venerdì, Febbraio 26

Germania: CDU, un Congresso per ricominciare da … Friedrich Merz, Armin Laschet e Norbert Röttgen si contendono la guida dell’Unione Cristiano-democratica e, forse, la candidatura alla Cancelleria

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In queste ore, tra oggi e domani, 15 e 16 gennaio, dopo ben due rinvii a causa della pandemia, in Germania, l’Unione Cristiano-democratica, la CDU, ‘ha aperto le porte’ del 33esimo Congresso di partito, questa volta interamente digitale, nel pieno rispetto delle norme di contenimento anti-COVID-19. Come ha detto il Segretario generale Paul Ziemiak, in una conferenza stampa a Berlino poco tempo fa, presentando le decisioni del partito, “è la prima volta che si terrà in Germania un congresso di partito esclusivamente virtuale”. Tale formato renderà le oscillazioni degli eventi e gli accordi dietro le quinte molto più difficili.

Avverrà, invece, per posta, dopo una pre-votazione digitale, che non avrà valore definitivo, l’elezione del nuovo Presidente, che succederà a Annegret Kramp-Karrenbauer, ‘delfina’ di Angela Merkel, che era stata eletta il 7 Dicembre 2018 durante il 31esimo Congresso, ma aveva deciso di rassegnare le dimissioni il 10 Febbraio 2020, a seguito di uno scandalo nello stato tedesco di Turingia e cioè l’elezione di Thomas Kemmerich a ministro presidente dello Stato con l’appoggio dell’estrema destra dell’Alternative für Deutschland (AfD). 

1.001 sono i delegati delle sezioni regionali e locali che voteranno il nuovo leader dell’Unione e per vincere sarà necessaria la maggioranza assoluta, cioè 501 voti. I risultati del voto dei delegati saranno noti solo sabato prossimo, il 22 Gennaio, e, sulla base delle regole di statuto, se nessuno dei tre candidati raggiungerà il 50% dei voti si andrà al ballottaggio per decretare il vincitore.

Essendo stata una presidenza di una durata molto esigua, la successione vera è ad Angela Merkel, già Presidente della CDU dal 2000 al 2018 e attuale Cancelliera federale, giunta al 16esimo anno di governo, che, anche nel discorso di fine anno pronunciato pochi giorni fa, ha ribadito: “Tra nove mesi ci sono le elezioni federali per le quali non mi ricandido, perciò questa è probabilmente l’ultima volta in cui io mi posso rivolgere a voi in un discorso di fine anno come cancelliera federale”. 

Le elezioni federali sono infatti previste per l’autunno 2021, per la precisione il prossimo 26 Settembre, ma, come vedremo, prima sono in calendario tornate elettorali in alcuni Land. La scelta che i 1001 delegati della CDU faranno al Congresso in corso non potrà dunque prescindere da questa prospettiva: Presidente eletto potrebbe, qualora si trovasse accordo con la CSU bavarese, essere il candidato comune alla Cancelleria.

Chiunque conquisterà la leadership della CDU, dovrà fare i conti con l’eredità di Angela Merkel, il cui indice di approvazione, dopo tempi di flessione a causa di alcune sue decisioni come quelle in tema di immigrazione, è di nuovo in vetta, all’84% dopo quasi 16 anni al potere, in aumento per l’autorevolezza dimostrata nella guida dell’Europa in un momento tempestoso come quello dell’ultimo anno: il Recovery Fund, per fare un esempio, non sarebbe realtà senza l’impegno deciso della Cancelliera, idem l’accordo tra UE e Regno Unito per Brexit o l’intesa CAI tra UE e Cina.

Se la CDU continua ad essere il perno della vita politica tedesca ed europea – si ricordi che la Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen è esponente della CDU – è proprio grazie a Merkel che ha sempre preferito il pragmatismo, il dialogo alle rivalità ideologiche agli interessi di parte, anche a suo discapito. Anzi, Merkel ha fatto sue le principali categorie del riformismo contenendo l’ascesa populista e ricalibrando nuovamente le priorità del Paese, spiazzando, sostanzialmente, gli avversari. 

Questo le ha consentito di mostrare coerenza, ma anche di prendersi cura, in modo quasi materno, degli interessi della Nazione senza arrecare danno al suo partito, ma anzi allargandone la base del consenso. Un percorso agli antipodi rispetto a quello dell’SPD, che a Settembre candiderà alla cancelleria Olaf Scholz e che in 15 anni è passata dal 35% delle elezioni del 2005 al 16% nei ultimi sondaggi.

