giovedì, Luglio 18

Giappone e Corea del Sud mai così lontani Il controllo delle esportazioni hi-tech imposto da Tokyo a Seoul ha evidenziato ancora una volta il difficile rapporto tra i due Paesi, ne parliamo con Francesca Frassineti

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Durante questa settimana le relazioni diplomatiche ed economiche tra Giappone e Corea del Sud si sono incrinate più di quanto non lo fossero già.

Il primo luglio scorso, il Governo giapponese guidato dal Primo Ministro, Shinzo Abe, aveva dichiarato che avrebbe ridotto, a partire dal 4 luglio, le esportazioni di materiale hi-tech – quali prodotti altamente specializzati necessari per produrre semiconduttori e schermi per i computer –  verso la Corea del Sud, avallando, inoltre, la possibilità di escludere Seoul da un elenco di compratori fidati.

Arrivato il 4 luglio, è scattato il controllo delle esportazioni che riguarda principalmente tre materiali essenziali nel processo di produzione di prodotti tecnologici: la poliammide fluorurata – di cui praticamente le aziende giapponesi ne detengono il monopolio, possedendo il 90% del mercato mondiale – il fotoresist ed il fluoruro di idrogeno. Secondo tale misura, l’azienda produttrice di tali materiali dovrebbe ottenere una specifica licenza per poterli esportare in Corea del Sud: percorso burocratico che, ovviamente, andrebbe a creare dei ritardi nelle esportazioni e, quindi, danneggerebbe direttamente le compagnie sudcoreane, come Samsung ed LG, che fanno molto affidamento su questi materiali.

Il Presidente sudcoreano, Moon Jae-in, ha allora chiesto al Governo giapponese di ritrarre tali misure per ritornare al libero scambio, mentre il Ministro dell’Industria, Sung Yun-mo, ha dichiarato «prenderemo le contromisure necessarie». Nel frattempo, Seoul avrebbe stanziato un fondo demergenza per le società nazionali colpite dalle restrizioni giapponesi.

Oggi, però, Tokyo ha respinto le richieste provenienti da Seoul. Il tutto, in un quadro che vede il Giappone nettamente favorito nella bilancia commerciale con la Corea del Sud. Se, infatti – secondo le statistiche del The Observatory of Economic Complexityle esportazioni dal Giappone verso la Corea del Sud ammontano a circa 54 miliardi di dollari, nel percorso inverso il valore delle merci diminuisce, attestandosi a soli 26,9 miliardi di dollari.

Nonostante ciò, quella del Giappone è una decisione che gli si potrebbe ritorcere contro. Come hanno spiegato alcuni analisti della Nomura Holdings Inc., infatti, «se la restrizione persiste, potrebbe servire come stimolo per i coreani ad accelerare lo sviluppo della capacità di produzione interna di questi prodotti». 

Che i rapporti tra le due Amministrazioni dellEstremo Oriente non fossero idilliaci era emerso anche durante il G20 che ha avuto luogo ad Osaka, in Giappone, tra il 28 ed il 29 giugno scorsi. Durante il summit internazionale, infatti, l’unico momento di confronto tra i leader dei due Paesi è stata la foto di rito che ha immortalato tutti i presenti. Tra i vertici bilaterali che le varie delegazioni hanno organizzato all’interno dell’evento – tra cui quello importantissimo tra Cina e USA, decisivo, forse, ai fini di una tregua sul fronte commerciale – lincontro tra Abe e Moon non è stato neanche messo in agenda dalle rispettive diplomazie.

Ma perché Tokyo ha varato il controllo delle esportazioni verso Seoul? A monte della vicenda ci sarebbe il fastidio da parte del Governo nipponico verso una serie di sentenze della Corte Suprema della Corea del Sud che andrebbero contro quanto stabilito nei trattati di pace firmati dai due Paesi nel 1965, anno in cui sono iniziate ufficialmente le loro relazioni diplomatiche.

Sul finire dello scorso anno, infatti, la Corte si era pronunciata contro alcune società giapponesi, come Mitsubishi Heavy Industries Ltd e Nippon Steel & Sumitomo Metal Corp., per far sì che queste risarcissero quei cittadini sudcoreani costretti ai lavori forzati durante loccupazione giapponese della penisola coreana protrattasi dal 1910 al 1945. Nel 2011, invece, i giudici sudcoreani hanno invitato il Governo di Lee Myung-bak a riaprire il fascicolo delle cosiddette ‘donne di conforto’, cioè quelle donne costrette a lavorare nelle case chiuse per assecondare i piaceri dei soldati del Sol Levante durante la seconda guerra sino-giapponese e la Seconda Guerra Mondiale.

