lunedì, Agosto 3

Giappone al voto: Abe verso la riconferma, ma con quale maggioranza? Sulle ragioni del voto e sugli scenari che potrebbe aprire abbiamo sentito il professor Axel Berkofsky, Senior Associate Research Fellow presso l'ISPI

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Il 22 ottobre si terranno in Giappone le elezioni anticipate decise dal Primo Ministro Shinzo Abe. Un voto dettato più da un calcolo politico del premier uscente che non da reali necessità interne. La favorevole congiuntura economica, la frammentazione dei partiti di opposizione ed il pretesto della crisi nucleare con la Corea del Nord hanno certamente determinato la decisione dello scioglimento anticipato del Parlamento. Ma anche il recente scandalo del clientelismo nipponico, nel quale sono rimasti coinvolti diversi esponenti del partito di maggioranza, e le conseguenti domande sempre più scomode che il Parlamento ha cominciato a rivolgere al Primo Ministro hanno avuto un peso non indifferente.

Il Governo uscente è composto dal Partito Liberaldemocratico del premier Abe e dal Nuovo Komeito, legato all’organizzazione buddhista Soka Gakkai. Il Partito Liberaldemocratico è stato al potere per 60 degli ultimi 70 anni e per questo viene spesso paragonato alla nostra Democrazia Cristiana, a cui lo accomuna la longevità del suo potere ed un notevole grado di clientelismo. Si tratta di un partito con una forte base nel mondo rurale, che sfrutta la cronica sottorappresentazione delle aree urbane per conservare il consenso. Se la riconferma dell’Esecutivo uscente pare scontata, non altrettanto si può dire dei numeri con cui Abe si ritroverà a governare.

Il Partito della Speranza, fondato proprio da una ex compagna di partito del premier, rischia infatti di sottrarre consensi all’attuale coalizione di Governo, scombinando i calcoli politici del Primo Ministro. Un’eventualità rafforzata anche dalla vicinanza ad alcune posizioni conservatrici del partito di Abe, quali la volontà di superare il principio pacifista contenuto nella Costituzione  per rendere il Giappone una potenza militare a tutti gli effetti. Su questa necessità e sulla scommessa di riforme strutturali che accompagnino l’attuale linea economica espansionistica, la cosiddetta Abenomics, Shinzo Abe punta le sue carte per ottenere un nuovo mandato alla guida del Paese. E’ tutto da vedere con quale forza riuscirà ad imporsi. Ne parliamo con il professor Axel Berkofsky, Senior Associate Research Fellow presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

Innanzitutto come si è arrivati a questo voto e per quali ragioni?

Il motivo ufficiale, secondo quello che dice il Primo Ministro, sarebbe la necessità di rafforzare il suo mandato al fine di gestire la situazione in Corea del Nord con maggiore fermezza. Ma se in realtà guardiamo all’attuale composizione della maggioranza, tale motivazione si rivela poco credibile perché il Partito Liberaldemocratico del Giappone (LDP) ha già una maggioranza di ben due terzi nella Camera Bassa. Si tratta pertanto di un voto molto opportunista con cui Abe tenta di reagire alla crescente impopolarità dovuta allo scandalo degli scambi reciproci di favori scoppiato all’interno del suo partito: si tratta del cosiddetto nepotismo giapponese, una forma di clientelismo radicalmente diffuso nel Paese. In conseguenza di tale scandalo, il Primo Ministro ha cominciato ad essere sottoposto a domande scomode da parte del Parlamento, nello stesso tempo è scoppiata la crisi nucleare con la Corea del Nord e dai sondaggi risultò che il partito di maggioranza avrebbe potuto riacquistare popolarità grazie a questa crisi. Ed essendoci, fino a poco tempo fa, uno schieramento di opposizione particolarmente debole, Abe ha deciso di convocare le elezioni pur non essendoci nessun obbligo di voto anticipato. Il calcolo elettorale di Abe si è però rivelato non del tutto corretto in quanto il Partito della Speranza fondato dalla sua ex collega Yuriko Koike ha accresciuto il proprio volume di consensi, pertanto questa strategia di andare al voto per farsi riconfermare e rafforzarsi rischia di non andare a buon fine.  Da un lato già non era comprensibile all’inizio, quale Governo con una maggioranza di due terzi decide di convocare elezioni anticipate? Ora la preoccupazione è data dal fatto che il Primo Ministro  possa perdere la supermaggioranza che ha avuto sinora perché il Partito della Speranza, che condivide alcuni orientamenti conservatori del partito di Abe, guadagnerà sicuramente alcuni seggi. Ma non solo: Abe potrebbe essere insidiato non solo dalle opposizioni, ma anche dall’interno del suo stesso partito.

L’attuale Primo Ministro potrebbe quindi trovarsi indebolito dopo questa consultazione elettorale?

Questo scenario è quasi inevitabile, l’attuale coalizione è destinata certamente a perdere seggi. All’interno del suo partito vi è già chi ritiene che il premier abbia fatto una scelta sbagliata nel decidere di convocare elezioni anticipate in quanto si è trattato di una scelta motivata principalmente dal tentativo di evitare domande scomode sullo scandalo del nepotismo.  Un tentativo che potrebbe avere conseguenze negative in termini di perdite dei seggi e che pertanto non può che causare irritazione all’interno dello schieramento parlamentare.