Occhi, dunque, puntati sul Congresso di quella che rimane, secondo le rilevazioni, la principale forza politica tedesca: l’alleanza tra CDU e CSU (l’Unione Cristiano-Sociale, partito ‘fratello’ della CDU in Baviera), se si votasse oggi, porterebbe a casa il 36% dei consensi, rispetto al 18% dei Verdi e il 16,3% dei Socialdemocratici. 

‘Una poltrona per tre’ è la fotografia attuale della corsa alla guida della CDU. Tre, per l’appunto, i candidati, provenienti da correnti diverse del partito: Friedrich Merz, avvocato finanziario in forza all’ala più a destra, considerato l’anti-Merke e già battuto due anni fa da AKK; Armin Laschet, profilo moderato, in linea di continuità con il merkelismo e, attualmente, Primo ministro dello stato tedesco della Renania Settentrionale-Vestfalia, il più densamente popoloso della Germania; Norbert Röttgen, deputato centrista, Presidente della commissione Esteri del Bundestag, ritenuto tra i maggiori esperti di politica estera dei Cristiano democratici.

Ci sarebbe poi un candidato ‘ombra’, la cui corsa è stata più che altro un’indiscrezione: uno è l’esponente della CDU che ad oggi sarebbe il più votato, e cioè Jens Spahn, attuale Ministro della Salute che si è trovato a gestire la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, circostanza che gli ha fatto guadagnare molto punti nella scala di gradimento. 

A Febbraio scorso aveva annunciato di volersi presentare come vice di Laschet, ma, stando alle ultime rilevazioni, non gli mancherebbero i numeri per candidarsi da solo: un sondaggio dell’istituto di ricerca dell’opinione pubblica Kantar dava Spahn sopra la cancelliera tedesca con il 52% dei consensi, mentre Merkel è seguita dal Presidente della Baviera, Markus Söder con il 50%, e il Ministro delle Finanze, Olaf Scholz, con il 47%.

Secondo alcuni retroscena apparsi sulla stampa locale nelle ultime settimane, Spahn aveva avviato le conversazioni per candidarsi: il Ministro, ha scritto lo ‘Spiegel’, avrebbe avuto contatti con diversi deputati dei Laender o del gruppo parlamentare al Bundestag oltre che funzionari di partito per sondare quale fosse il clima attorno ad una sua eventuale candidatura. Addirittura, aveva scritto ‘Bild’, a detta di “capogruppo regionale” della CDU, Spahn “ha chiarito che sarebbe disponibile a candidarsi a cancelliere, se i risultati dei suoi sondaggi a marzo fossero stati molto migliori di quelli di Laschet”, sostenuto da Spahn che si candida a suo vice come secondo in ticket. 

Altre ricostruzioni attribuivano a Spahn il tentativo di invertire il proprio ruolo con quello di Laschet nel ticket per diventare capo del partito. Una leadership Spahn solletica un gruppo di giovani parlamentari, così come il Vicepresidente del partito, Volker Bouffier, aperto ad un rinnovo generazionale della guida della CDU.

Anche il Presidente del parlamento federale, Wolfgang Schaeuble, da suo mentore, era parso favorevole ad una candidatura di Spahn a Cancelliere. Schaeuble aveva infatti affermato che chi intende candidarsi alla guida del governo tedesco non deve necessariamente essere presidente della CDU o della CSU. Tuttavia, la popolarità di Spahn ha subito negli ultimi giorni un significativo deterioramento. Il Ministro della Salute tedesco è stato severamente criticato per le carenze e i ritardi nella campagna di vaccinazione contro il coronavirus in corso in Germania.

Inoltre, nonostante Laschet si configuri come il candidato meno favorito, un portavoce del ministero della Salute ha smentito le presunte manovre di cui riferiscono ‘Spiegel’ e ‘Bild’ e lo stesso Spahn ha escluso categoricamente di voler modificare la sua posizione: “No, mi candiderò a vicepresidente della CDU”, ha dichiarato Spahn, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano ‘Die Welt’. Pur essendo opinione comune nel partito che non ci saranno sorprese in questo senso, qualcuno ha continuato a sperare il contrario in quanto – si leggeva qualche giorno fa sulla ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ – «nessuno dei tre candidati sembra ispirare molto entusiasmo».

