domenica, Settembre 20

Germania: fallito l’accordo tra CDU e Liberali per il Governo Zimbabwe: Mugabe verso la sfiducia. Kurdistan: referendum era incostituzionale, non ha valore legale

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Germania: a sorpresa, falliscono i colloqui per la formazione del nuovo Governo. Il colpo di scena è arrivato durante la notte, quando il Presidente Federale dei liberal-democratici, Christian Lindner, ha dichiarato falliti i negoziati. La scelta di Lindner ha sorpreso tutti, in primo luogo il Cancelliere cristiano-democratico, Angela Merkel, che, nel corso della conferenza stampa seguente, si è detta dispiaciuta per il mancato raggiungimento di un accordo che, oltre ad essere fondamentale per la Germania, sembrava anche a portata di mano. Evidentemente, i liberal-democratici non erano d’accordo: in effetti, i punti di attrito erano diversi, a cominciare dall’Europa, per arrivare all’ambiente e alla questione dei migranti; oltretutto, al tavolo delle trattative, oltre a liberal-democratici e cristiano-democratici, sedevano anche i cristiano-sociali bavaresi e i verdi. Resta il fatto che, a detta di quasi tutti i partecipanti ai colloqui, un accordo di Governo era, non solo possibile, ma addirittura a portata di mano. In questo modo, i liberal-democratici di Lindner, da poco tornati a crescere dopo anni di declino, si arroccano in una posizione di isolamento.

Il Presidente tedesco, Frank Walter Steinmeier, che domani incontrerà la Merkel, si è detto contrario a nuove elezioni che, con tutta probabilità, darebbero lo stesso risultato delle precedenti, consegnando il Paese all’ingovernabilità. Da parte solo, i socialdemocratici di Martin Schulz si sono dichiarati non disponibili ad un nuovo Governo di larga coalizione; restano aperti al dialogo i Verdi.

Ad esultare, in tutto ciò, sono i nazionalisti di Estrema-Destra del movimento Alternative für Deutschland (AfD: Alternativa per la Germania): il loro leader, Alexander Gauland, ha esultato per il fallimento dei colloqui e si è detto certo che, alla fine, AfD riuscirà a trionfare.

Da parte europea, invece, la notizia del mancato accordo ha destato preoccupazione, sia a livello comunitario, sia nei singoli Paesi: una dichiarazione su tutte, quella del Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, che ha sostenuto che una Germania instabile non è nell’interesse né della Francia né dell’Unione Europea.

Dalla Gran Bretagna arriva la notizia, ufficiosa e smentita da fonti governative, secondo cui il Primo Ministro, Theresa May, sarebbe pronta a cedere almeno in parte sulla questione dei debiti di Londra con l’UE: secondo i conti di Bruxelles, gli inglesi dovrebbero restituire alle istituzioni europee circa sessanta miliardi di euro, mentre questi, fino ad ora, si erano dichiarati disposti a restituirne solo venti; secondo le nuove indiscrezioni, la May sarebbe intenzionata a rilanciare su quaranta miliardi di euro. Per poter aver il via libera del proprio partito e, in particolare, della fronda interna: il sostegno degli euro-scettici, che fanno capo al Ministro degli Esteri, Boris Johnson, però, è tutt’altro che scontato.

Da Bruxelles, intanto, arriva la dichiarazione del Ministro degli Esteri belga, Didier Reynders, secondo cui, dati gli scarsi progressi ottenuti finora nel dibattito con Londra, le istituzioni UE dovrebbero tenersi pronte a qualsiasi eventualità.

Dopo il ritiro di Malta, Zagabria e Dublino, le possibilità che l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) potesse essere trasferita a Milano sembravano rafforzate. A causa della scelta separatista degli inglesi, l’EMA è stata costretta a cercarsi una nuova sede e, di conseguenza, si sono aperte le candidature. Milano sembrava ben piazzata, anche se non mancavano candidati validi: in mattinata i principali avversari dell’opzione italiana erano considerati Bratislava, Amsterdam, Copenaghen e Stoccolma.

