sabato, Luglio 4

Germania: quella sentenza da impugnare in nome di Schuman e dei trattati La Corte tedesca ha violato gravemente il diritto comunitario e il diritto internazionale, il Trattato europeo prevede che uno Stato possa ricorrere contro un altro dinanzi alla Corte di Giustizia della UE, non solo, ma è obbligo della Commissione denunciare la Germania

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La passata settimana è stata ricca di spunti sui quali vorrei tornare per completare discorsi già qui iniziati, ma meritevoli di qualche approfondimento, a cominciare dalla vicenda europea relativa alla sentenza della Corte Costituzionale della Germania, della quale, ecco perché ci torno, vedo che ormai poco ci si occupa, quasi fosse una cosa marginale e superata. Sia all’interno del nostro Paese, dove, come noto, la conoscenza o meglio la percezione delle cose comunitarie è nonché minima, per lo più incompetente; all’estero, ma perfino vedo a livello comunitario, la percezione delle cose mi sembra particolarmente modesta. E dunque, pur da non specialista della materia, ci torno per qualche chiarimento.

La sentenza tedesca sulla BCE, e in particolare sulla politica del cosiddetto Quantitative Easing (QE), inventata da Mario Draghi, afferma tre cose importanti: 1. Alla Corte tedesca spetta l’interpretazione ultima degli atti comunitari; 2. Alla stessa corte, inoltre, spetta di condurre anche l’interpretazione dei trattati e degli atti comunitari; 3. Gli organismi interni tedeschi, e in particolare la Bundesbank, devono eseguire le sentenze della Corte tedesca, e addirittura pretendere dalla BCE relazioni, atti e comportamenti coerenti alla sentenza stessa, entro tre mesi.

Come ho cercato di spiegare in precedenza, è il rovesciamento radicale e totale nonché della Unione Europea, della sua stessa logica, del suo modo di essere, come risultante anche dal fatto per cui la Unione nasce da un accordo fortissimo tra Francia e Germania, proposto dalla Francia, destinato esattamente a evitare conflitti sia di interesse che giuridici, sia tra quei due Paesi, sia tra gli altri Paesi man mano aderenti alla Unione, a cominciare dall’Italia, anch’essa parte in guerra e nemica della Francia.

Il QE è, a dirla molto semplicisticamente, il modo attraverso il quale la BCE, acquistando titoli del debito pubblico degli Stati (i BOT, per intenderci, e simili) al minimo tasso di interesse possibile, da un lato, permette allo Stato di avere credito a basso costo (cioè ‘calmiera’ il mercato), mentre dall’altro garantisce allo Stato stesso la certezza di riuscire a venderlo quel debito, anche se lo Stato si trovasse in gravi difficoltà. È un modo, lo dico da ignorante crasso di economia, indiretto dicreareliquidità, di stampare moneta, insomma, quello che gli Stati non possono più fare.
Per capirci: Matteo Salvini e Luigi Di Maio e altri, dicono che se noi potessimo stampare moneta, potremmo fare tutti i debiti che vogliamo, avere denaro fresco e spendere e spandere a volontà. Sbagliato, lo capisco anche io, anzi, pericolosissimo e temerario: se facessimo una cosa del genere, già trovare qualcuno disposto a comprare quei titoli sarebbe un’impresa quasi impossibile (chi compra titoli che valgono così poco perché poco affidabili, voi comprereste le azioni di una società in fallimento?), e per di più ci costerebbe tassi di interessi altissimi, e inoltre svaluterebbe al massimo la nostra moneta, per cui acquistare all’estero ci costerebbe molto di più, e noi all’estero compriamo ormai praticamente tutto, dalle mascherine al petrolio, all’energia e perfino ai prodotti alimentari. Tutte cose che pagheremmo a prezzi proibitivi, sia pure vendendo vino, qualche pezzo di formaggio e qualche maglioncino a prezzo più basso.
Dietro cose del genere, diciamola tutta, si nasconde qualche sorta di progetto di consolidamento del debito, o di prestito forzoso e così via: sarebbe l’unico modo per farsi finanziare dagli italiani stessi; e non è un caso, credo che si continuai a parlare di condoni, fiscali, edilizi, delle contravvenzioni, delle bollette dell’acqua, ecc, Lo capisco perfino io, ma, come si dice, cercare di spiegare a chi non vuole capire è impossibile; se non fosse così, si potrebbe dire che ‘a lavare la testa agli asini ci si perde la fatica e il sapone’, ma i nostri politici, per carità, non sono asini, sono solo sordi. O no?
E dunque, ma non solo per noi, il QE è un toccasana.