Anzi, nessuno dei tre supera il 30% del favore degli elettori della CDU. In testa, secondo l’ultimo sondaggio di Infratest-Dimap, Merz con il 29% del gradimento, mentre Laschet nelle ultime settimane è cresciuto di dieci punti fino al 25%: più o meno la stessa percentuale attribuita a Röttgen, dato, invece, qualche settimana fa, al 31,7%.  

Se tutto ciò è vero, l’esito della competizione è tutto fuorché assodato. Dirimente potrebbe essere il consenso delle donne, finora poco attratte dall’idea di votare per Merz e piuttosto  combattute fra Laschet e Röttgen: non a caso, tutti e due hanno ricevuto l’investitura dal Consiglio federale femminile dell’Union, sebbene l’ex Presidente, Rita Süssmuth, abbia manifestato la sua preferenza per il governatore renano.

Ma conosciamo meglio i candidati in lizza, tutti maschi, tutti cattolici romani, tutti provenienti dallo stato tedesco occidentale del Nord Reno-Westfali, ma ognuno con una visione divergente del futuro del partito.

Finora quello che ha raccolto più attenzioni è stato Merz, nato nel 1955, avvocato aziendale ed ex parlamentare che ha servito come leader dell’opposizione nel Bundestag tra il 2000 e il 2002. Lui e la moglie Charlotte si sono sposati nel 1981 e hanno tre figli. Merz è stato costretto a cedere la guida del gruppo di centrodestra nel Bundestag alla Merkel, con la quale aveva un rapporto notoriamente pessimo fin dal 2000. È rimasto membro del Parlamento fino al 2009, prima di andare a lavorare nel settore privato come Presidente del consiglio di amministrazione di BlackRock Germania oltreché membro del consiglio di amministrazione di altre istituzioni come l’Aeroporto di Colonia-Bonn e, in passato, anche della squadra di calcio del Borussia Dortmund. Ha provato a sorpresa ad aggiudicarsi la guida della CDU nel 2018, quando ha perso contro Kramp-Karrenbauer. Ora ci riprova, ma più di un osservatore intravede in questi reiterati tentativi la voglia “togliersi un sassolino dalle scarpe” e dare uno ‘schiaffo’ alla Cancelliera. Molti ricordano che Merz votò contro la criminalizzazione dello stupro all’interno del matrimonio nel 1997 e Anja Karliczek, Ministro tedesco per l’istruzione, ha avvertito che la sua propensione per una battuta tagliente su questioni scottanti come l’immigrazione potrebbe minacciare la coesione del partito.

Ma quello stile è popolare tra i giovani conservatori e il fianco destro del partito, che ha accolto le sue critiche alla decisione della signora Merkel di accogliere quasi 1 milione di migranti nel 2015. Scatenò una bagarre nel 2018 quando di considerarsi “borghesia alta”, nonostante possedesse due aerei privati ​​e abbia lavorato in posizioni con stipendi che superano di gran lunga la soglia della ‘classe medio-alta’. Apertamente contrario a quella che definisce la ‘tassa sull’invidia’, è noto per il suo conservatorismo fiscale e la sua posizione dura sull’immigrazione, oltre che per considerazioni al limite dell’offensivo quando non proprio offensive. Un esempio fu quando ha quasi paragonato l’omosessualità alla pedofilia: alla domanda se avesse niente in contrario se un gay come il Ministro Spahn diventasse cancelliere, rispose di no, aggiungendo che “l’orientamento sessuale non è affare del pubblico. Finché è legale e non coinvolge i bambini – un limite assoluto per me – non è oggetto di discussione pubblica “.

Nel corso di una conferenza stampa di pochi giorni fa con la stampa estera, Merz, uscito vincitore da una consultazione informale tra i giovani Cristiano-democratici è molto perplesso dal Congresso in formato digitale, ha chiarito che bisogna mettersi a lavoro in quanto “siamo a dieci mesi dal rinnovo del Bundestag e prima di allora abbiamo una lunga serie di elezioni nei Länder” e che non sarà facile fare campagna elettorale senza incarichi di governo, e quindi con meno occasioni di scambi. Si è detto favorevole ad una CDU più aperta a destra, ma ben lontana dai sovranisti dell’AfD, corteggiata da una parte dell’Unione nella Sassonia-Anhalt: “Con loro non esistono margini per lavorare insieme: neanche un millimetro; io con loro non voglio avere nulla a che fare”. Contrario agli estremismi e ai ticket politici, si è detto convinto che l’unità del partito si fa “dandosi un profilo molto chiaro, che sia espressione di tutta la direzione del partito: il mio team saranno loro”. Merz sembra voler riportare la CDU a destra per rubare voti all’elettorato dell’AfD; ma ciò potrebbe favorire i Verdi.