Qual è invece il ruolo delle opposizioni?

Un ruolo interessante potrebbe giocarlo il Partito della Speranza che citavo poc’anzi. Si tratta di una formazione politica molto simile al Partito Liberaldemocratico di Abe, in quanto favorevole anch’essa al superamento del principio pacifista contenuto nella Costituzione e al rafforzamento del ruolo internazionale del Giappone. Pertanto potrebbe nascere una grande coalizione fra i due partiti, coalizione in grado sicuramente di rafforzare il futuro Esecutivo. Dietro le quinte vi potrebbe già essere un progetto di grande coalizione, d’altronde Abe e Koike si conoscono molto bene essendo quest’ultima un ex membro dell’LDP.
A differenza del Partito della Speranza, che le ultime analisi danno intorno al 20% dei consensi, gli altri partiti di opposizione hanno invece poche possibilità di poter rivestire un ruolo rilevante nel futuro panorama politico. Il Partito Democratico del Giappone, che ha governato dal 2009 al 2012, otterrà meno del 10 % dei voti, il Partito Socialista non esiste praticamente più, il Nuovo Komito, attualmente nella coalizione di Governo, prenderà qualcosa e rimarrà con ogni probabilità nella maggioranza. I risultati delle formazioni minori non cambieranno l’esito e nemmeno la natura di questo voto. Il premier Abe ha sciolto il Parlamento quando questo ha cominciato a indagare sugli scambi di favore in cui erano coinvolti i suoi colleghi, si è trattato di una soluzione di emergenza ma che denota anche un forte opportunismo da parte del Primo Ministro.

Quanto pesa sul voto l’ombra della crisi con la Corea del Nord?

In realtà la crisi con il regime nordcoreano ha influito ben poco sulla decisione di convocare queste elezioni. Questo è dovuto al semplice fatto che il Giappone, da quando è scoppiata tale crisi, non ha fatto nulla per affrontarla. Il Giappone non ha tentato nessun tipo di dialogo, limitandosi a seguire la linea del muro contro muro del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Qualche settimana fa Abe ha scritto un articolo sul New York Times dicendo che al momento è da escludere categoricamente un dialogo con la Corea del Nord. Per un Paese geograficamente vicino a Pyongyang escludere qualsiasi tipo di dialogo è una non-politica e quindi non si può certo dire che l’approccio di Abe con la Corea del Nord abbia causato un calo di popolarità del Governo in carica perché il Giappone, appunto, non ha condotto nessuna politica concreta al di là delle parole.

Alla luce di queste elezioni vi sarà qualche cambiamento nel rapporto con gli Stati Uniti?

No, non credo che questo rapporto vivrà dei sostanziali mutamenti. Il Primo Ministro Abe è l’unico leader internazionale a non aver criticato la decisione di Donald Trump di recedere dal Trans-Pacific Partnership (TPP) e dall’accordo sul clima di Parigi. Questa posizione accomodante è dovuta a un motivo ben preciso: durante la campagna elettorale Trump aveva criticato il Giappone per la sua inerzia nel difendere il paese e per non aver contribuito abbastanza al finanziamento delle truppe statunitensi presenti sul territorio giapponese. In seguito a tali dichiarazioni Abe sarà stato certamente preoccupato di come realmente gli Stati Uniti si sarebbero potuti comportare nei confronti del Giappone. Da qui la decisione di non criticare le politiche del Presidente né sulla questione dei rapporti con la Cina e la Corea del Nord né in relazione ai grandi trattati internazionali quali il TPP o l’accordo di Parigi. Il Giappone ha preso sul serio le minacce degli Stati Uniti tant’è vero che subito dopo l’elezione di Trump l’Esecutivo nipponico ha promesso un incremento degli investimenti delle proprie imprese negli Usa.

Come incideranno invece queste elezioni sulla volontà manifestata dal Primo Ministro Abe di modificare la Costituzione attraverso un superamento del principio pacifista sancito dall’articolo 9, per poi portare avanti un’effettiva politica di riarmo del Paese?

E’ necessario ricordare come nonostante i principi costituzionali il Giappone sia comunque dotato di regolari forze armate ed eserciti una politica di difesa analoga a quella di ogni altro Paese. La volontà di Abe di mutare la parte pacifista della Costituzione è in realtà una vera e propria ossessione che nasce da suo nonno, Kan Abe, che fu primo Ministro del Giappone negli anni Cinquanta, il quale fu il primo ad aver voluto a tutti i costi l’abolizione dell’articolo 9 e l’affermazione del diritto da parte del Giappone di avere delle vere e proprie forze armate, non delle semplici forze di autodifesa. Oggi l’ossessione del nazionalista Abe è quella di  completare la visione  di suo nonno. Si tratta di un desiderio piuttosto patetico: anche se domani si  decidesse di cambiare la Costituzione, il mutamento sarebbe solo di facciata. Oggi il Giappone, pur essendo un paese pacifista, spende già oltre 50 miliardi di dollari per mantenere le sue forze di autodifesa, solo gli Stati Uniti, la Cina e la Russia spendono cifre maggiori. Stiamo quindi parlando di un Paese pacifista che spende quanto uno Stato pesantemente armato.

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