domenica, Giugno 7

Germania, il mortale coronavirus di Frau Merkel Più ancora del virus a preoccupare il Governo sono l’economia, a rischio di crollo di oltre il 5%, e la difficile ripresa che si prospetta, e l’Europa, che accusa Berlino di egoismo e cerca di addossargli la responsabilità di portare a morte certa l’Unione

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Germania nell’occhio del ciclone del coronavirus Covid-19. Più ancora che per il risvolto sanitario -che comunque c’è, per quanto appaia sotto controllo- per quello politico economico nel contesto europeo.

Il cosa sarà dell’Europa nel post-coronavirus dipenderà in gran parte dalla Germania, ovvero dalla capacità o meno del Governo federale -che è come dire di Angela Merkel- di raccogliere il senso di quanto sta accadendo, e di avere la forza di guardare lontano. Dalla decisione della Germania sugli eurobond -o altro strumento equivalente, comunque lo si voglia chiamare, di condivisione del debito-, passerà il futuro dell’esistenza stessa dell’Unione Europea, ma anche il futuro della Germania.

Lunedì un campanello di allarme dovrebbe essere stato udito dal Bundeskanzleramt. Il rapporto presentato dal Consiglio Consultivo Economico, dell’economia tedesca, ha formulato tre scenari possibili in merito all’impatto della pandemia: «In tutti e tre gli scenari di diffusione del virus, la ripresa che si stava delineando in Germania si interrompe drasticamente», afferma il rapporto. Lo sviluppo più probabile è una ‘normalizzazionedella situazione economica nel corso dell’estate. In questo caso, il Pil tedesco dovrebbe calare nell’anno del 2,8%. Per i due scenari meno favorevoli, il rapporto immagina un calo del 5,4%,al quale seguirebbe una ripresa molto debole nel 2021, se le misure restrittive decise dal Governo dovessero prolungarsi oltre l’estate: «Iprovvedimenti presi in quel caso non basterebbero a scongiurare danni negativi profondi nella struttura economica del Paese», si legge nel rapporto. In questo scenario, il Pil calerebbe del 4,5%, e nell’anno successivo, la crescita al massimo si attesterebbe molto lentamente all’1%. Nello scenario peggiore, vi sarebbero blocchi della produzione generalizzati e misure restrittive più durevoli, che porterebbero ad un crollo del Pil pari al 5,4%, con una ripresa veloce e forte nel 2021 che produrrebbe una crescita pari al 4,9%.
Non bastasse, ci sono le dichiarazioni di uno dei 5 economisti autori del rapporto ai media internazionali,
Achim Truger, il quale afferma: «E’ importantissimo che le misure colte a salvaguardare la salute e quelle economiche siano concordate» dai vari Paesi colpiti dal coronavirus. «Non porta a niente se un Paese, per esempio la Germania, esce bene dalla crisi mentre nei Paesi vicini la situazione è peggiore», sottolinea Truger. «In quel caso non si potrebbe neanche far ripartire la produzione».

Scorsa settimana, l’Istituto Ifo di Monaco in uno studio ha stimato una riduzione dell’economia tedesca dal 7,2%, per un periodo di due mesi di crisi, al 20,6% nello scenario peggiore, che prende in considerazione un’interruzione di tre mesi. Mesi di crisi più o meno lunghi che comunquedreneranno centinaia di miliardi di euro dal bilancio pubblico, e metteranno a rischio 1,8 milioni di posti di lavoro. «I costi dovrebbero superare qualsiasi cosa conosciuta in Germania, dalle crisi economiche alle catastrofi naturali negli ultimi decenni», ha detto il Presidente di Ifo, Clemens Fuest.

Albrecht Ritschl, professore di storia economica alla London School of Economics, ha commentato: «Siamo solo all’inizio della crisi. Può andare male come la Grande Depressione dei primi anni ’30. Un calo del prodotto interno lordo di circa il 20% non è del tutto fuori questione. La prospettiva è desolante e dipende da quanto durano le misure di quarantena», aggiungendo che se è vero che la Germania «è in una posizione abbastanza buona»grazie al rigore di questi anni che ha mantenuto il pareggio di bilancio, è vero però che in Germania«abbiamo il problema che il Paese è più interconnesso a livello internazionale rispetto alla maggior parte delle altre principali economie. Ciò significa che siamo più dipendenti di altri dai nostri vicini che stanno bene».