A detta dell’ex consulente di BlackRock, il governo di Merkel avrebbe gestito in modo discreto la pandemia di COVID-19, anche se – ha affermato – “io avrei fatto diversamente quanto agli aiuti alle imprese” e cioè usare la leva fiscale per supportare chi ha subìto perdite a causa della pandemia piuttosto che ricorrere agli aiuti che “finiscono per aiutare anche chi era in crisi già prima della crisi”. Critico contro gli aiuti elargiti solamente alle aziende che possono dimostrare le loro perdite in base ai ricavi dell’anno precedente e sono per lui dannose anche le partecipazioni statali: “Guardate la Commerzbank ancora in crisi”. 

“Cosa sono allora? Progressista o conservatore?” ha arringato Merz dopo aver ribadito quanto per lui restino fondamentali lo stato sociale e il reddito di cittadinanza così come prioritaria rimane la necessità di convertire in senso green l’economia, ma non a scapito della stessa. È anche per questo che non ha escluso, seppur con cautela, una futura collaborazione con i Verdi: “di alleanza è bene parlare dopo le elezioni”, ha tenuto a sottolineare. Tuttavia, la CDU deve continuare ad occupare il centro dello spettro politico, nel tentativo di recuperare il consenso di quei conservatori “che non votano più perché non capiscono più in che direzione sta andando il partito”. Una chiara frecciata a quella flessibilità  che molti considerano, invece, il segreto del successo di Merkel. 

In politica estera, Merz si è felicitato dell’imminente arrivo di Joe Biden con il quale potremo tornare a parlare “di interessi comuni e di multilateralismo” mentre ha espresso dubbi sulla morte cerebrale della NATO denunciata da Macron, “ma serve più coesione fra europei all’interno dell’alleanza atlantica”. Il Nord Stream 2 un progetto “che non può essere fermato” e che resta tuttavia “altamente problematico” e bersaglio di sanzioni del Senato americano che sono “assolutamente inaccettabili”, ma che possono essere evitate se si costruisse una visione europea, così come quando si parla delle relazioni con la Cina rispetto alla quale la Germania si è resa troppo dipendente. Punto di vista europeo è altresì necessario quando si parla di Turchia o di immigrazione in quanto “le frontiere di Italia e Grecia sono le nostre frontiere”, pur manifestando contrarietà in tema di Recovery Plan e debito condiviso, a lungo un tabù per la Germania: è “un’idea che va contro i limiti dei trattati UE”. Il che lo rende vicino alle posizioni dei Paesi frugali e agli elettori ha promesso che la zona euro non sarà  mai un sistema in cui i Paesi più ricchi come la Germania salvano i loro vicini più poveri. “Sono scettico sul trasferimento di più poteri all’Unione Europea” – ha dichiarato – “Non voglio vedere un’UE in cui la nostra identità si dissolva e siamo tutti solo europei”. 

La candidatura di Merz – ‘fuori dallo spirito del tempo’ l’ha etichettata qualcuno – sembra convincere l’ala più a destra del partito, quella con più sensibilità commerciale, ma non molti notabili della CDU che in questi giorni hanno deciso di fare un endorsement ad Armin Laschet, considerato tra i tre il candidato più in continuità con Merkel. A questo proposito, la leader uscente, AKK criticato senza mezzi termini Merz confessando, in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, di aver vissuto nel complesso una “campagna elettorale giusta con un’aperta disputa sul rinvio del congresso del partito. Non ho mai capito l’accusa di Merz sul fatto che l’establishment della CDU non lo volesse. Si trattava solo di rinviare il congresso del partito a causa del Coronavirus.” E sempre nel corso di questa intervista, l’attuale segretaria ha fatto capire da che parte sta: “Armin Laschet ha l’esperienza giusta per guidare il governo”. 

Laschet, che al momento è alla guida del Nord-Reno Westfalia, deve però fare i conti con la gestione della pandemia per la quale l’opposizione formata da SPD, AfD e Verdi ha accusato la maggioranza CDU- Liberali di aver compiuto “un pasticcio di comunicazione”, causando a una “perdita di fiducia” tra gli abitanti del Land. Un esempio di questa incapacità, la regola dei 15 chilometri per le grandi città e quartieri con alti contagi, che vieta lo spostamento oltre un raggio di 15 chilometri dal luogo di residenza.