Tutti argomenti, secondo Tokyo, che sarebbero stati «completamente  e definitivamente risolti» tramite, appunto, il trattato di pace del ’65.

Non bastassero i casi giudiziari, nel dicembre del 2018, un incidente diplomatico  ha contribuito ad esacerbare i toni, non proprio amichevoli, tra i due Paesi. Durante lo svolgimento di un’operazione di ricerca e soccorso a largo della costa della penisola di Noto, infatti, un aereo di pattuglia appartenente alla Fleet Air Wing 4 della Maritime Self-Defence Force (MSDF) giapponese sarebbe stato preso di mira da un radar antincendio di un cacciatorpediniere sudcoreano. 

Ovviamente, questo rapporto teso tra due importanti alleati degli Stati Uniti crea ripercussioni a livello regionale, dove, soprattutto riguardo alla Corea del Nord, le posizioni dei due Paesi divergono: con Seoul che vorrebbe un rallentamento delle sanzioni per favorire il dialogo e, quindi, il processo di pacificazione della penisola, mentre Tokyo è forte sostenitore delle sanzioni a Pyongyang e auspica un suo smantellamento nucleare. Nel mezzo gli Stati Uniti che, con Donald Trump, non sembrano voler proseguire quanto fatto dall’Amministrazione Obama che, nel 2014, aveva organizzato dei vertici trilaterali per rimuovere ogni forma di attrito e con le consultazioni trilaterali avviate, nel settembre del 2015, dall’allora Vice Segretario di Stato, Anthony Blinken.

Per capire cosa c’è dietro il controllo delle esportazioni giapponesi verso la Corea del Sud e quanto queste possano ripercuotersi sulle strategie regionali, abbiamo contattato Francesca Frassineti, ricercatrice presso l’Osservatorio Asia dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e dottoranda dell’Università di Bologna.

 

Cosa c’è dietro le riduzioni delle esportazioni di materiale hi-tech da parte di Tokyo nei confronti di Seoul? È una mossa derivante esclusivamente dalla sentenza della Corte di risarcire i lavoratori sudcoreani durante l’occupazione giapponese o c’è dell’altro?

Nel 2018, la Corte sudcoreana ha previsto che le industrie produttrici di macchinari, in particolare la Nippon Steel, dovessero risarcire i lavoratori coreani che erano stati forzatamente impiegati nelle industrie giapponesi o fornire riparazioni alle famiglie di queste persone. Prima di questa sentenza, Shinzo Abe e il Governo di Park Geun-hye, predecessore di Moon, nel 2015 avevano raggiunto un accordo riguardante la questione, molto delicata, delle cosiddette ‘donne di conforto: accordo che avrebbe dovuto risolvere la questione in maniera risolutiva ed irreversibile. In realtà, tale accordo era stato raggiunto senza consultare nessuna delle associazioni che rappresentano le vittime e ciò aveva generato molto scalpore, soprattutto in Corea del Sud. L’attuale Amministrazione sudcoreana ha deciso di fare un passo indietro, quindi non riconoscere questo accordo: da subito Moon Jae-in aveva espresso la sua contrarietà, poiché questa decisione non aveva passato il vaglio del Parlamento, ma era stata presa unilateralmente dell’Esecutivo sudcoreano senza neanche consultare le vittime ancora oggi in vita. Per questo, mesi fa, la fondazione che era stata aperta in Corea del Sud, con fondi giapponesi, è stata smantellata dal Governo sudcoreano senza un previo accordo con Tokyo. Queste le vicende di sfondo più recenti tra i due Paesi, in un rapporto contrassegnato dalla brutale occupazione giapponese della penisola coreana. Per molti osservatori, la tensione commerciale degli ultimi giorni rappresenterebbe il punto più basso nel rapporto tra i due Paesi dall’installazione delle relazioni diplomatiche ufficiali nel 1965.

Come ha reagito Seoul a queste restrizioni e come, invece, le ha motivate Tokyo?

La Corea del Sud ha risposto denunciando le azioni giapponesi, cioè dichiarando la sua ferma opposizione, affermando che costituiscono una violazione delle regola del quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Di fronte a queste accuse, ovviamente, il Giappone si è difeso dicendo che non rappresentano alcuna violazione degli accordi a cui sono sottoposti i Paesi del WTO. In particolare, il 4 luglio, queste misure sono state giustificate dal Governo giapponese adducendo una duplice motivazione: la mancanza di fiducia nel rapporto con Seoul e l’eventualità che la Corea del Sud gestisca questi materiali, che importa dal Giappone, in maniera inappropriata. Il Governo nipponico ha utilizzato proprio il termine ‘inappropriate issues’, ma non l’ha ulteriormente specificata. In realtà, domenica scorsa, parlando ai giornalisti in televisione, Shinzo Abe ha lasciato supporre che queste misure inappropriate riguardino la questione nordcoreana: ha lasciato intendere che, secondo il Governo di Tokyo, la Corea del Sud potrebbe incappare in violazioni delle sanzioni a cui la Corea del Nord è sottoposta, quindi, esportare al Nord prodotti finiti per la cui lavorazione Seoul utilizza materiali importati dal Giappone, in particolare semiconduttori. Si tratta, ovviamente, di congetture da parte del Governo giapponese. Per ora, Seoul non ha compiuto alcuna violazione delle sanzioni imposte a Pyongyang. 