Ma, dicono i tedeschi, se si acquistano titoli di uno Stato in difficoltà, si mette in pericolo la stabilità di tutti, e, per di più, se la BCE compra molti titoli italiani e pochi tedeschi viola il principio di proporzionalità dell’art. 5 del Trattato sulla Unione Europea, interpretando quel principio in senso meccanico: se compri dieci dall’Italia devi comprare dodici dalla Germania e sei dalla Grecia e così via.
Non è così, perché quel principio non è solo meccanico, ma anche generale: la proporzione non è solo tra popolazione o PIL o altro, ma di caratterepolitico’, nel senso alto del termine: tende, insomma, alla coesione di interessi e di azioni, la cosa mai -dico mai- realizzata, e, a quanto pare, nemmeno nelle mire dei ‘vertici’ comunitari, come mostro più avanti. Comunque, ma non sta né a me né ai tribunali italiani, né a quelli tedeschi, dirlo, sta alla Corte di Giustizia della UE, che ha il compito, esclusivo, di accertare se gli atti della Unione siano o meno legittimi. Basta leggere gli articoli 263 e seguenti del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
E infatti, alcuni cittadini tedeschi hanno posto quei quesiti alla Corte Europea, che ha risposto con una lunga e articolata sentenza l’11.12.2018, C-493/17, sulla base del meccanismo del ricorso pregiudiziale di cui all’art. 267 del trattato, che stabilisce che un tribunale di uno Stato membro (e la Corte Costituzionale lo è, come anche quella italiana) deve -badate bene, ‘deve’- chiedere alla Corte di Giustizia della UE di interpretare gli atti della UE (nella specie il QE, che è un atto comunitario, dato che la BCE è un organo della Unione) e poi, ottenuta la sentenza, uniformarsi ad essa: obbligatoriamente. In tutti i Paesi membri, se la sentenza di un tribunale interno non si adegua perfettamente alla sentenza comunitaria, la sentenza viene rovesciata in appello. Ma la Corte Costituzionale non ha appello! Quindi la sentenza tedesca è irrevocabile.

È un trucco? Sì, è un basso trucco da azzeccagarbugli, tanto per essere rispettosamente cortese; che si sia avvalso del trucco una Corte Costituzionale è solo deprimente, ma chi è senza peccato scagli la prima pietra … vero, Corte Costituzionale italiana?

Cosa ne consegue? Primo: che la Corte ha violato gravemente il diritto comunitario; secondo: che essendo quella sentenza irrevocabile, la Bundesbank, dal punto di vista del diritto interno tedesco, è tenuta ad eseguirla; terzo: che l’Italia, come altri Stati, che ha partecipato attivamente al dibattimento dinanzi alla Corte Europea, ha un evidente interesse al rispetto di quella sentenza.
Non si può fare nulla? Si può, si può. Certo, occorre avere due cose: le ‘p …’ , e cooperazione leale della UE e dei suoi organi.