Fino ad oggi, in Germania ci sono stati 61.913 casi (a ieri), secondo i dati OMS, per la gran parte concentrati in Renania e Vestfalia, con la città di Amburgo particolarmente colpita. Le misure adottate sono simili a quelle del resto dell’Europa, a partire dall’Italia, per tanto negozi non essenziali chiusi, distanziamento sociale, invito a ‘restare a casa’, blocchi e chiusure propriamente dette solo per le aree più colpite.
I
decessi sarebbero stati 682 (a ieri), ovvero il tasso di mortalità sarebbe molto più basso rispetto a Paesi come Italia e Spagna. Ciò sarebbe dovuto a una diversa struttura anagrafica della popolazione, cioè la popolazione tedesca è più giovane rispetto a quella dei Paesi maggiormente colpiti. A ciò si aggiunge il fatto che il sistema sanitario tedesco, pubblico e ben finanziato, ha strumenti che lo rendono particolarmente efficiente. Negli ospedali tedeschi vi sono oltre 28.000 letti di terapia intensiva con un buon numero di respiratori edotazioni sicuramente tra le migliori al mondo.Ciò non di meno, «se le infezioni si diffondessero in Germania alla velocità con cui si diffondevano in Cina, Italia e ora in Spagna e Francia, il sistema medico del Paese sarebbe travolto. Le maschere per il viso e gli indumenti protettivi per il personale medico stanno già finendo», afferma Klaus W. Larres, storico e politologo di origini tedesche e docente alla University of North Carolina.L’obiettivo del Governo è tentare di evitare picchi, prolungare l’epidemia là dove non è possibile evitarla.

Come altrove la popolazione non si è immediatamente resa conto della gravità dell’emergenza, ora invece la paura pare avere la meglio. Preoccupati lo sono anche i politici, più ancora della crisi sanitaria a preoccuparli è l’economia tedesca quasi bloccata.

Il Governo sta tentando di frenare la crisi con unenorme programma di credito e sussidi statali del valore di 110 miliardi di Euro, per i lavoratori autonomi, i piccoli datori di lavoro e le grandi società. Sono stati inoltre predisposti programmi speciali che aiutano i dipendenti in crisi di liquidità.
«Viene presa in considerazione anche la parziale proprietà governativa – o nazionalizzazione effettiva – di molte compagnie, come le compagnie aeree. Il sistema consente alle aziende di mettere in pausa l’occupazione dei lavoratori, che ottengono fino al 67% dei loro salari pagati dall’agenzia di disoccupazione statale. Una volta che la crisi è finita, questi stessi lavoratori hanno il diritto di tornare ai loro vecchi lavori ai loro ex stipendi. Alla fine le aziende possono tornare a lavorare rapidamente perché possono contare su una forza lavoro esperta e non devono cercare e formare nuovo personale» afferma Larres.

Quel che anima il dibattito politico, e preoccupa forse più ancora della crisi sia sanitaria che economica interna, è l’Europa, o meglio, le richieste che dai Paesi del Sud dell’Unionestanno tempestando Bruxelles e che vanno sotto il nome di Eurobond. Il perché è evidente: gli Eurobond di fatto implicano la messa in comune dei debiti di tutti i Paesi dell’Unione.
Lo scontro sul tema appare serrato.
Contro gli eurobond i partiti di governo, CDU e Spd; a favore, il partito che ambisce divenire forza di governo, e sembra avere tutte le carte in regola, a partire dai sondaggi, per diventarlo, i Verdi.
Per la CDU di Merkel, di eurobond non se ne parla, ma neanche per i socialdemocratici della Spd. Ilvicecancelliere e Ministro alle Finanze Olaf Scholz,a nome dei socialdemocratici, ha affermato che «ègiusto sviluppare in tutta Europa un progetto comune per ravvivare l’economia», e però niente eurobond, come sostenuto da Merkel, «E’ piùefficace ricorrere alle possibilità esistenti, a cominciare dal meccanismo di stabilità europeo».
Sulla stessa lunghezza d’onda, il resto della destra tedesca. L’Fpd (Freie Demokratische Partei), per bocca del vicepresidente dell’Europarlamento, Nicola Beer, definisce la condivisione dei debiti «una linea rossa che non deve essere superata». Nell’ultra-destra di Afd(Alternative für Deutschland), il ritornello è ‘no ai coronabond’, ‘no a questa condivisione dei debiti’, ‘no ad un euro tutta a spese della Germania’.
La linea dei due partiti di Governo, dunque, insieme al resto della destra, è ferma e assolutamente allineata su: l’esistente, ovvero il MES, di nuove soluzioni, insomma, di Europa federale per davvero, non se ne parla.
Mentre sono
decisamente favorevoli i Verditedeschi, seconda forza politica in Germania, stando ai sondaggi, con consensi che oramai superano stabilmente il 20% dell’elettorato, e un portamento sempre più da partito che sa di poter ambire al governo, in un quadro che vede sia la CDU sia i socialdemocratici in forte crisi e probabilmente logorati da troppi anni di governo, privi di idee all’altezza dei tempi. Seconda forza, i Grünen, anche nel Parlamento europeo, con 24 seggi (20,5% dei voti) dietro solo alla Union CDU-CSU di Merkel. Il che complica ancora di più le difficoltà di CDU e socialdemocratici.
«Gli Stati economicamente più forti come noi devono aiutare quelli che stanno peggio. E’ nell’interesse tedesco che l’economia italiana sopravviva alla crisi», ha dichiarato Robert Habeck, leader dei Verdi.

