negoziati di pace? Inoltre, l’Iran ha rifiutato di accettare «precondizioni». Così sarà per sempre, almeno ufficialmente?
Dalle prove che abbiamo, il regime di Assad ha il pieno sostegno dell’Iran. Ma sappiamo anche che Teheran non è del tutto contento del suo operato – per esempio, su come ha gestito, nel marzo 2011, le prime proteste pacifiche della popolazione, o sull’uso delle armi chimiche questa estate. Inoltre, gli iraniani sono molto realisti sulla prospettiva, a lungo termine, del regime di ricatturare tutta la Siria, al momento altamente improbabile. Così, a lungo termine, pur di preservare almeno in parte i loro interessi nel Paese, gli iraniani potrebbero accettare un’alternativa, in sostituzione ad Assad. Ma, come per i negoziati sul nucleare, la Repubblica islamica difficilmente accetterà precondizioni, finché sentirò di avere ancora una forte mano libera. Finora non ha bisogno di cedere. Non è la cosiddetta ‘comunità internazionale’, né l’opposizione in esilio che determina queste dinamiche. Bensì, piuttosto, l’equilibrio militare sul campo di battaglia. E, al momento, il regime sta facendo sufficientemente bene.

È giusto, in una Conferenza di Pace che aspira a essere realmente democratica, per esempio non invitare tutti i rappresentati curdi siriani, che stanno, anche loro, combattendo per una loro regione autonoma?
Non sono particolarmente esperto di politica interna siriana, dunque non posso esprimermi con un alto livello di sicurezza su questo tema.
In ogni caso, quel che gli osservatori possono notare è che molti dei gruppi influenti sul terreno siriano non saranno presenti Ginevra 2, inclusi i curdi del Pyd (considerato la sponda siriana del Pkk) e altri partiti curdi. Può qualsiasi risultato raggiunto a Ginevra effettivamente venire attuato in Siria? Se la risposta è sì, allora tutti questi gruppi dovrebbero essere, a un qualche punto, inclusi nel processo.

La Russia ha fatto pressioni per la presenza dell’Iran a Ginevra 2. Il Segretario di Stato americano John Kerry, prima di fermare l’invito, ha affermato vagamente che i «rappresentanti dell’Iran sono benvenuti, se accetteranno la transizione politica democratica in Siria». Certamente Washington si trova a mediare tra l’opposizione della Cns e Mosca. Tuttavia, negli ultimi mesi si è avuta l’impressione di un generale riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, così come tra Stati Uniti e Iran e, in ultima istanza, anche tra Stati Uniti e Iran. Pensa che realmente il Presidente Obama voglia l’esclusione dell’Iran ai negoziati in Svizzera?
Le dinamiche sui negoziati nucleari sono diverse da quelle sulla Siria, non dipende da Obama. Se le differenze sui temi energetici si stanno restringendo, non necessariamente questo può migliorare la cooperazione sulla Siria. Detto in altri termini, sul nucleare l’Iran può sentirsi in una posizione dove può (o deve) fare delle concessioni sul suo programma, nel momento in cui gli Stati Uniti sono pronti a negoziare e togliere parte delle sanzioni, forse permettendo anche un programma iraniano civile. Al contrario, sulla Siria Teheran non si sente al punto di poter fare concessioni. E, in questo caso, non sta sedendo a un tavolo con gli Usa, piuttosto sta fronteggiando l’Arabia Saudita, le altre monarchie del Golfo… con le quali le relazioni restano tese.  Il tavolo dei negoziati nucleari con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania, ndr) è più piccolo, le differenze minori e le relazioni più congeniali. I partecipanti di Ginevra 2, viceversa sono molto più numerosi e vari. E il sentimento anti-iraniano è anche molto più forte. Certo, in concreto, se l’Amministrazione Obama avesse voluto includere l’Iran, non avrebbe insistito così tanto sulle precondizioni. Per qualsiasi ragione, sembra che, quanto meno, al momento gli Usa non vedessero la necessità di Teheran ai negoziati. E questo, nei fatti, significa che l’Iran è stato escluso.

Il Presidente iraniano Rohani, in ogni caso, è atteso a Davos, in Svizzera, per il World Economic Forum dal 22 al 25 gennaio, con tutta probabilità accompagnato da una delegazione governativa. È plausibile che, off the record, colloqui non ufficiali sulla Siria possano occorrere comunque, in Svizzera, tra l’Iran e l’Occidente?
Mettiamola così, non è implausibile. Come accennato, Teheran non ha bisogno di essere presente alla Conferenza di Ginevra 2 per esercitare la sua influenza, scambiare punti di vista e negoziare. In forma limitata, questo dialogo può avvenire nell’ambito dei prossimi incontri sul nucleare per il 5 +1, in Oman, o anche altrove. La Siria potrebbe essere anche nell’agenda iraniana, dietro le quinte a Davos, seppure non tra i temi al primo punto.

Da una parte, il Governo siriano ha inviato in anticipo la sua lista di rappresentanti a Ginevra e proposto, questa settimana, uno scambio di prigionieri tra esercito e ribelli, riconoscendo, di fatto, i «terroristi» come controparte. Dall’altra parte, i Ministri dei Assad hanno dichiarato «inutile» la Conferenza di pace,. Anche per Amr Mussa, ex Segretario della Lega Araba, i negoziati in Svizzera non porteranno ad alcuna soluzione. Anche lei è pessimista?
A Ginevra 2 possono essere realizzate cose utili, ma, tra queste, non passi concreti verso una soluzione politica in Siria. In questo senso, non sono ottimista. I fattori decisivi non solo sul tavolo, nessuna delle due parti è pronta a negoziare e concedere. Attori chiave, come l’Iran e la linea dura degli islamisti tra l’opposizione, non sono presenti. L’importante, a mio avviso, è mantenere viva l’idea e i meccanismi per una soluzione politica e, magari, fare delle conquiste sul fronte umanitario e su altri aspetti. Rendere effettiva la transizione politica, tuttavia, non appare realistico, per come è stata messa in piedi la Conferenza.

Stati Uniti ed Europa, non soltanto il Medio Oriente, sono minacciati da al Qaeda, il cui potere si sta incredibilmente allargando in Siria, Iran e anche attraverso altri Paesi come la Turchia, la Russia… Il proliferare dei jihadisti è, al momento, la maggiore preoccupazione dell’Occidente. Per fermare questa avanzata, gli Usa dovranno necessariamente trattare con l’Iran, anche se la Conferenza di Ginevra 2 in Svizzera sarà infruttuosa. Quanto centrale e cruciale è Teheran per combattere al Qaeda?
Per l’Iran al Qaeda e il marchio di Islam sunnita che promuove sono sia motivo di preoccupazione per la sicurezza interna, sia per la politica estera.  Il Paese si è dovuto confrontare spesso con al Qaeda e i suoi affiliati. Nel 1998, i talebani uccisero una dozzina di iraniani e Teheran era sul punto di dichiarare guerra. Ma l’Iran ha affrontato al Qaeda anche in Iraq, Libano e ora forse anche Yemen. Il tema è prioritario anche visto in una prospettiva domestica. Circa il 10% degli iraniani sono sunniti e la maggioranza di loro risiede in contesti socio economici marginalizzati e in regioni di minoranza etnico-linguistica. Il queste aree periferiche – Sistan-Baluchistan, Khuzestan e, in misura minore, le province curde – Teheran continua a fronteggiare le minacce dirette dei terroristi che si ispirano ad al Qaeda. Si può arrivare a sostenere che tra le maggiori componenti degli sforzi iraniani in Siria c’è prevenire con forza la salita al potere degli anti-iraniani di al Qaeda e di altri gruppi sunniti della linea dura.  Perciò la Repubblica islamica può essere davvero centrale e cruciale nella lotta ad al Qaeda. Questa probabilmente, è una delle aree di maggior sovrapposizione di interessi con l’Occidente.

Eppure Israele resta al fianco dell’Arabia Saudita, contro il dialogo con l’Iran, e anche attraverso l’Iran, nella regione.
Per ostacolare l’accordo sul nucleare, Tel Aviv minacciò di arrestare i negoziati con la Palestina, riaperti recentemente. La scorsa settimana, il Premier Benjamin Netanyahu annunciò l’ok alla costruzione di nuovi insediamenti in Cingiordania e, in merito, ha poi richiamato gli Ambasciatori europei. Combattere al Qaeda, anche attraverso l’Iran a Ginevra 2, è anche nell’interesse di Israele. Stare con Riad, invece, significa, in ultima istanza, stare con i gruppi jihadisti. Perché Israele mantiene questa linea?
Sui calcoli strategici degli israeliani potremmo riempire volumi. Tel Aviv ha interesse a far arretrare il programma nucleare iraniano tanto quanto è possibile. Dunque, su questo fronte, può cooperare con i sauditi. Ma ha anche interesse a veder cadere il regime anti-israeliano di Assad e finché i gruppi jihadisti non andranno al potere, rappresentando una minaccia diretta, il tema sarà meno importante del nucleare. Israele continuerà ad appoggiare Riad, felice di vedere i due lati che si insanguinano l’un l’altro. Va detto che, mentre Tel Aviv è sospettato di aver, in passato, direttamente finanziato gli affiliati di al Qaeda Jundullah in Iran, non ci sono prove credibili che, al momento, direttamente o indirettamente, appoggi questi gruppi in Siria o lungo i suoi confini. Se, un giorno, i jihadisti trionferanno in Siria, Israele potrebbe volgersi esplicitamente contro questi gruppi e, per estensione, anche contro i sauditi e le monarchie del Golfo, in quanto loro benefattori stranieri.

 

 

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