Cominciamo dalle prime, l’uso delle quali non lo vedo verosimile in pochette, più aduso a sussurrare il numero della propria camera per mostrare alla signora Merkel la sua collezione di moduli di autocertificazione, che ad altro. Ma sta in fatto che la Germania ha violato gravemente il diritto internazionale e non solo il diritto comunitario, dato che ogni Stato che commetta un illecito internazionale, non può esserne scusato (cioè esentato dalla responsabilità) solo perché un tribunale interno o anche un Parlamento lo obblighi a farlo. È rimasto famoso il caso degli USA che si sono pubblicamente dovuti scusare, ammettendo l’illecito, con l’OLP, quando una legge del Parlamento USA impedì, per un certo tempo, l’accesso alle Nazioni Unite ai rappresentanti dell’OLP. È, del resto, un principio fondamentale di diritto non solo internazionale: si chiama ‘buona fede’ -senza alcun riferimento al Ministro! E il Trattato europeo prevede che uno Stato possa ricorrere contro un altro, dinanzi alla Corte, proprio in questi casi, art. 273.
Ma anche l’UE può, anzi, deve, perché qui si è in presenza di una violazione grave dei trattati, e non se ne può uscire con una balbettante dichiarazione della signora Christine Lagarde e con un’altra ancora meno coraggiosa della signora Ursula von der Leyen. Ci sono le norme sulla cosiddetta procedura di infrazione: la Germania ha violato i trattati, la Commissione (cara signora von der Leyen!) ‘avvertelo Stato della violazione gli dà qualche giorno per rispondere e poi, agisce, ‘denunciandolo Stato dinanzi alla Corte di Giustizia sulla base degli articoli 258 e seguenti. È un obbligo!
E, quindi, se la signora von der Leyen non fa nulla? L’art. 265 prevede il cosiddetto ricorso in carenza, per obbligare gli organi comunitari ad agire nel rispetto delle norme, pena la loro eventuale estromissione ad opera del Parlamento. Il ricorso verrebbe proposto dagli Stati con le ‘p …’ .
Una serie di atti coordinati e coordinabili, fondati sul principio di solidarietà (quello vero dell’art. 222) e di cooperazione, di cui agli articoli 2, 3 e 6 del Trattato.
Come vedete, le norme ci sono: non usarle da parte di chi di dovere è un illecito, anche nel diritto italiano!

A questo punto non può non lasciare di stucco, la teatrale e retorica manifestazione in ricordo di Robert Schuman, l’ideatore politico dell’UE: un politico, rara merce, capace di pensare il futuro, visto come interesse non generale, ma collettivo e che, infatti, parlava, nel 1950, di «prima tappa di una federazione europea», realizzata, per cominciare, affidando ad una Autorità esterna agli Stati la gestione diretta dei settori economici dell’industria pesante europea diretta, cioè non più nella disponibilità degli Stati.
Dove ve ne sia traccia nelle parole stereotipate e rituali, e anche un po’ sciatte, di Charles Michel, Ursula von del Leyen e David Sassoli, che scientemente citano solo la frase di Schuman sulla guerra da evitare e ‘dimenticano la gestione comune e quindi la tendenza alla federazione, mi sfugge.
E poi,
i tre, si vantano apertamente delle grandi realizzazioni della Unione, attraverso la mobilitazione di grandi capitali da investire in … prestiti agli Stati, per il virus: il contrario esatto di ciò non tanto e non solo che voleva Schuman, ma con lui Konrad Adenauer e perfino Alcide De Gasperi. I prestiti li fanno anche le banche e, spesso, sono anche meno esose!

Quella che quei tre hanno disegnato, l’altro giorno e per di più solo a parole, è l’Europa del mercato, del commercio, della competizione tra Stati: l’opposto dei trattati e della ‘solidarietà’ di Angela Merkel e del suo ambasciatorie Elbling «abbiamo ospitato 40 pazienti italiani nei nostri ospedali» (incidentalmente: è un obbligo!). Che senso ha affermare, parlando tra l’altro solo della emergenza sanitaria, il resto non esiste: « … tutti gli Stati membri devono poter disporre del margine di bilancio necessario per affrontare l’emergenza medica in corso. Con questo spirito dobbiamo prepararci anche alla ripresa. Dopo aver temuto per la loro vita, molti europei sono ora preoccupati per il loro lavoro. È necessario riavviare il motore dell’economia europea», appunto, con i prestiti! E il futuro, il progetto generale, la visione, la prospettiva? Sarà un caso (?) ma quelle scialbe parole arrivano lo stesso giorno in cui Sebastian Kurz, l’austriaco, con una faccia tosta degna davvero di miglior causa, propone accordi speciali e particolari sul turismo a Grecia, Danimarca, Repubblica ceca, Australia, Nuova Zelanda e Israele, alla faccia dell’art. 6 e del Cap. XXII del Trattato.
Avessimo un Governo, avrebbe almeno tirato le orecchie a quei tre (e a Kurz), sempre che le abbiano … ma tanto un Governo noi, non lo abbiamo e, quindi, le loro orecchie sono al sicuro, il che non toglie che possano sembrare un po’ troppo lunghe.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.