venerdì, Novembre 15

Giappone: nuovo Imperatore, nuova Costituzione? Il Giappone entra nell’era Reiwa, il Primo Ministro Shinzo Abe ora può revisionare la Costituzione per formare un esercito nazionale? Abe, di sicuro, non troverà sostegno nel nuovo Imperatore

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Il Giappone è appena entrato nell’era Reiwa. Lo scorso 30 aprile, l’Imperatore Akihito ha ceduto il trono al figlio Naruhito. Finisce così l’era Heisei, finisce l’era dell’Imperatore figlio di Hirohito, il quale aveva ‘fulminato’ il mondo con il disegno geopolitico di una ‘Grande Asia’ durante la Seconda guerra mondiale. Il nuovo Imperatore mantiene la linea pacifistadel padre Akihito. Resta da capire se la nuova era imperiale sarà quella in cui il Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, riuscirà a compiere una revisione costituzionale per dotarsi di un Esercito di offesa.

Infatti, Shinzo Abe propone da tempo una revisione dell’Articolo 9 della Costituzione giapponese, in vigore dal 3 maggio 1947. Una Costituzione che era stata imposta dagli Stati Uniti d’America, in chiusura del Secondo conflitto mondiale, per prevenire e neutralizzare future espansioni militari e futuri disegni imperialisti nella regione asiatica da parte dell’esercito nipponico. Già durante il suo primo mandato come Primo Ministro, tra il 2006 e il 2007, Shinzo Abe aveva proposto la revisione dell’Articolo 9, intitolato «La rinuncia alla guerra».

L’Articolo in questione recita così: «Nella sincera aspirazione alla pace internazionale, basata sulla giustizia e l’ordine, il Popolo Giapponese rinuncia per sempre alla Guerra quale sovrano diritto della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per la risoluzione delle dispute internazionali. Allo scopo di raggiungere l’obiettivo (…), le forze di terra, di mare ed aree, così come le altre potenzialità belliche, non saranno mai mantenute. Non sarà riconosciuto il diritto dello stato alla guerra».

Il Governo di Abe ha più volte proposto la revisione dell’Articolo, ma senza mai riuscire a rendere concreto l’intento -almeno per quanto riguarderebbe un esercito non solo difensivo, come attualmente permette l’interpretazione dell’Articolo 9. La richiesta di Abe è quella di inserire nell’Articolo il riconoscimento delle Forze di autodifesa, ovvero le forze armate nipponiche, in  modo da non rischiare che possa essere ritenute, in futuro, non costituzionali. Nel 2013, all’inizio del suo secondo mandato come Primo Ministro, Abe ha  spesso ripreso l’argomento. La formazione di un esercito completo e capace di difendersiattivamente’ è da tempo nell’agenda dell’Esecutivo giapponese. Un Esercito che tornerebbe utile e rassicurante in una regione molto agitata: le tensioni nella penisola coreana e l’ambiguo disegno strategico-militare cinese nell’Oceano Pacifico sono le principali cause di agitazione.

Sul ‘South Cina Morning Post’, Jeffrey Kingston, professore americano alla Temple University Japan, scrive: «Mentre la generazione che ha vissuto la Seconda guerra mondiale esce di scena e le tensioni aumentano nella regione, le circostanze non sono favorevoli per promuovere il pacifismo e la riconciliazione, favorendo così il nazionalismo bigotto prevalente, ad oggi, nella classe dirigente che governa il Giappone».

Aggiungiamo, inoltre, due questioni rilevanti: le dinamiche interne al Giappone e le dinamiche date dalle alleanze internazionali. A partire dal 2013, movimenti di destra sono emersi nella politica nipponica: l’ex sindaco di Osaka, Toru Hashimoto, e l’ex governatore di Tokyo, Yoichi Masuzoe, hanno guidato l’ascesa della destra nipponica. Il loro partito di appartenenza, Japan Innovation Party, aveva proposto un referendum nazionale sulla revisione dell’Articolo 9. Ma anche l’attuale governatore di Tokyo, la liberal-democratica Yuriko Koike -Ministro della Difesa nel primo Governo Abe-, ha suggerito che il Primo Ministro riveda l’interpretazione dell’Articolo 9 per consentire al Governo di esercitare il diritto all’autodifesa collettiva. Il Giappone politico ha chiesto, più volte, una revisione, ma la questione non deve essere confinata all’isola.

Di fatto, il Giappone è, da decenni, un solido alleato degli Stati Uniti: già Barack Obama appoggiava una parziale revisione, mentre di recente Donald Trump ha più volte espresso il suo sostegno ad un Giapponemilitarizzato’ nella regione. Non a caso, l’ultima esercitazione congiunta della NATO si è svolta nel Pacifico: regione che preoccupa il mondo ‘occidentale’ e che, secondo molti osservatori, potrebbe rappresentare il prossimo terreno di scontro in caso di guerra mondiale.

Senza entrare in scenari drammatici di guerra e conflitto internazionale, gli Stati Uniti hanno appoggiato a più riprese una revisione dell’Articolo 9. Tutto ciò in funzione anti-cinese, oltre che per consentire ai giapponesi di ripararsi dal pericolo nucleare posto dalla Corea del Nord. Inoltre, un equipaggiato e numeroso Esercito giapponese potrebbe, poi, servire ad affiancare gli alleati occidentali nelle varie operazioni militari internazionali. Insomma, per il Giappone e per gli alleati giapponesi una revisione dell’Articolo 9 può sembrare più che legittima ed idonea -date le circostanze-, ma se fino ad ora il Governo Abe non ci è riuscito è per motivi radicati nel tessuto socio-politico giapponese.

