domenica, Dicembre 15

Ghana e Costa d’Avorio: via alla rivoluzione del cacao I produttori di cacao si ribellano alle multinazionali occidentali: sospese le esportazioni programmate per il 2020/2021

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Senza preavviso, due giorni fa, i produttori di cacao della Costa d’Avorio e del Ghana hanno deciso di sospendere le esportazioni programmate per il 2020/2021 con l’obiettivo di rivendicare una migliore assegnazione dei prezzi di vendita sul mercato internazionale. La notizia è stata confermata da Joseph Boahen, Direttore della Ghana Cocoa Board, l’associazione coltivatori di cacao del Ghana.

La richiesta della revisione dei prezzi di acquisto del cacao all’ingrosso può sembrare radicale, ma tiene conto delle perdite subite dai piccoli agricoltori negli ultimi vent’anni e del costo finale dei prodotti alimentari derivati dal cacao, che sono la fortuna delle multinazionali quali la Ferrero. I nuovi prezzi rivendicati dai coltivatori si aggirano attorno ai 2.300 euro alla tonnellata di prodotto non lavorato. Attualmente il mercato internazionale stabilisce un prezzo medio di 1.060 euro a tonnellata.

Chi decide i prezzi sul mercato internazionale? Otto multinazionali occidentali e due asiatiche. Tra queste spicca al secondo posto la Ferrero Group con vendite nette, registrate nel 2018, pari a 12,39 miliardi di dollari. Le due multinazionali asiatiche sono la Meiji Co Ltd (9,66 miliardi di dollari registrati nel 2018) e la Ezaki Glico Co Ltd (3,32 miliardi di dollari). All’interno della top ten delle multinazionali del cacao le prime sei influenzano le decisioni del cartello. Tre multinazionali americane: Mars Wrigley Confectionery Inc. (18 miliardi di dollari di vendite nel 2018), la Mondelēz International (11,79 miliardi) e la Hershey Co (7,78 miliardi di dollari). Due europee: la Ferrero e la svizzera Nestlé (6,14 miliardi di dollari) e la giapponese Meiji Co Ltd. (dati 2019 forniti dalla International Cocoa Organisation).

«La produzione di cioccolato è un business fiorente, in cui le grandi aziende fanno profitti alti. Mentre queste aziende sono in competizione per le quote di mercato sempre maggiori e profitti più alti, milioni di coltivatori di cacao ottengono sempre meno ricavi. All’interno della  catena del valore aggiunto globale, la maggior parte del guadagno avviene dopo che i chicchi hanno raggiunto il Nord del mondo. Allo stesso tempo, molti coltivatori di cacao e i lavoratori del Sud del mondo devono tirare avanti con meno di 1,25 dollari al giorno, il che significa vivere una vita al di sotto della soglia di povertà assoluta. I coltivatori di cacao oggi ricevono circa il 6% del prezzo che i consumatori dei Paesi ricchi pagano per il cioccolato. Negli anni 80 la loro quota era quasi tre volte più alta, vale a dire il 16%»,  spiegano gli attivisti della Campagna Europea per il Cioccolato Equo, attiva fino al 2015, a cui molte associazioni e Ong europee hanno aderito, tra le quali la Ong italiane COSPE.

La Campagna Europea per il Cioccolato Equo era stata promossa dalla Associazione tedesca INformation, KOordination, Tagungen (INKOTA) nata 40 anni fa e impegnata nella lotta per lo sviluppo agricolo nel Terzo Mondo e nel promuovere rapporti commerciali equi dei prodotti agricoli con il ‘Primo Mondo’. La INKOTA, oltre a fornire una ricchissima documentazione sul tema, promuove anche campagne di sensibilizzazione tra i consumatori europei e lavoro di lobby presso multinazionali e governi occidentali.

L’interruzione delle vendite di cacao grezzo, decisa dai coltivatori ivoriani e ghaneani, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Una sfida dalle portate storiche per le multinazionali del cacao, come fa notare Kanga Koffi, Presidente della National Association of Producers of Ivory Cost. Il blocco delle vendite è solo il primo atto di una offensiva economica del produttori africani di cacao che si riuniranno ad Abidjan (Costa d’Avorio) il prossimo 3 luglio per programmare nuove azioni contro le 10 multinazionali occidentali e asiatiche.
Per controbilanciare le perdite delle mancate vendite, il Governo ivoriano ha stanziato 58 milioni di euro anche se attorno a questo finanziamento è sorta già dubbi di trasparenza.

