sabato, Ottobre 24

Giappone, Germania e il "pentimento" field_506ffb1d3dbe2

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Stellvertretender Staatspräsident China - Jinping

Bangkok – Il fatto che una delegazione cinese abbia compiuto una visita a Berlino nell’egida dei buoni propositi del Presidente Xi Jinping, una volta scoperto dall’uditorio più generale, ha svelato più di un aspetto controverso, soprattutto alla luce della risonanza che tale incontro diplomatico può avere nell’intero scacchiere asiatico. In realtà, l’elemento dominante di tale visita è stato macroscopicamente evidente ai più: conoscere la “via tedesca” al pentimento post Seconda Guerra Mondiale, per poi portare a casa una specie di “feticcio” diplomatico, una specie di trofeo da mostrare successivamente in Asia agitandolo davanti al volto del Giappone che quel pentimento non l’ha voluto compiere al cospetto delle atrocità commesse in buona parte d’Asia durante la Seconda guerra Mondiale. Per tutti questi motivi, Xi Jinping e il gruppo dei suoi collaboratori diplomatici, avevano considerato in secondo piano tutta la sequela di eventi pubblici che erano stati previsti, già distribuendo, come petali sparsi sul tappeto rosso, elogi verso la Germania che aveva compiuto nella sua Storia quei passi dolorosi lungo il cammino della contrizione mondiale.

Ebbene, mentre la delegazione cinese s’era immaginata già la scena e la possibilità di conseguire un certo tornaconto, almeno in termini d’immagine sul versante asiatico, la cruda realtà s’è dipinta di ben altri colori. La Germania e la Cancelliera Angela Merkel si sono mostrate tutt’altro che accondiscendenti verso questo progetto diplomatico ed hanno chiaramente confermato di non volersi fare in alcun modo sponda per il punto di vista cinese e di non voler essere coinvolte nel modus operandi cinese volto a costringere il Giappone nell’angolo della diplomazia internazionale, quasi fosse un Paese reietto e da abbandonarsi al suo destino fatto di isolazionismo e solitudine. Molto probabilmente i cinesi hanno compiuto un marchiano errore di valutazione, soprattutto equiparando la Germania al Giappone nel manifestare rimorsi vero il proprio operato in quei frangenti storici drammatici.

Il caso certamente finirà presto nel dimenticatoio generale ma per la Cina si tratta di un test importante e che dovrà far parecchio meditare nei tempi a venire. Secondo gli osservatori asiatici, ma anche del resto del Pianeta, il primo passo sbagliato che si può compiere in Asia, soprattutto da parte della Cina, è quello di utilizzare le stesse categorie interpretative per definire e analizzare il “caso” tedesco e quello giapponese, quasi fondendoli. Si tratta di un punto di vista di parte che fa perdere per strada elementi valutativi importanti. La Germania non è arrivata presto alla sua pubblica contrizione verso il male procurato a numerosi altri popoli negli anni della Seconda Guerra Mondiale. In effetti, si deve attendere di vedere la famosa foto che ritrae Willy Brandt inginocchiato al Mausoleo di Varsavia davanti al monumento ai caduti per mano nazista (“Genuflessione di Varsavia” 7 Settembre 1970), quindi circa trent’anni dopo i fatti dolorosi della Guerra Mondiale e dell’Olocausto. In precedenza, non vi sono state molte parole spese sui tremendi accadimenti degli Anni Quaranta caratterizzati in Europa dalla Germania nazista. C’è quasi un vuoto apparente, fatto di rimozione collettiva. Quando, però, si diffuse la foto dell’allora Cancelliere tedesco inginocchiato davanti al Monumento ai Caduti di Varsavia, gran parte del Continente (che all’epoca dei fatti storici era stato devastato e così profondamente ferito e soggiogato dai nazisti) hanno intuito che si trattava di qualcosa di importante, quello che stava accadendo non era solo un fatto di immagine, una celebrazione esteriore fatta per incassare successivamente il plauso mondiale, nella commozione, ci si rese conto che la Germania aveva compiuto un lungo cammino di riconquista interiore, una riconquista del Sé collettivo lunga, penosa e dolorosa.

