giovedì, Gennaio 23

Gerusalemme: il piano dietro al trasferimento dell’ambasciata Usa Fra proteste e appelli alla prudenza, la dichiarazione ‘composita’ cela un piano molto ambizioso. Intervista a Paolo Maggiolini e Eugenio Dacrema, analisti ISPI

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Benché si tratti di un piano molto elaborato e, probabilmente, di difficile realizzazione, Maggiolini ci ricorda un punto molto importante dell’intera vicenda, che viene poco considerato: Il problema è chiedersi, ancora prima di dire se sia giusto o sbagliato, se sia possibile fare politica internazionale sulla base di una promessa elettorale, che ora dovrebbe essere rispettata per una propria necessità di trovare nuovo sostegno interno. La politica estera si basa sull’individuazione di un interesse nazionale, non sulla base di un interesse particolare”. È un punto molto importante, questo: “se, come molti giornali scrivono, questa decisione è collegata alla campagna elettorale di Trump, si fa politica estera sulla base della propria politica interna. La decisione sull’opportunità di tenere fede ora a questa promessa elettorale, per riallacciare i rapporti con quella parte che l’ha sostenuto, è problematico, perché, se fosse così, non ci sarebbe un disegno chiaro di politica internazionale, ma è un fatto di politica interna. Il problema è che, non sapendo se e cosa farà, è chiaro che tutti gli attori internazionali legati o coinvolti nella questione si sentono scavalcati e l’incertezza di cosa succederà crea ancora di più il timore di confusione”. Tutto andrebbe contro gli indirizzi presi per la risoluzione del conflitto che, come dice sempre Maggiolini: dovevano essere quelli del multilateralismo e del dialogo. Gerusalemme, in questo, è uno dei punti centrali: per Israele è capitale da sempre. Per i Palestinesi il diritto a un loro stato palestinese non può prescindere da Gerusalemme capitale. E’ un problema diplomatico, che tecnicamente doveva essere risolto, secondo il percorso di Oslo, da israeliani e palestinesi accompagnati da altri attori internazionali e regionali nella risoluzione del conflitto. La questione dello status di Gerusalemme è anche centrale per quella che è la proposta araba di risoluzione del conflitto israelo-palestinese: ognuno sente che, se l’attore principale (o quello considerato tale) fa una mossa unilaterale, scompiglia e scompagina tutto”.

Da cui, il serio rischio di rivolte, anche violente, come ha annunciato il re di Giordania. Dacrema spiega come questo sia un problema anche per l’immagine dello Stato giordano: “Prima di tutto lo è da un punto di vista simbolico: da un punto di vista formale, il re giordano è il protettore ufficiale dei luoghi sacri di Gerusalemme. La vicinanza fra Israele e Giordania, anche da un punto di vista militare, è cosa nota, benché l’eredità palestinese di più della metà della popolazione giordana si faccia sentire. Certamente sarebbe una perdita di legittimità notevole per la monarchia, soprattutto verso i propri sudditi (non ci sono censimenti ufficiali, ma si parla di percentuali altissime, 60-70% della popolazione)”. Ma bisogna fare dei distinguo: “Gli americani si aspettano proteste serie e per questo stanno alzando il livello di attenzione nelle ambasciate di tutto il mondo, specialmente in quello arabo. Dal punto di vista pratico, per un palestinese non cambia molto: Gerusalemme è già israeliana, da un punto di vista sostanziale. La formalizzazione di questa realtà chiude semplicemente la speranza che qualcosa possa un giorno cambiare. Ci saranno proteste, anche molto violente, soprattutto da Hamas, per tutte le implicazioni anche religiose di una decisione del genere, e ciò può mettere in discussione il processo di riunificazione. Queste proteste, suppongo, sono previste dai fautori di questo progetto. Per quanto riguarda gli altri Paesi arabi, sono dell’opinione per cui la questione palestinese sia una grande bandiera, spesso usata dagli altri regimi dell’area per fare del populismo nazionalista, per far sì che la gente non parli dei problemi che li riguardano più da vicino. Tuttavia, la storia dei rapporti fra regimi arabi e popolazioni arabe con i palestinesi dimostrare che, tirando le somme, agli altri arabi non interessino granché i palestinesi. Andando a vedere i dati, si può notare come, nei vari conflitti, il numero di palestinesi uccisi dagli israeliani è inferiore al numero di palestinesi uccisi dagli arabi. Credo che nessuno abbia interesse a degenerare più di tanto”.

E cosa succederà a Israele? Maggiolini fa una rapida analisi: “Una parte di Israele, quella legata al Governo, ritiene che sia un riconoscimento naturale, e, anche fra i favorevoli alla negoziazione, c’è chi pensa che questo riconoscimento non chiuda di per sé il negoziato; dall’altra parte, c’è chi ritiene, fra i palestinesi, che un futuro Stato palestinese non possa rinunciare a Gerusalemme capitale. Anche il percorso di Oslo si è incagliato subito sullo status della città di Gerusalemme”. Ma ricorda: “Il problema è che, se una questione così complicata viene inserita unilateralmente in una campagna elettorale, inevitabilmente ci si crea immediatamente lo scoglio che a un certo punto dovrà essere risolto”.

Multilateralismo è la parola d’ordine. E quale sarà il ruolo dell’Unione Europea? Conclude Maggiolini: “L’Unione Europea, da quando è nata la Politica per il Mediterraneo negli anni ’90, ha sposato la causa dei due Stati e, pertanto, ritiene che la questione dello status di Gerusalemme sia un argomento che vada negoziato dalle due parti. La posizione di alcuni Stati europei, poi, è chiara, come quella della Francia. Ma qui stiamo parlando della decisione unilaterale del Presidente degli Stati Uniti che non si configura in un piano diplomatico-negoziale. Quindi il sostegno della necessità di una soluzione multilaterale o comunque negoziale tra le due parti, che garantisca la sicurezza di Israele e la nascita di uno Stato palestinese, viene messo in discussione da un qualcosa che, pur non sapendo cosa effettivamente sarà, sarà comunque la decisione unilaterale del Presidente degli Stati Uniti. Ciò complica il ruolo dell’UE come quello di un qualsiasi attore. L’attuale decisione non si colloca né in un tavolo negoziale, né in qualcosa di concertato, e infatti ognuno rincorre gli appelli degli altri, invitando a valutare con attenzione per evitare che la situazione sfugga di mano. Tutti temono che possano esserci dei prezzi politici eccessivi”.

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