giovedì, Dicembre 12

Gerusalemme: ambasciata USA spostata, cosa cambierà? L' intervista a Ugo Tramballi, giornalista e senior analyst presso l’’ISPI’

0

Scontri tra manifestanti ed esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania nel giorno in cui dell’ apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme. Al momento sarebbero 52 i manifestanti palestinesi rimasti uccisi, tra cui anche sei minori. I feriti sono circa 2.400, e quasi 30 quelli in gravi condizioni.

La cerimonia di inaugurazione della nuova Ambasciata americana si è svolta a Gerusalemme nel primo pomeriggio: in prima fila, il premier israeliano Benyamin Netanyahu, la figlia del presidente americano Donald Trump, Ivanka con il marito Jared Kushner, l’ambasciatore Usa David Friedman, il vice segretario di Stato Usa John Sullivan, il segretario al Tesoro David Mnuchin.

«La capitale di Israele è Gerusalemme. Israele, come ogni stato sovrano, ha il diritto di determinare la sua capitale» ha affermato Donald Trump nel video messaggio inviato per la cerimonia. «Un grande giorno per Israele. Congratulazioni!» ha scritto in un tweet.  «Grazie per aver avuto il coraggio di mantenere la promessa. Ricordate questo momento, questa è storia. Il Paese più potente del mondo oggi ha aperto a Gerusalemme la sua ambasciata» ha detto Netanyahu ringraziando Donald Trump.

Dell’ apertura dell’ Ambasciata americana a Gerusalemme e delle sue conseguenze, abbiamo parlato con Ugo Tramballi, giornalista e senior analyst presso l’’ISPI’.

Cosa comporterà lo spostamento dell’Ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme?

Il pregio di Donald Trump, che in realtà è un difetto, è quello di essere molto coerente rispetto a quello che aveva promesso in campagna elettorale: il trasloco dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme era una di queste promesse che, allora, ci sembravano folli. Il trasloco è avvenuto, la cerimonia si è appena conclusa e i diplomatici sono tutti lì: quello che succederà poi è difficile dirlo, ma non credo che lo spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme sia, ad esempio, la causa di quanto sta avvenendo ora alla frontiera di Gaza, o di quello che succederà domani, quando sicuramente anche in Cisgiordania ci sarà la manifestazione. In qualche modo, oramai, la questione dell’Ambasciata è stata digerita: è stata annunciata circa tre mesi fa, si è capito che sarebbe avvenuto e, quindi, in qualche modo la Comunità Internazionale ha digerito la cosa. Anzi, ricordo che, quando c’è stato l’annuncio del trasferimento, la Comunità Internazionale non ha reagito: ci sono state proteste ma dal mondo arabo non è uscita nessuna iniziativa forte. Il fatto che decine di ragazzi stanno morendo alla frontiera tra Gaza e Israele è legato più a queste manifestazioni che vanno avanti da marzo, ogni fine settimana: le manifestazioni per il diritto al ritorno. Gaza è abitata all’80% da profughi e figli e nipoti di profughi palestinesi che vorrebbero tornare. Inoltre, le proteste di oggi e domani saranno soprattutto alimentate dal settantesimo anniversario della Nakba, della grande tragedia del popolo palestinese: il 14 maggio di settant’anni fa è stato proclamato lo Stato di Israele e il 15 maggio i palestinesi celebrano la loro tragedia, la loro sconfitta e l’inizio dell’incubo di un popolo trasformatosi in un popolo di esiliati. Come tutti gli anni, quindi, il giorno della commemorazione della Nakba è il giorno più violento, più pericoloso e di maggiore tensione tra israeliani e palestinesi.

C’è un rapporto tra la scelta di spostare l’Ambasciata a Gerusalemme e la scelta di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano?

