venerdì, Dicembre 13

Giappone: come faremmo senza migranti? In Giappone, le frontiere dell’immigrazione sono cambiate. Ecco cosa ci si aspetta dai prossimi anni

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Gli stranieri che approdano in Giappone sono sempre di più. Tra questi, spiccano i lavoratori nel settore edile. Come altre industrie in rapido invecchiamento nel Paese, anche l’edilizia è alla disperata ricerca di manodopera. Un terzo degli operai, infatti, supera i 55 anni, mentre i giovani sotto i 29 anni, sono solo l’11%. 

Ma non parliamo solo di edilizia. La popolazione in età lavorativa della Nazione, -quella di età compresa tra i 15 e i 64 anni-, dovrebbe diminuire di oltre il 40% nei prossimi 50 anni. Al contrario, quelli di 75 anni o più, soprannominati ‘super-anziani‘, saranno più di un quarto della popolazione. Nessuna industria, però, sente l’effetto dell’invecchiamento più del settore agricolo: qui, il lavoratore medio è 67enne e il 60% ha raggiunto 65 anni o più. La maggior parte dei loro figli, per giunta, è partita per la città in cerca di un lavoro d’ufficio più remunerativo.

Il quadro non può dirsi certo roseo. La società giapponese è quella che invecchia più rapidamente al mondo: le persone dai 65 anni in su rappresentano più di un quarto della popolazione e la quota si prevede che aumenterà ancora. Per far fronte all’aumento delle carenze di manodopera che questo invecchiamento comporta, il Governo si è rivolto all’immigrazione, anche se in numero molto ridotto e in gran parte senza alcun dibattito pubblico.

Ecco la soluzione, dunque. Gli immigrati. La domanda di lavoratori edili, ad esempio, si è intensificata in vista delle Olimpiadi del 2020. Facile incontrare per le strade uno dei 274.000 lavoratori stranieri impegnati nel programma di tirocinio sostenuto dal Governo dagli anni ’90 e diventato oramai una porta di accesso per stranieri non qualificati che altrimenti non sarebbero stati mai ammessi nel Paese. Negli ultimi anni, è questa una delle ottime ragioni per incentivare il lavoro degli stranieri in Giappone. E mentre il Governo nazionale ha affermato di voler promuovere la partecipazione della forza lavoro degli anziani e delle lavoratrici al di sopra dell’immigrazione, la forza lavoro straniera è in costante aumento, con una crescita all’incirca del 40% annuo. I dati parlano chiaro: il numero è quasi quadruplicato nell’ultimo decennio.

Il programma del Governo suddetto, però, non è proprio tutto luccichii. Richiede, infatti, ai tirocinanti di rimanere con lo stesso datore di lavoro per tre anni. Il fatto che poi non abbiano altro posto dove andare può rafforzare la mano del datore di lavoro e in alcuni casi provocare abusi, come straordinari non pagati o sotto-pagamenti. I tirocinanti sono scoraggiati comunque dal tornare nel proprio Paese prima di terminare il mandato di tre anni o di avere un figlio, e non possono portare il coniuge sul visto. Una situazione complessa.

Le pressioni dei media e delle organizzazioni internazionali hanno portato a una modifica della legge nel Novembre 2017, consentendo solo alle organizzazioni certificate di partecipare al programma di tirocinio. Sono state introdotte, inoltre, sanzioni penali per maltrattamenti ai lavoratori, mentre, una nuova agenzia governativa ha ricevuto un mandato legale per condurre ispezioni casuali. È stato anche creato un sistema di segnalazione che consente di riportare casi di abuso via e-mail, tramite numero telefonico o sito web. La maggior parte dei tirocinanti ora ha uno smartphone con sé e ha accesso Wi-Fi nei propri dormitori.

Il numero totale di residenti stranieri in Giappone è cosi cresciuto del 20% negli ultimi tre anni, raggiungendo 2,6 milioni nel 2017, ovvero il 2% della popolazione totale. A Tokyo, un abitante su otto diventato maggiorenne quest’anno, era straniero. Ma i politici rimangono riluttanti a richiamare l’attenzione su questa crescita o etichettarla come esito di decisioni politiche esplicite.

Perché lavorare per favorire l’immigrazione, da una parte e, allo stesso tempo, rifiutare di riconoscere tali azioni deliberate? Basta riflettere sul contesto giapponese stesso. L’essenza della società conserva una forte percezione dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane impopolare. Ma le cose cambiano e i politici devono farci i conti ed imparare a considerare gli immigrati come possibili soluzioni per tutte le conseguenze del costante invecchiamento.

