venerdì, Novembre 15

Gerusalemme capitale: cosa farà Trump? È attesa nel giro di qualche giorno una dichiarazione del Presidente USA sul cambio della sede diplomatica. Ne parliamo con Daniela Huber, analista IAI

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Una delle promesse fatte in campagna elettorale da Donald Trump riguardava il riconoscimento da parte degli Stati  Uniti di Gerusalemme come capitale d’Israele, per accattivarsi il consenso di parte dell’elettorato, ma anche per dare mostra di una netta discontinuità con le politica mediorientale di Barack Obama, piuttosto incerta, e della sua presidenza tutta: in politica estera così come in quella per le tematiche ambientali, per l’assistenza sanitaria, e così via. Ora sembra giunto il momento di mantenere questa promessa ed è attesa per mercoledì una dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti. Attorno a questa c’è un clima di grande incertezza: cosa dichiarerà il Presidente? Con quale formula, ma soprattutto, cosa accadrà in quelle aree?

Infatti, se non è chiaro quale sarà la sua dichiarazione (sempre ammesso che la situazione, in continua evoluzione, non muti nel frattempo), a livello internazionale le prime reazioni non si sono fatte attendere: se c’è chi, da parte israeliana accoglierebbe con favore questa storica decisione statunitense, in completa controtendenza con quella che era stata la sua politica estera e la sua diplomazia negli anni precedenti, c’è chi, nel mondo arabo, si oppone a questa svolta.

La Giordania, per esempio, pur riconoscendo lo Stato d’Israele, teme che una decisione, da parte americana, in favore dello spostamento della sede della propria ambasciata a Gerusalemme possa avere dei risvolti pericolosi per la sempre precaria stabilità del Medio Oriente. Il Ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, ha detto di temere «pericolose conseguenze». Una simile decisione, ha spiegato, «causerebbe rabbia nel mondo arabo e musulmano, alimenterebbe tensioni e danneggerebbe gli sforzi di pace».

Per domani è stata convocata una riunione d’urgenza della Lega araba, per discutere la questione. Il capo della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit, è sulla stessa linea della Giordania: il riconoscimento da parte degli Usa di Gerusalemme quale capitale di Israele alimenterebbe «l’estremismo e la violenza» e affonderebbe le speranze di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi. Una tale decisione «rafforzerà l’estremismo e la violenza e non sarà d’aiuto al processo di pace tra israeliani e palestinesi».

Sempre domani si riunirà anche l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) che rappresenta 57 Paesi del mondo e ha come finalità la salvaguardia degli interessi e lo sviluppo delle popolazioni musulmane nel mondo.

Il mondo arabo stesso si potrebbe spaccare. E’ di queste ore la notizia diramata dal ‘The New York Times’ – in attesa di conferma – che l’Arabia Saudita avrebbe suggerito che sia la città di Abu Dis a diventare la capitale di un futuro Stato palestinese, al posto di Gerusalemme. Proposta  formulata dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che a novembre ha incontrato il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas durante la sua visita a Riad e che oramai da mesi ha avviato una relazione privilegiata con l’Amministrazione Trump.

Abu Dis è una cittadina collinare che si trova appena a est di Gerusalemme. Qui ha sede l’Università di al-Quds.

Le cancellerie sono in fermento. Con Daniela Huber, analista dello IAI (Istituto Affari Internazionali) e co-direttore di ‘The International Spectator’, abbiamo fatto un primo punto su questa complessissima vicenda.

 

Trump vuole riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele: vuole mantenere fede alla sua promessa elettorale o vuole dare l’ennesimo segno di discontinuità rispetto all’incerta politica mediorientale di Obama?

Penso che la risposta sia triplice. Innanzi tutto, Trump vuole mantenere la promessa che ha fatto durante la campagna elettorale, in cui ha provato ad aggiudicarsi un elettorato specifico. In più, vuole distinguersi chiaramente da Obama, anche per abbattere l’eredità dell’ex-presidente sotto ogni punto di vista. Questo è diventato già chiaro nel periodo antecedente alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 2334, che ha provato a bloccare attraverso gli sforzi di Jared Kushner come adesso ampiamente discusso nei media. E, in ultimo, Trump usa la questione di Gerusalemme per esercitare pressione sui palestinesi per costringerli ad accordarsi su una soluzione imposta dall’esterno.

Quali sono le reazioni del suo team di Governo? Quali sono i due schieramenti e cosa pensano?

Sembra che i professionisti – come, ad esempio, il Dipartimento di Stato e gli esperti che di solito si occupano del conflitto – sono totalmente esclusi dall’impegno del Presidente su questo. E il Dipartimento di Stato – sebbene intervenga su altre questioni riguardanti la sicurezza nazionale, come per la vicenda della Corea del Nord – in questo caso sembra silenziosa; ha accettato di essere messa da parte. Quindi, la politica estera degli Stati Uniti sul conflitto è gestita da Jared Kushner, Jason Greenblatt e Davide Friedman.

Come vive il mondo arabo questa decisione?

Qui bisogna considerare le diverse posizioni dei diversi governi, così come la differenza fra opinione pubblica e i regimi del mondo arabo. In generale, il pubblico non supporta l’idea che le relazioni con Israele vengano normalizzate senza un disimpegno israeliano nelle aree dei Territori Palestinesi Occupati. Inoltre, regimi come quello dell’Arabia Saudita non può apertamente normalizzare le loro relazioni senza una certa pace. L’Arabia Saudita vorrebbe farlo, tuttavia, per rinforzare la propria alleanza con Israele contro l’Iran, sebbene il regime saudita al momento sembra testare fin a che punto si possa normalizzare le relazioni senza pace.  Lo stesso vale per Stati come gli Emirati Arabi Uniti o il Bahrain. L’Egitto, che ha già un trattato di pace con Israele, è impegnato in lavori di negoziazione (come quello per la riconciliazione fra Hamas e Fatah, per tenere Hamas sul fronte arabo).

La Giordania, uno dei pochi Stati arabi a riconoscere Israele, ha pubblicamente manifestato le sue perplessità. Come potrebbe cambiare il suo quadro diplomatico?

La Giordania teme che potrebbero seguire proteste al suo interno e nel mondo arabo nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di trasferire la propria Ambasciata a Gerusalemme. Proteste del genere potrebbero trasformarsi in qualcosa di più grosso, come le ‘Primavere Arabe’.

Jared Kushner sta mediando fra israeliani e palestinesi. La decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale è parte di un più grande piano? Quale sarebbe? Sarebbe un piano realizzabile?

Stanno circolando molte versioni su come possa essere un piano di pace del genere. Per adesso, è impossibile dire esattamente cosa includerà. Quindi, al momento, possiamo solamente valutare le azioni dell’Amministrazione Trump fino ad adesso, che ha provato senza successo a muoversi contro la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334, la quale dichiarava gli insediamenti illegali e una fragrante violazione delle leggi internazionali, che ha dichiarato che la soluzione non deve essere necessariamente una soluzione a due Stati, che ha collaborato strettamente con l’Arabia Saudita, che ha aumentato la pressione sui palestinesi per forzarli ad accettare i piani di Stati Uniti e Arabia Saudita, che ha dichiarato che riconoscerà Gerusalemme come capitale di Israele, rompendo, così, con  principi di lunga data della diplomazia statunitense, etc. Quindi, questi segnali non fanno presagire bene.

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