«Mentre i profitti delle aziende multinazionali del cioccolato sono aumentati dal 1980, il prezzo del mercato mondiale per i semi di cacao è diminuito della metà (al netto dell’inflazione). Un’altra parte del problema è che gli agricoltori coltivatori di cacao, a causa di strutture commerciali locali, tasse e della qualità dei semi, ricevono solo una parte del prezzo del mercato mondiale dei chicchi. Ad esempio, gli agricoltori in Costa d’Avorio negli ultimi dieci anni ottenevano solo dal 40 al 50% del prezzo del mercato mondiale per i loro semi. Gli agricoltori devono vendere il loro cacao a prezzi dettati dagli intermediari», sostengono da Inkota. .
L’incostanza del prezzo, insieme alla crescita dei costi di produzione, prosegue la relazione di Inkota, «comportano una grande instabilità economica e l’impoverimento di milioni di contadini del cacao. Nonostante le previsioni annuncino una crescita della richiesta di cacao di circa il 20% nei prossimi anni, e dei redditi delle aziende di cioccolato, molti contadini non riescono a coprire i loro costi di vita. A causa dei redditi molto bassi e della mancanza di informazione sugli sviluppi dei mercati, i contadini di cacao e le loro famiglie sono i perdenti dell’industria lucrativa del cacao e del cioccolato».

I bassi redditi dei contadini comportano problemi seri in ambiti sociali e ambientali. A causa delle mancate fonti economiche, essi non possono investire nel mantenimento delle loro fattorie, tagliano i salari dei loro lavoratori, forniscono condizioni inadeguate a questi ultimi e nei casi peggiori ricorrono al lavoro infantile. Dovendo incrementare i loro redditi, coltivano di più, non considerando, però, la sostenibilità agricola, ecologica e ambientale».

L’iniziativa congiunta delle associazioni di produttori ivoriani e ghaneani rappresenta anche una novità in termini di relazioni internazionali tra acquirenti e produttori. Fino ad ora, i 10 magnati del cioccolato, hanno tratto enorme profitto e potere contrattuale dal fatto che gli agricoltori africani raramente sono organizzati tra loro, e spesso non comprendono le tendenze dei prezzi sul mercato internazionale. Ora la musica è cambiata, e la rivincita dei coltivatori africani arriva proprio dai due big della produzione africana di cacao: la Costa d’Avorio e il Ghana rappresentano il 60% della produzione mondiale.

Alcuni economisti ivoriani salutano positivamente l’iniziativa, e auspicano che le associazioni di produttori, assieme al Governo, riescano a fare il passo successivo: la lavorazione del prodotto finito nei rispettivi Paese, anche con joint venture con i 10 big mondiali del cioccolato, e che i governi ivoriano e ghaneano mettano fine allo spaventoso sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao. Non basta intentare causa contro la Mars o la Nestlé, accusate di finanziare il lavoro minorile in Africa Occidentale. Occorre rafforzare il codice del lavoro e la protezione infantile e stroncare il fenomeno agendo anche sui complici africani delle multinazionali straniere.
Secondo uno studio della Tulane University nella sola Costa d’Avorio, oltre 4.000 bambini in età scolastica sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao. «Alcuni bambini vengono venduti dai genitori disperati a causa della povertà ai trafficanti mentre altri vengono rapiti. I trafficanti, poi, vendono i bambini ai proprietari delle piantagioni di cacao. I bambini sono costretti a vivere in luoghi isolati, vengono minacciati con percosse, di notte restano rinchiusi in modo che non scappino e sono costretti a lavorare per lunghe ore, anche quando sono malati, secondo le denunce mosse alle aziende. I bambini trasportano sacchi così grandi e pesanti per loro da andare incontro a gravi danni fisici. L’età degli schiavi varia dagli 11 ai 16 anni ma ci possono essere anche bambini di età inferiore ai 10 anni», spiegano gli esperti italiani.
Questo è il cioccolato che arriva sulle tavole occidentali.

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