In realtà, lo scontro con l’opposizione era stato duro già lo scorso anno quando Laschet fucaccusato di corruzione per le maschere nei primi giorni della pandemia COVID-19. Il presunto scandalo coinvolgeva il figlio di Laschet, Joe che, all’epoca dipendente per il marchio di moda Van Laack, sarebbe stato avvicinato dall’amministratore delegato dell’azienda, che gli disse di far sapere a suo padre che l’azienda poteva anche realizzare maschere per il viso, che all’epoca erano molto richieste. Van Laack alla fine ottenne un contratto, ma Armin Laschet negò le accuse di corruzione, affermando che di fronte a una pandemia senza precedenti, il suo governo aveva chiesto a chiunque potesse di produrre dispositivi di protezione.

Ma chi è Armin Laschet? Nato nel 1961 ad Aquisgrana in una famiglia originaria della Vallonia ed emigrata nel 1920, fa il suo esordio nella CDU a 18 anni e, dopo aver concluso studi giuridici a Monaco e Bonn, intraprende la carriera  di giornalista freelance nei giornali cattolici della sua città. Nel 1985 si sposa con Susanne e ha tre figli. Nel 1989 entra in consiglio comunale e, cinque anni dopo, nel 1994, viene eletto al Bundestag, ma non viene riconfermato alle elezioni successive. Nel 1999 si ricandida, ma all’Europarlamento e vince. Un’esperienza che lui stesso giudicherà fondamentale per consolidare il suo europeismo, ma che termina nel 2005 quando decide di candidarsi per diventare ministro dell’Integrazione nel suo Land, il Nord Reno-Vestfalia. In questa veste, si guadagna il soprannome di ‘Armin il turco’, per le sue posizioni aperte e tolleranti verso l’immigrazione. 

Tale sua caratteristica lo porterà a prendere le difese del socialdemocratico Thilo Sarrazin, autore di un libro molto critico verso l’immigrazione musulmana, da un reprimenda della Cancelliera Merkel, di cui, nel 2005, avrebbe sostenuto le politiche di accoglienza. Dal 2017, è Primo Ministro della Renania settentrionale-Vestfalia, ma il rapporto con Merkel non è mai cambiato, anzi è rimasto sempre franco e questo gli ha consentito di non nascondere il suo disappunto rispetto alla politica energetica del governo, in particolare alla precipitosa neutralità energetica, ovvero l’abbandono del carbone. Da dirigente del Nord Reno-Vestfalia, il Land che più di ogni altro ha costituito per anni la centrale mineraria della Germania e che, per questo, subisce più di altri l’impatto della conversione green, ha rimarcato, più di una volta, la necessità di procedere con prudenza. Una posizione che gli ha offre una buona immagine agli occhi dell’industria tedesca.

Ciò nonostante, tra un mese compirà sessant’anni e per gli ultimi otto è stato Vice di Merkel nel partito. Questo perché, al pari della Cancelliera, ha sempre privilegiato la linea conciliante a quella della rottura, in nome della compattezza e dell’unità del partito. E questo gli viene riconosciuto anche dai vari gruppi parlamentari della CDU e da diversi colleghi governatori di Land, tra cui quello dell’Assia, Volker Bouffier: “Laschet può guidare bene un governo e sa come tenere insieme una coalizione”. 

Questa abilità nel fare squadra, come dimostra il ticket con Spahn, e la vicinanza alla Cancelliera sono gli assi nella manica di quello che viene ritenuto il candidato più a sinistra nella corsa alla Presidenza. Anzi, potrebbe essere proprio l’alleanza con Spahn, il ministro della Sanità oltre  il politico più amato del momento (forse proprio in virtù del suo incarico) che ha negato sue ambizioni personali alla guida della CDU, la carta vincente. Il condizionale è d’obbligo visto le critiche che il candidato-Vice di Laschet ha ricevuto nelle ultime settimane per il caos vaccini. Tuttavia, la logica del ticket con il Ministro della sanità rispondeva alla necessità di Laschet di allargare la sua base di consenso interno, provando ad abbracciare un’area che va dalla sua corrente, che è più quella di Merkel, a quella più a destra, che stima Spahn, ma non Merz. Una sorta di cordone anti-Merz, ma l’alleanza con Spahn sarebbe anche un modo, per molti della base, per raccogliere i voti di quanti considerano il Ministro della Sanità un’opportunità per ringiovanire il partito. 