Da dove vengono questi lavoratori di cui parliamo? Da Cina, Vietnam e Filippine. Sebbene il numero totale di lavoratori stranieri in Giappone sia piccolo rispetto a più di 3 milioni nel Regno Unito e in Germania, il cambiamento è notevole per una il Paese stesso.

Il premier Shinzo Abe ha fatto la sua parte: meno rigidità relativamente alla politica dei visti, prima molto diversa; questo ha quasi raddoppiato il numero di lavoratori stranieri arrivato a 1.28 milioni negli ultimi cinque anni. Dopo che il Governo si è reso conto che il Giappone stava affrontando una grave carenza di lavoratori – una stima del 2015 ha evidenziato il deficit a 170.000 – la sua amministrazione ha introdotto un programma di visti permanenti per i residenti nel 2017. Pare che il Governo vorrebbe creare ora una nuova classe di permessi di lavoro quinquennali per i lavoratori non qualificati nella speranza di attirare più di 500.000 nuovi lavoratori oltreoceano entro il 2025. Un progetto ambizioso le cui prospettive future appaiono più che buone. Le nuove linee guida dello scorso Giugno hanno attenuato i requisiti linguistici per i lavoratori stranieri nella costruzione, nell’agricoltura, nell’assistenza agli anziani e in altri settori. Sarà, inoltre, possibile per i tirocinanti prolungare la loro permanenza fino a 10 anni.

Ma non è tutto facile. L’immigrazione, infatti, rimane una questione spinosa ed alcuni esponenti nel partito al potere avvertono che permettere l’entrata di più immigrati causerà problemi economici e sociali. Così Abe, risponde: «Il mio Governo non ha intenzione di adottare una cosiddetta politica di immigrazione».

«Chiunque gira per il Giappone, da Hokkaido a Tokyo a Okinawa, sa che c’è una crescente diversità nelle scuole e nei luoghi di lavoro», ha affermato Jeff Kingston, docente alla Temple University. «I datori di lavoro sanno quanto siano essenziali [i lavoratori stranieri]e questo riconoscimento si sta diffondendo, il Giappone è una nuova destinazione per l’immigrazione ed è necessario altro per aumentare le sue prospettive economiche future».

Insomma, i lavoratori stranieri sono ormai ovunque: nei negozi di alimentari, nei campi per la coltivazione di frutta e verdura, nelle fattorie e nelle società di consegna. Finora le discussioni si sono incentrate su questioni come il numero di lavoratori temporanei che dovrebbero essere ammessi, per quanti anni, e se il Giappone abbia bisogno di un’immigrazione permanente per far fronte alla popolazione in calo. È anche ragionevole aspettarsi una maggiore promozione dell’immigrazione nel Giappone rurale a più lungo termine, poiché queste sono le aree che continuano a spopolarsi di più.

A livello comunale, i servizi offerti ai residenti stranieri continueranno probabilmente a migliorare, anche se sarà necessario affrontare le questioni più complesse, come quella dell’integrazione. Poiché un maggior numero di immigrati si stabilisce nelle città giapponesi, sarà necessario prendere in considerazione alcuni mezzi.

E la popolazione giapponese come sta reagendo? Anche se molti, prendendo spunto dalle tensioni in Occidente sull’immigrazione, sostengono che una politica più aperta dovrebbe essere evitata, tuttavia, il costante allentamento delle regole sulla migrazione non ha portato a divisioni sociali viste altrove. «Il Giappone, come tutti gli altri paesi, ha problemi razzisti, ma il crimine di odio e l’incitamento all’odio sono relativamente rari e la questione non è stata politicizzata: nessun partito ha abbracciato la xenofobia», ha detto Kingston. 

Certo, un dialogo più aperto sull’immigrazione è in ritardo. Se il Governo dovesse continuare a lavorare per aumentare gradualmente la popolazione straniera senza esplicitamente dirlo, probabilmente, arriverà un punto in cui tutti ne prenderanno atto e rio riterranno responsabile.

Il Giappone potrebbe non sembrare un Paese di immigrazione tradizionale, quello dalla porta aperta e dall’accesso facile alla piena cittadinanza, ma, ormai, immaginiamo che le sorprese saranno molte.

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