Quanto pesa effettivamente questa misura per Seoul?

Tutto ciò non ha fatto altro che alimentare il sentimento antigiapponese presso alcune categorie e fasce della popolazione. Le organizzazioni che rappresentano le piccole e medie imprese hanno protestato di fronte all’Ambasciata giapponese a Seoul, inneggiando al boicottaggio dei prodotti giapponesi. Nello specifico, quando parliamo di ripercussione nelle aziende sudcoreane, dobbiamo ricordarci che l’economia sudcoreana ha, da anni, un deficit commerciale nei confronti del Giappone. Il Giappone, infatti, detiene il 90% dei materiali necessari per la produzione di semiconduttori, che è la punta di diamante dell’industria sudcoreana, per compagnie quali Samsung ed LG Elettronics. Con l’adozione di queste misure, il Giappone interromperà il trattamento preferenziale per l’esportazione di tre materiali per la produzione di semiconduttori verso la Corea del Sud. Ogni qualvolta le aziende esportatrici giapponesi dovranno operare un invio verso la Corea del Sud di questi materiali, dovranno sempre richiedere il permesso da parte del Governo e ciò richiederà almeno un’ottantina di giorni. La Corea del Sud, quindi, uscirà dalla lista di Nazioni amiche per il Giappone: lista che include Germania, Regno Unito, USA, cioè quei Paesi che non devono ottenere una licenza per importare questi materiali. Questo perché, secondo il Governo di Tokyo, c’è un rapporto di mutua sfiducia con la Corea del Sud. Di fatto, questa questione, mette ancora una volta in luce la dipendenza del mercato sudcoreano dalle importazioni che provengono dal Giappone. Da quando i due Paesi hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici nel 1965, la Corea del Sud non ha mai avuto un surplus commerciale nei confronti del Giappone.

Quanto il difficile rapporto tra Tokyo e Seoul può incidere a livello regionale e quale ruolo possono giocare gli Stati Uniti nel mediare tra i due Paesi? 

La scarsa, se non assente, fiducia tra questi due Paesi ha ostacolato e reso difficile il coordinamento nella gestione della minaccia nordcoreana. Ricordiamo che Giappone e Corea del Sud sono i due più importanti alleati strategici che gli Stati Uniti hanno nell’Asia-Pacifico, con cui hanno trattati di sicurezza, ma non esiste alcun trattato trilaterale che include insieme i tre Paesi. Questo perché gli USA non sono mai riusciti a mediare in maniera sufficiente per istituzionalizzare un rapporto a tre di coordinamento nel campo della sicurezza. Queste difficoltà di coordinamento, ovviamente, hanno reso molto difficile un efficace contrasto alla minaccia nordcoreana, la quale, negli anni, a tratti, ha messo in luce le debolezze delle rispettiva difese. Quindi, quello tra Corea del Sud e Giappone, è un antagonismo storico alimentato da controverse territoriali e l’eredità delle atrocità commesse dall’Esercito imperiale giapponese durante l’occupazione ha fatto sì che i due Paesi sperimentassero dei cicli chiamati ‘periodi di rottura e riavvicinamento’, che hanno impedito una cooperazione maggiore in materia di difesa. Per esempio, fino al 2016, Seoul e Tokyo non avevano mai creato un quadro comune per la cooperazione militare – ovviamente mi riferisco ad un quadro che includa gli USA. Nel 2016, poi, hanno raggiunto quello che si considera essere un livello sufficiente di fiducia per firmare un accordo per la sicurezza generale sull’informazione militare. Questo accordo permetterebbe la condivisioni di informazioni di intelligence, riguardanti principalmente la Corea del Nord e questo era stato l’ultimo successo del Pivot to Asia di Obama. Infatti, fino a quel momento, Park Geun-hye e Shinzo Abe non avevano mai avuto un colloquio nella stessa stanza, non si erano mai stretti la mano da quando erano stati rispettivamente eletti. Quindi, per tre anni, i leader di questi due Paesi, entrambi alleati strategici per Washington, non si erano di fatto parlati.

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