Dal canto suo, in termini di esperienza di governo, Laschet potrebbe avere, sulla carta, il curriculum più affidabile, anche se la gestione della pandemia ne ha messo in luce delle debolezze: il Land da lui governato è stato il primo ad essere colpito e, come la Lombardia in Italia, è stato per settimane in vetta alla classifica per contagi in Germania. Molti hanno attribuito tutto ciò alla sua linea soft riguardo alle restrizioni per difendere – ha ribadito più volte – le libertà oltre che gli interessi economici dei cittadini. Una posizione che lo ha reso meno incisivo rispetto, per esempio, al bavarese Markus Söder, che come capo della CSU potrebbe ‘rubargli’ la candidatura alla Cancelleria. 

Sebbene Söder e Spahn siano candidati più apprezzati per la Cancelleria, Laschet non ha mai disdetto l’idea che la guida del partito non dovesse automaticamente portare alla candidatura a cancelliere. Quindi, anche se i sondaggi sembrano non essere dalla sua parte, Laschet punta sul programma, in dieci punti, essenziale quanto basta per portarlo alla vittoria. Poca visione, in particolare in tema di conversione ‘green’, se non per quanto riguarda il processo di digitalizzazione per il quale viene promesso un Ministero apposito quasi a riconoscere quanto non fatto su questo punto dal Cancelliere uscente. Eppure, lo stile di Merkel si sente, soprattutto quando si richiama alla stabilità di governo, all’unità del partito, all’europeismo, all’atlantismo, ma, soprattutto, quando serra qualsiasi apertura verso il populismo di destra dell’AfD, sebbene, in un modo che sembra meno deciso rispetto a quello di Merz. Lo ha dimostrato nel 2017 alle elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia, quando AfD non superò il 7,4%: il problema, compreso da Merkel, è, secondo Laschet, quello di non perdere i voti centristi per inseguire i populisti, quello che invece aveva iniziato a fare, per certi versi, la CSU di Seehofer. 

Sulla scorta di queste considerazioni, Lashet è da molti considerato l’erede naturale di Merkel anche in politica estera: al fermo europeismo, si unisce la necessità di un dialogo con la Russia e con la Cina, sebbene consideri gli Stati Uniti e la NATO essenziali per la sicurezza europea.

Infine, Röttgen, il più giovane dei tre candidati, ma noto per la sua eleganza tanto da guadagnarsi il soprannome di ‘George Clooney di Meckenheim’, che nasce nel 1965, il presidente della commissione per gli affari esteri del Bundestag è sposato con Ebba Herfs-Röttgen dal 1994 e ha tre figli. Ministro dell’ambiente tedesco dal 2009 al 2012, venne ‘defenestrato’ dalla Merkel dopo il suo tentativo fallito di diventare il Primo ministro della Renania settentrionale-Vestfalia. Piuttosto che lasciare la politica, Röttgen – che dal 1994 è anche membro del Bundestag – ha iniziato a concentrarsi sulla politica estera. È entrato a far parte della Commissione che ora presiede un mese dopo il suo licenziamento ed è ora ampiamente considerato una delle voci più esperte negli affari internazionali a Berlino.

La sua candidatura centrista, attenta alle questioni di genere e ambientali data l’esperienza ministeriale, potrebbe convincere quelli che rifuggono dal conservatorismo di Merz. Tra l’altro, la sensibilità di Röttgen ai cambiamenti climatici e alla digitalizzazione, potrebbe far presa sui giovani e sulle donne. 

Non sono pochi, peraltro, coloro che ricordano che, come Laschet, Röttgen prendeva parte agli incontri iniziati negli anni ’90, tra membri della CDU e Verdi, quando il parlamento tedesco si riuniva ancora a Bonn. Erano le famose ‘pizza connection’ in quanto si svolgevano in un ristorante italiano. Ora sembrano pionieristici poiché una coalizione tra la CDU, i loro alleati bavaresi e i Verdi è considerata una forte possibilità dopo le elezioni generali di quest’anno. A tal proposito, Röttgen ha chiarito al quotidiano bavarese ‘Augsburger Allgemeine’ che qualora diventasse Cancelliere, non formerebbe una coalizione con il partito Liberal Democratico (Plr) reo di un ‘fallimento storico’ quando, nel 2017, rifiutò la possibilità di creare un governo guidato da Angela Merkel, che poi lavorò per una Große Koalition con l’SPD. “Non si può fare affidamento su un partito che a volte ha voglia di governare e poi invece non lo fa”, ha precisato Röttgen, sottolineando che gli elettori non hanno dimenticato il fallimento dei negoziati sulla cosiddetta ‘coalizione giamaicana’ (nero-gialla-verde, quindi Plr, Cdu/Csu e Verdi). Röttgen vorrebbe proseguire nel percorso centrista di modernizzazione ma questo, da solo, potrebbe portare ad una perdita di consensi a favore del Partito liberale e dell’AfD, ma anche allo stesso interno dell’Unione. 