Nel Bundestag di oggi è prevalente la contrarietà agli eurobond e a qualsiasi ogni forma di condivisione dei debiti in ambito Ue, non ultimo per la diffidenza nei confronti di quelli che nel corso dell’ultima grande crisi venivano definiti Paesi PIGS, Italia e Spagna in testa, proprio i Paesi che oggi, più di tutti (almeno al momento) colpiti dall’epidemia, chiedono a gran voce la condivisione delle politiche economiche, e relativi oneri.
La complicazione si insinua proprio nel Parlamento, tra le fila dell’Spd, che nel passato non aveva rifiutato pregiudizialmente alla condivisione del debito. Tra queste voci, a tratti anche dure, quella dell’ex Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel: «Qualcuno deve spiegarmi perchènoi tedeschi in tema di condivisione dei debiti non dovremmo mettere a disposizione l’1% all’Italia o alla Spagna. Io sarei favorevole a mettere a disposizione anche il 10%», ha detto, aggiungendo che «se adesso non siamo pronti a condividere il nostro benessere, non so cosa ne sarà di quest’Europa. Sono molto preoccupato che possa andare in pezzi».
Queste sacche socialdemocratiche danno forza al pronunciamento dei Verdi, mettendo in difficoltà il Governo.

L’altro problema che occupa le menti dei politici al governo è l’acuirsi dello scontro con gli USA. Due elementi, secondo Klaus W. Larres, hanno approfondito il solco tra Berlino e Washington: la non volontà della Casa Bianca di sedere al tavolo europeo per trovare una linea di azione comune per far fronte alla crisi, e, ancor più grave, il ‘casoCureVac’ , un tentativo maldestro e, considerato che è stato condotto in un momento di gravissima crisi sanitaria, ancora più da squalo, di DonaldTrump di mettere le mani su una delle aziende più strategiche in assoluto. Secondo quanto riferito, il Presidente degli Stati Uniti in persona avrebbe offerto una grande quantità di denaroper acquisire CureVac, una multinazionalebiotecnologica che potrebbe rivelarsi fondamentale per la ricerca di un vaccino contro il coronavirus.Tentativo fallito, ma che se fosse andato in porto sarebbe stato uno smacco terribile per la Germania e per l’Europa. Il caso ha messo in rilievo la debolezza della Germania nella tutela delle sue aziende strategiche, la fragilità della sua intelligence e della sua forza diplomatica, ma anche la fragilità di una Europa che detta le regole del calibro dei cetrioli ma non riesce difendere il suo patrimonio strategico.
Secondo Larres, il ‘caso CureVac’ potrebbe rivelarsi distruttivo per le relazioni USA-Germania, sebbene la Germania lavori ancora per la cooperazione costruttiva americana nella gestione della pandemia che sta minacciando tutti.

Una crisi con l’altra parte dell’Oceano che si assomma alla crisi interna all’Europa. Un frangente in cui Trump rischia di apparire un gigante della politica con la sua velocità nel promettere «il via a un grande piano di investimenti per infrastrutture. Dovrà essere molto grande e coraggioso, almeno duemila miliardi e concentrato sulla creazione di lavoro e sulla ricostruzione delle infrastrutture del nostro Paese»,e Merkel un nano imbarazzo, vinto, immobile su schemi propri di un altro secolo.
No, Non sono sono più i tempi in cui Angela Merkel all’‘America first’ di Trump poteva rispondere «noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani», sicura di poter avere non solo tutta la Germania ma anche tutta la UE dietro di lei, e con l’ambizione di poter prendere il posto degli USA nel vecchio continente quale paladino dell’ordine mondiale liberale, mentre Trump ripiegava entro i confini del suo ‘regno’. Sono trascorsi meno di tre anni da allora, ma sembra un secolo, i tempi sono cambiati, ora un pezzo di UE sta accusando Berlino di egoismoe cerca non solo di metterlo alle corde, ma anche di addossargli la responsabilità di portare a morte certa l’Unione.
Berlino tutto questo non se lo può permettere. Probabilmente il come Berlino cercherà di uscire da questa imbar
azzante posizione lo si dovrà ricercare nei numeri dell’economia. Quelli di ieri preoccuperanno di certo Frau Merkel.

Se poi si dovesse arrivare ed è evidente che è molto difficile, se non impossibile, ma il paventarlo sarebbe una pressione ulteriore e molto grave per Berlino, ad una decisione come quella che ha suggerito l’economista tedesco Wolfang Munchau,allora la Germania sarebbe davvero KO. Munchau,editorialista del ‘Financial Times’, ha affermato, in una intervista su ‘Il blog delle Stelle, «Ritengo chela proposta dei nove leader a favore dei Coronabond o Eurobond sia la direzione giusta», «Io proporrei che i nove Paesi lo facessero tra di loro, senza la Germania e senza i Paesi Bassi,«emettere Eurobond tra loro e poi fare in modo che la BCE li compri. La BCE poi può scegliere, ma lo farebbe perché sarebbe una grande responsabilità per la BCE non comprarli: sarebbe come premere il grilletto. Potrebbe innescare il crollo dell’Eurozona e la BCE non vuole questo, non lo vuole la Germania né lo vogliono i Paesi Bassi. Quindi, è davvero una specie di atto unilaterale, detta in modo un po’ ostile».

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