La corsa per l’assegnazione dell’EMA, inoltre, si intrecciava con quella per l’assegnazione dell’Autorità Bancaria Europea (EBA) a cui sono interessati Francoforte, Parigi, Lussemburgo e, appunto, Dublino (che si è ritirata dalla corsa per l’EMA proprio per avere maggiori possibilità di ottenere l’EBA).

Passata ai primi due turni di votazioni, Milano si è trovata in parità con Amsterdam allo scrutinio finale: la decisione, estratta a sorte, ha favorito la capitale dei Paesi Bassi.

Dopo che, alle 12 di oggi, è scaduto l’ultimatum del Governo dello Zimbabwe contro il Presidente Robert Mugabe, senza che questi abbia dato alcuna risposta, il Parlamento ha deciso di attivare, nella giornata di domani, la procedura di impeachment nei suoi confronti.

Nel corso di una conferenza stampa tenuta ieri, il Presidente, non solo non aveva annunciato le dimissioni che tutti si aspettavano, ma aveva dichiarato di voler continuare a restare alla guida del Paese. Notizie contrastanti sulle sue reali intenzioni si sono susseguite per tutta la giornata di ieri e di oggi; ora, scaduto l’ultimatum del Governo, sembra che la sua avventura politica come Presidente dello Zimbabwe, che va avanti da ormai quarant’anni, sia arrivata al termine.

La procedura di impeachment attivata dal Governo dovrebbe portare, in un paio di giorni, alla deposizione del Presidente che, però, non è restato a guardare e ha convocato per domani una riunione del proprio Gabinetto. Mentre il Governo decideva il da farsi, gli studenti della capitale, Harare, sono scesi in piazza per protestare contro Mugabe.

I ricorsi presentati dal candidato sconfitto, Raila Odinga, sono stati respinti dalla Corte Suprema del Kenya: Uhuru Kenyatta è definitivamente Presidente. Nelle proteste organizzate dai sostenitori di Odinga seguite all’annuncio della sentenza, almeno due persone sono rimaste uccise.

Dopo le dimissioni annunciate durante un suo viaggio in Arabia Saudita e il suo seguente soggiorno a Parigi, il Primo Ministro dimissionario del Libano, Saad Hariri, sarà domani a Il Cairo per incontrare il Presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi. Le dimissioni di Hariri hanno sollevato molti dubbi sulla reale natura di questa nuova crisi libanese e sul ruolo che Arabia Saudita, Iran (con il suo alleato in Libano, Hezbollah) ed Israele hanno avuto nel determinare la scelta dell’ex-Primo Ministro. Dopo il suo viaggio egiziano, Hariri tornerà finalmente a Beirut mercoledì prossimo: allora, forse, sarà possibile capire qualche cosa di più su questa crisi.

In ogni caso, appare chiaro che lo scontro tra sauditi ed iraniani abbia giocato un ruolo fondamentale nell’esplodere della crisi: oggi, dalla Lega Araba, è arrivata l’accusa, rivolta contro l’Iran ed i suoi alleati di Hezbollah, di essere il principale elemento di instabilità in tutta l’area mediorientale. Le dichiarazioni della Lega Araba sono state subito attaccate dai rappresentanti sciiti presenti nel Parlamento di Beirut e dai vari gruppi palestinesi, oltre che, naturalmente, dalle autorità iraniane.

I rapporti che legano i protagonisti di questa crisi, sebbene non siano del tutto chiari, hanno ricevuto una nuova conferma dalle dichiarazioni del Ministro dell’Energia di Israele, Yuval Steinitz, il quale ha confermato l’esistenza di rapporti segreti tra Tel Aviv e Riyad in chiave anti-iraniana. Il Libano, però, non è il solo Stato nell’area a vivere una situazione di crisi politica latente: fonti della Polizia israeliana hanno confermato che il Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, è stato interrogato nell’ambito di un’indagine anti-corruzione.

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