In politica estera, si è detto a favore dell’integrazione europea – servono aiuto e solidarietà, ma no alla condivisione dei vecchi debiti – accompagnata da forti legami con gli Stati Uniti, con un maggiore protagonismo tedesco nelle relazioni transatlantiche: non a caso, fino al 2019 è stato a capo di Atlantikbrücke, associazione privata che promuove la collaborazione economica, politico-militare ed educativa tra USA e Germania. Si è battuto per la completa esclusione di Huawei come fornitore per il mercato del 5G e, nella convinzione che l’UE non debba finire “polverizzata tra Stati Uniti e Cina”, è cruciale dimostrare “che siamo disposti a fare qualcosa da soli, come l’accordo commerciale con il Canada“.

Bisogna sottolineare che non è detto comunque che, nonostante la tradizione, il prossimo Cancelliere sia, come da tradizione consolidata, il leader dell’Unione Cristiano democratica, se  vincesse l’alleanza tra CDU e CSU alle prossime elezioni del 2021. 

Diversi esponenti dell’Unione, quali capogruppo Ralph Brinkhaus e il Presidente del Bundestag Wolfgang Schaeuble, negli ultimi giorni, hanno aperto a scenari nei quali il candidato al ‘Kanzleramt’ non necessariamente debba essere il capo del partito. In molti vi hanno letto un riferimento a Spahn, anche in considerazione della debolezza dei tre candidati Merz, Laschet e Roettgen, tutti superati nel gradimento dei tedeschi non solo dal titolare del dicastero della Salute, ma, sempre a causa della pandemia, anche da Markus Soeder – governatore bavarese e leader della CSU post-Seehofer, come possibile candidato nuovo cancelliere: sarebbe il 55% degli intervistati in un sondaggio Ard (il 58% in un sondaggio ZDF) a preferire l’uomo forte della Baviera, il 17,7% per Merz, il 10,8% per Rottgen e solo il 3,3 per Laschet.

Tuttavia, la storia della politica tedesca insegna che un leader della CSU non ha mai vinto. Due i precedenti: Franz Josef  Strauß nel 1980 contro Helmut Schmidt (SPD) ed Edmund Stoiber nel 2002 contro Gerhard Schröder (SPD). In ogni caso, la leader uscente della CDU Kramp-Karrenbauer ha affermato oggi “che è ancora tutto possibile”. 

In fin dei conti, come ha detto Laschet in un’intervista alla ‘Bild’: “Dopo Merkel sarà tutto diverso”. Innanzitutto, nel rapporto con gli altri partiti e nella possibilità di una riedizione con la Grosse Koalition. Un leader meno conciliante e più rigido rispetto a Merkel avrebbe più difficoltà a stringere alleanze. Se è troppo presto per sapere cosa deciderà di fare l’SPD, ormai da anni in calo di consensi e forse più orientata verso una chiusura dell’esperienza della coalizione con CDU e verso un passaggio all’opposizione, recentemente i Verdi, seppure al momento stiano all’opposizione, hanno lasciato intendere di sostenere la CDU, in particolare al Ministro Spahn, per la buona gestione della crisi mentre l’Unione è ai ferri corti con gli alleati dell’SPD.

Un presagio di quello che avverrà dopo elezioni federali? Difficile dirlo, ma se con Merkel, il partner della coalizione è stato quasi irrilevante in quanto è stata la Cancelliera a tenere la barra del governo e a decidere, un suo successore potrebbe non essere altrettanto autorevole, anche in virtù della poca esperienza. L’esito non è scontato e potrebbe avere riflessi anche sull’orientamento di alcune forze politiche europee e, finanche, italiane come la Lega, con le mire ‘popolari’ di Giancarlo Giorgetti, per il momento rigettate dalla CDU, e il Movimento 5 stelle, che guarda con interesse ai Verdi.

Certo è che a fare da sfondo a questa competizione tutta al maschile, c’è l’evoluzione della pandemia che in Germania ha già portato alla morte di più di quarantamila persone ed ha imposto un nuovo e più ferreo lockdown che si protrarrà almeno per i prossimi due mesi perché, come ha detto la Merkel, le settimane più dure devono ancora venire. Ci sono poi le conseguenze economiche della pandemia, il cui impatto sugli elettori è tutto da valutare. È di questi giorni la notizia delle frizioni all’interno della GroKo per gli aiuti da disporre a favore di famiglie e aziende in crisi.

Finora, Merkel è riuscita a mantenere, con tutte le difficoltà del caso, gli equilibri tra potere federale e potere dei Länder. Questo è riuscito perché ha sempre messo al primo posto l’ecumenicità, ma leader che sembrano espressione di identità parziali fuori e dentro il partito non è detto che sarebbero stati altrettanto efficaci.

La questione identitaria è e sarà decisiva per chiunque riesca a divenire Presidente. Ciò nonostante, a detta di diversi osservatori, la CDU non starebbe affrontando il problema centrale: cioè che partito vuole essere dopo l’uscita di scena di Angela Merkel.Finora nessuno dei tre candidati sembrerebbe essere riuscito a presentare un’idea chiara e convincente del partito che vorrebbe guidare. Se a questo si aggiunge il fatto che molto del consenso che la CDU ancora ha, le deriva dalla Cancelliera, il disastro potrebbe essere dietro l’angolo.

Eppure, quella centralità nella UE che la Germania ha assunto nel tempo si basa sulla responsabilità del suo popolo e sulla stabilità del Paese. Una regola aurea per Merkel, ma che dovrà esserlo anche per chi le succederà. 

Prima delle elezioni federali di Settembre, a marzo si terranno contestualmente le elezioni comunali in Assia e le elezioni regionali nel Baden-Württemberg e in Renania-Palatinato, governate rispettivamente dal Verde Winfried Kretschmann (da due legislature) e dalla socialdemocratica Malu Dreyer (in coalizione con Verdi e Liberali, il cui nuovo segretario è proprio renano). 

Successivamente, in Aprile, il 25, sarà la volta delle elezioni in Turingia. Qui, dove il dibattito politico si è radicalizzato tra Linke e AfD, il rischio è l’ascesa dell’estrema destra nel Land dove è avvenuto lo scandalo che ha portato alle dimissioni della neo-leader della CDU, AKK: a causa dell’assenza di una maggioranza, venne eletto un Presidente della CDU con i voti dell’AfD. Poco più di un mese dopo, toccherà alla Sassonia-Anhalt, che negli ultimi cinque anni è stata governata da una Grande Coalizione costituita da CDU, SPD e Verdi. A Settembre, dopo le elezioni comunali in Bassa Sassonia, si voterà per le elezioni federali, ma anche nella città di Berlino e nel Meclemburgo Pomerania.

Nella capitale, dato che la CDU si attesta al 22% e i Liberali al 7%, mentre AfD non supera il 12%, l’uscente coalizione tra SPD, Verdi e Linke, se venisse confermata, potrebbe essere una soluzione da riproporre a livello federale, se ce ne fossero i numeri. Lo scontro al femminile tra la deputata Bettina Jarasch, classe 1968, dal 2013 al 2018 membro del comitato esecutivo nazionale dei Verdi e fino al 2016 Presidente dei Verdi berlinesi, e l’attuale Ministra della Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, ex borgomastra del quartiere di Neukölln. Entrambe sono date al 18% dei consensi, seguite dal candidato della Linke, Klaus Lederer, Ministro della Cultura della Città-Stato, quotato al 16%. Per quanto concerne, invece, le elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, queste saranno una prova del 9 per i socialdemocratici e per Manuela Schwesig, ministro-presidente in carica.

Il 2021 sarà evidentemente un anno di svolta per la Germania. È prematuro fare previsioni in vista delle elezioni federali, ma di sicuro quanto avverrà nei vari appuntamenti elettorali darà una bussola per quanto avverrà a fine Settembre, che avrà effetti anche sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica che avverrà nei primi mesi del 2022. Gli ultimi sondaggi danno l’Unione, con il 36%, primo partito con quasi il doppio dei consensi rispetto ai Verdi, il 18%, in discesa rispetto a qualche mese fa. L’SPD è bloccata 15-16%, non ricevendo alcun beneficio dal cambio di leadership e dalla designazione del candidato alla Cancelleria. La Linke non supera il 9% mentre i liberali toccano il 7%. Più o meno costante l’AfD al 10-11%. Se tali numeri dovessero essere confermati dalle urne, plausibile è una Grosse Koalition tra Unione e SPD oppure tra Unione e Verdi. Chi sarà Presidente della CDU farà la differenza e non solo per la Germania.

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