Il lungo processo di coscientizzazione e comprensione del proprio stato, in Germania, è stato poi declinato in una chiave ben difficilmente equiparabile agli occhi asiatici, dove il più delle volte l’individuo trova il proprio senso d’essere all’interno di schemi sociali e culturali di riferimento che rimandano al gruppo, alla società nella sua interezza, alla massa ed alle regole ataviche che la guidano. Nel caso della Germania, infatti, si tratta di un processo lento e profondo che riguarda più i singoli soggetti che non la collettività astratta. Questo spiega perché in Germania raggiungono grandi numeri d’ascolto, tra gli spettacoli tv, quelli dedicati ai singoli soggetti che hanno caratterizzato quei tristi frangenti storici e non ai gruppi o alle masse.

Un altro motivo per il quale, sempre secondo gli analisti asiatici, non è possibile equiparare quanto accaduto in Germania con quello che non è accaduto finora in Giappone, è che la Germania nazista ha lasciato sul selciato della Storia un altro fardello pesante in modo totale ed incomparabile: l’Olocausto. La Germania post Guerra Mondiale, ha dovuto fare i conti, quindi, con un fattore assolutamente unico nella Storia dell’Uomo. E quindi non si tratta di singole e circoscritte dispute con una Nazione piuttosto che con un’altra. Nel “caso” tedesco, appunto, si è trattato di fare i conti con la propria coscienza, ogni individuo si è chiesto quale sia stato il suo ruolo, all’epoca dei fatti, sia che vi abbia compartecipato più o meno intensamente o ciecamente, sia che se ne sia stato in disparte senza intervenire.

I nazisti che maltrattavano e schernivano gli ebrei, senza alcuna limitazione verso i bambini, piuttosto che verso le donne o gli anziani, nei campi di sterminio e che oggi vediamo documentati in video e in foto in bianco e nero, sono momenti che ancor oggi lasciano sgomenti e lacerano la memoria collettiva, la memoria individuale, le coscienze di tutti e di ognuno in Europa esattamente come feriscono il cuore di gran parte dei popoli del Sud Est Asia e dell’Estremo Oriente le visite ufficiali annuali in Giappone, con tanto di presenza del Premier di turno, al Tempio scintoista Yasukuni dove sono custoditi i resti di gerarchi ritenuti “eroi della Patria” in terra nipponica mentre le Nazioni Unite li bollano come beceri autori di “crimini contro l’Umanità”.

Sempre secondo gli analisti, un’altra differenza tra il modo in cui la Germania s’è emendata e quel che in tal senso il Giappone finora non ha fatto, risiede nel fatto che anche le altre Nazioni europee in primis ma occidentali in senso più lato hanno coscientizzato d’aver esplicato violenza e sopraffazione, come è accaduto proprio nei confronti delle città tedesche letteralmente polverizzate dai bombardamenti. Anche in questo caso, vi sono disparità e differenze col Giappone sul quale furono sganciate due bombe atomiche al cospetto di una Nazione che non era affatto disposta a rivedere gli assunti base che erano stati la causa del dramma nucleare. In Asia, oltre all’astio mai sopito di tutti coloro che hanno subito le violenze dell’apparato militarista-dittatoriale nipponico durante la Seconda Guerra Mondiale, non vi è stata alcuna richiesta di espiazione giapponese e collateralmente nessun’altra Nazione ha svolto alcun operato in quella medesima direzione, anzi, più recentemente si sono aggiunte anche le numerose ed odiose questioni confinarie. L’esempio della Germania -successivamente reintegrata nel consesso civile europeo e mondiale- è ancora lungi dall’essere seguito dal Giappone in Asia, nonostante il fatto che proprio oggi la Germania dimostri di essere tornata ad essere la locomotiva economica del Vecchio Continente e che, quindi, riconoscere i propri limiti ed i crimini commessi nel Passato, possa essere una via di successo per conquistare pacificamente il Presente.

 

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