Io credo che queste scelte facciano parte del carattere di Donald Trump, che è un uomo dal carattere molto ondivago, che ascolta poco i suoi consiglieri: non dimentichiamo che tutti i suoi consiglieri, che poi lui ha cacciato, come del resto anche il capo delle Forze Armate israeliane e i capi del Mossad, erano tutti favorevoli all’accordo sul nucleare perché ritenevano che l’Iran stesse (e stia tuttora) adempiendo agli impegni presi; allo stesso modo, negli Stati Uniti, tutti erano piuttosto contrari all’idea di trasferire l’Ambasciata (credo che quello dello spostamento dell’Ambasciata sia un tema che, da Ronald Raegan in poi, sia stato regolarmente presentato, ma che non è mai passato perché si temeva, e allora era vero, che una decisione di questo genere avrebbe innescato il caos in tutto il mondo arabo). Trump, quindi, contro le proposte di tutti i consiglieri interni e degli alleati, ha deciso di prendere questa iniziativa: affermare queste decisioni per dimostrare di essere un uomo attivo. Queste due decisioni, quella dell’Ambasciata e quella dell’accordo nucleare, collidono molto, perché il rischio principale che sta correndo quella regione è quello di un conflitto militare diretto tra Israele e Iran e, nonostante tutti gli scontri che abbiamo visto in questi anni nella regione, un conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sarebbe il peggiore che si sia mai visto nell’area.

Quale è la differenza tra la situazione nell’area mediorientale, dove Trump ha sistematicamente ignorato la gran parte dei propri alleati, e la questione coreana, per il quale il Presidente USA ha tenuto un atteggiamento più moderato e conciliante?

Credo che dipenda in buonissima parte dalla qualità degli alleati che ci sono nei due scacchieri.

Il Presidente sud-coreano, Moon Jae-In, l’anno scorso ha vinto le elezioni proprio su un’agenda di dialogo con la Corea del Nord; il Giappone, per quanto sia molto più scettico rispetto alle intenzioni di Kim Jong-Un, è comunque assolutamente favorevole alla denuclearizzazione della regione. In più c’è la Cina che spingeva perché la Corea del Nord avviasse un dialogo.

In Medio Oriente la situazione è esattamente opposta: i due principali alleati degli Stati Uniti nella regione, Israele ed Arabia Saudita, sono i Paesi che più di tutti vorrebbero, non solo far saltare l’accordo nucleare, ma anche sostenere un cambio di regime a Teheran. Quindi, mentre in Corea gli alleati sono stati propositori di un accordo di pace, anche se poi l’accordo ancora non c’è stato, in Medio Oriente gli alleati degli Stati Uniti hanno svolto il ruolo dei sobillatori; in più, in Medio Oriente, c’è una Russia che vorrebbe evitare uno scontro, ma, per quanto sia alleata dell’Iran, non ha né i mezzi né la forza per condizionare le scelte di Teheran come, invece, la Cina ha la forza e i mezzi per condizionare le scelte di Pyongyang.

Sia per quanto riguarda l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano, sia per quanto riguarda lo spostamento dell’Ambasciata USA a Gerusalemme, l’Unione Europea è stata quasi totalmente contraria: come potranno influire queste scelte suo rapporti tra UE e USA? La questione dei dazi può essere collegata al contrasto sulla politica mediorientale tra Washington e Bruxelles?

Non c’è un legame diretto tra tutti questi avvenimenti; fanno però tutti parte di un processo di allontanamento, molto doloroso ma che, prima o poi, sarebbe dovuto avvenire. L’Unione Europea, sia sulla questione di Gerusalemme che sulla questione del nucleare iraniano, è totalmente contraria alle scelte prese da Donald Trump; questo fa il paio con i dazi e con tutta una serie di scelte, come ad esempio sulla NATO e sul rapporto con la Russia: diversamente dai suoi Generali, Trump non vuole alzare il livello dello scontro con la Russia, dato l’aiuto che i russi gli hanno dato in campagna elettorale. Si tratta di un distacco destinato ad essere sempre più grande, almeno finché Donald Trump governerà, ma credo che sia un fatto storico naturale: gli Stati Uniti hanno liberato l’Europa dal nazi-fascismo settantaquattro anni fa; era fatale che, prima o poi, sia andasse verso una separazione sempre maggiore. Il problema è che adesso, in un momento geopolitico così confuso e caotico, con conflitti minacciosi che vanno dall’Ucraina, al Medio Oriente, all’Estremo Oriente, vedere l’Occidente così diviso non aiuta.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore