giovedì, Dicembre 12

Germania: CDU e SPD trattano per la formazione del nuovo Governo Spagna: Puigdemont apre al dialogo, ma non rinuncia all'ipotesi unilaterale

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I socialdemocratici tedeschi, in linea di principio, sono aperti a discutere sulla formazione di un Governo di coalizione con i cristianodemocratici ma, prima di procedere su questa via, il Segretario Martin Schulz ha intenzione di sottoporre l’eventualità al voto della base. In conseguenza della scelta di Schulz, i colloqui per la formazione del prossimo Governo tedesco non potranno iniziare prima del 2018 e, a causa di questo ritardo, i tempi per giungere ad un accordo saranno molto brevi.

Tutto ha avuto inizio la settimana scorsa, quando, a sorpresa, sono saltati i colloqui per un accordo tra cristianodemocratici, verdi e liberali. In un primo momento, i socialdemocratici si erano dichiarati non disposti ad una nuova edizione di un Governo di Grande Coalizione: la partecipazione dello SPD a Governi di larga coalizione (a guida cristianodemocratica), in nome di una stabilità del Paese, ha danneggiato molto il partito. Dopo il fallimento dei colloqui con i liberali e la chiusura dei socialdemocratici, però, il Presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, ha invitato tutti ad un atto di responsabilità: da qui, la decisione di Schulz di aprire all’ipotesi di un nuovo Governo di coalizione ma di sottoporre l’ipotesi al voglio della base; tanto più che gli ultimi sondaggi danno lo SPD ancora in calo, a vantaggio della CDU del Cancelliere, Angela Merkel).

Se dal campo socialdemocratico è arrivata un’apertura, dal Linke (Sinistra) è arrivata la bocciatura dell’ipotesi di una nuova Grande Coalizione: secondo il Segretario del partito, Dietmar Bartsch, un Governo di minoranza della CDU sarebbe comunque meglio di una Grande Coalizione.

In Spagna, il Primo Ministro Mariano Rajoy ha dichiarato che l’idea avanzata dall’ex-Presidente dell’Autonomia catalana, Carles Puigdemont, di indire un referendum sulla permanenza della Catalogna nell’Unione Europea (dopo che l’UE si è espressa a favore di Madrid nella contesa sull’indipendenza), è semplicemente ridicola. L’assurdità di tale idea è ancora maggiore alla vigilia di importanti elezioni amministrative nella regione (il prossimo 21 dicembre).

Dal canto suo, Puigdemont è tornato a ribadire la propria disponibilità ad un dialogo che porti ad una soluzione bilaterale concordata tra Madrid e Barcellona; in ogni caso, questo non significa che si sia abbandonata l’ipotesi della dichiarazione d’indipendenza unilaterale che, anzi, sostiene, è già in vigore in conseguenza del referendum. Puigdemont, per argomentare le proprie posizioni, ha affermato che l’unilateralità è stata utilizzata anche dal Governo di Madrid che, dopo il referendum  e la dichiarazione d’indipendenza, ha applicato l’Articolo 155 della Costituzione, privando la Catalogna della propria autonomia.

In Irlanda proseguono le trattative tra il partito di Governo, il Fine Gael, e il Fianna Fail, che lo sostiene dall’esterno. Domani è previsto un voto di fiducia alla Camera e i due partiti restano ancora divisi sul caso della Vice-Primo Ministro, Frances Fitzgerald, accusata di negligenza per un caso che risale all’epoca in cui era Ministro della Giustizia. Lo scontro nasconde, in realtà, una rivalità antica tra i due partiti, risalente agli anni ’20, all’epoca della Guerra Civile; inoltre, un’eventuale caduta del Governo potrebbe avere effetti al livello internazionale dato che Dublino è impegnata in prima linea nei negoziati tra Gran Bretagna ed Unione Europea per la cosiddetta Brexit (centrale è il nodo della frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord).

Oggi, in Libano, si aprono le consultazioni per tentare di rafforzare il debole Governo di Beirut. Le consultazioni sono state indette dal Presidente della Repubblica, Michel Aouni, per trovare una soluzione alla crisi apertasi dopo che il Primo Ministro, Saad Hariri, lo scorso 4 novembre aveva annunciato da Riad, in Arabia Saudita, le proprie dimissioni. Le dimissioni, ufficialmente in polemica con l’azione del gruppo Hezbollah, che sostiene il Governo di Beirut, e delle influenza che, attraverso tale gruppo, l’Iran eserciterebbe sul Paese, avevano suscitato molti dubbi proprio a causa della modalità irrituale con cui erano state annunciate. Dopo un pellegrinaggio che lo ha visto andare da Riad a Parigi e da Parigi a Il Cairo, Hariri è tornato in Libano lo scorso 22 novembre, per la Festa Nazionale; in quell’occasione, ha accettato di sospendere le proprie dimissioni nel tentativo di trovare una soluzione alternativa.

In Israele rientra la cosiddetta Crisi dello Shabbat. La crisi, esplosa per la protesta di un Ministro appartenente ad un partito ultra-religioso (Yaacov Litzman) contro il lavoro dei funzionari pubblici delle ferrovie durante il riposo sabbatico, è stata dichiarata chiusa dal Primo Ministro, Benjamin Netanyahu. Il Primo Ministro ha dichiarato che la coalizione di Governo resta forte e salda: in ogni caso, perché la crisi potesse rientrare, sono state fatte delle concessioni molto importanti ai partiti ultra-religiosi (ad esempio, l’obbligo per gran parte dei supermercati, di rimanere chiusi di sabato).

Nel frattempo, nei Territori Palestinesi, il tentativo di riconciliazione tra l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e il movimento Hamas, ha subìto una battuta d’arresto. Il punto della discordia sta nella richiesta, da parte dell’ANP, di consegnare le armi: per Hamas, le armi sono un elemento su cui non è possibile trattare. Il tentativo di riavvicinamento tra i due principali gruppi di riferimento per i palestinesi è da subito sembrato difficile a causa dei metodi radicalmente differenti con cui questi si propongono di affrontare i problemi: se l’ANP mette al primo posto il dialogo con Tel Aviv e si pone come soggetto politico in cerca del sostegno internazionale, Hamas non riconosce lo Stato di Israele e difficilmente potrebbe rinunciare ad un lotta armata che è congenita nel suo DNA.

Domani, sotto la presidenza di turno italiana, si terrà una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: si parlerà di Libia e di migrazione, soprattutto dopo le critiche rivolte dall’ONU all’UE sulla questione dei campi di accoglienza in territorio libico. La riunione si inserisce in una serie di iniziative europee in Africa, volte ad agire sulle cause prime dell’emigrazione, come il viaggio del Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, in Angola o il tour del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel continente.

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