Infatti, il Governo Abe si fonda sull’alleanza tra Partito Liberal Democratico (LDP) -partito a cui appartiene Abe- e Komeito, partito buddhista di centro.  Nel 2017, Shinzo Abe, all’apertura del suo quarto mandato, ha proiettato il termine ultimo per approvare una revisione all’Articolo 9 all’anno 2020. Prima, però, che le forze giapponesi possano mai combattere oltremare, la revisione deve ottenere i due terzi dei voti da entrambi le Camere del Parlamento giapponese ed essere approvata da un referendum popolare. Pur rappresentando l’ala più conservatrice e nazionalista del partito, Shinzo Abe affronta la memoria della storia novecentesca del Giappone e della cultura del ‘pacifismo’. Nel 2017, i sondaggi davano in crescita la percentuale di popolazione a favore di una revisione dell’Articolo 9, anche considerando la minaccia nordcoreana: il 45% a favore (5 punti percentuali in più rispetto il 2016), 46% contrari (4 punti percentuali in meno). Più recentemente, Abe ha denunciato un apparente boicottaggio delle richieste del Governo di favorire il reclutamento nel corpo militare da parte degli enti locali.

In questo scenario, il nuovo Imperatore, Naruhito, sale al potere, ma senza avere potere. Sembrerà contorto, ma il Giappone del secondo dopoguerra impone la totale neutralità politica dell’Imperatore, oltre che la rinuncia ad essere definito tale per nomina divina -cosa che comporta la non totale ubbidienza del popolo giapponese. L’Imperatore giapponese, però, rimane forte simbolicamente perché rappresenta la Nazione e l’identità nazionale. Tutto questo entro il limite della corte imperiale. Infatti, l’Imperatore e la famiglia imperiale non hanno diritto di voto e non possono interferire con le decisioni politiche del Governo  -o la politica in generale.

Una visione che si discosta dal dato costituzionale ed ufficiale la fornisce lo stesso Jeffrey Kingston, secondo il quale: «Dati i rapporti freddi di Akihito con il Primo Ministro, Shinzo Abe, e la loro divergenza di opinione sulla storia (intendendo il revisionismo sugli avvenimenti della Seconda guerra mondiale, ndr), quando l’Imperatore aveva annunciato, nel 2016, la sua decisione di abdicare, si era pensato che fosse un modo per rinviare la revisione della Costituzione pacifista sulla quale Abe insiste da anni». Dalle sue parole scorgiamo dei sottili giochi politici che potrebbero dimostrare quanto l’idea dell’Imperatore possa influire -anche indirettamente- sulla politica governativa. Non è un segreto che il Primo Ministro e l’Imperatore non sono concordi sulle questioni storiche e costituzionali. D’altronde, il primo Governo Abe era caduto per via di una volontà  -ritenuta eccessivamente forte dai giapponesi- di revisionare le responsabilità giapponesi nella guerra di aggressione condotta negli anni Trenta e Quaranta del Novecento in Asia. Ma, come ricorda la Costituzione: «L’imperatore (…) non avrà nessun potere di governo».

Ma non tutti hanno gradito l’era Heisei e il ‘mandato’ di Akihito: è il caso di Shukan Kinyobi, noto settimanale di ‘Japan Times’, che indica l’Imperatore uscente come colui che si è «impegnato a liquidare ogni responsabilità del padre, Hirohito, circa la condotta imperialista e la guerra di aggressione giapponese perpetrata in Asia, oltre ad aver consolidato la sudditanza del Giappone agli Stati Uniti». Quasi denunciando una reiterata azione politica e storica da parte dell’Imperatore uscente, in modo da verticalizzare il rapporto tra Washington D.C. e Tokyo -a sfavore dell’ultima.

Invece, Jeffrey Kingston parla dell’Imperatore uscente, Akihito, come un uomo che «è riuscito ad agire entro i limiti imposti dalla Costituzione, diventando, suo malgrado, un simbolo dell’opposizione all’amnesia selettiva dei revisionisti. Lui ha continuato ad onorare le vittime della guerra scatenata dal padre, Hirohito, anche quando l’élite politica si spostava verso idee nazionaliste e revisioniste. Il figlio, Naruhito, ha davanti a sé un esempio difficile da emulare, ma tutto sembrerebbe indicare che anche lui condivida il senso della missione e l’atteggiamento progressista del padre». Rendendo chiaro che se mai ci sia una connessione -seppur indiretta e sottile- tra la volontà imperiale e quella governativa in materia di revisione costituzionale, continuerà ad essere di opposizione anche con il nuovo Imperatore. L’era Reiwa prosegue sulla linea tracciata dal padre in quella precedente. Shinzo Abe, di sicuro, non troverà sostegno nel nuovo Imperatore   -se mai sia possibile immaginarlo, dato il peso politico nullo dell’Imperatore.

Insomma, la revisione dell’Articolo 9 rimane unapatata bollente’ nelle mani del Governo Abe. La politica economica di Abe  -soprannominata ‘Abenomics’- ha disatteso le richieste del popolo giapponese, il quale rimane ancora legato alla figura simbolica dell’Imperatore. La revisione costituzionale non passerà dalle mani di Naruhito, come non lo era passata da quelle di Akihito. La linea ‘pacifista’ e conscia degli errori del passato viene trasmessa nella nuova era Reiwa, ma le circostanze regionali premono sul Giappone. A questo punto, potremmo dire che la revisione dell’Articolo 9 può aspettare. Shinzo Abe dovrà inventarsi qualcosa, ma un eventuale fallimento non potrà mai essere imputato all’Imperatore.

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