giovedì, Marzo 21

Germania: CDU, chi prenderà il posto di Angela Merkel? Prende il via ad Amburgo il 31° Congresso, durante il quale dovrà essere eletta la nuova presidenza. Chi sono i candidati?

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Domani, venerdì 7 dicembre, in Germania, ad Amburgo prenderà il via il 31° Congresso della CDU (Unione cristiano-democratica), durante il quale i 1001 delegati (di cui solo 296 rappresenteranno la Renania del Nord-Vestfalia) voteranno il successore di Angela Merkel alla presidenza del partito. Per essere eletto come nuovo leader, un candidato necessita di oltre il 50 per cento dei voti per vincere nel primo turno. Se nessun candidato raggiunge questo risultato, si gioca un secondo tra i primi due candidati.

«Quello che si apre sarà un congresso speciale. Da 18 anni non si eleggeva un nuovo presidente e il partito si è preparato bene a questa votazione» ha detto la Cancelliera alla stampa, rimarcando la sua gratitudine per «essere stata 18 anni alla presidenza». Quando arrivò, il partito era in piena crisi, flagellato dagli scandali finanziari e dalle sconfitte elettorali contro i socialdemocratici di Gerhard Schröder. Nel 2000, Merkel, vicina ad Helmut Kohl, a vincere il Congresso, diventando la prima donna a diventare Presidente. Nel 2005 le prime elezioni politiche vinte dalla CDU a guida Merkel. Da quel momento fino ad oggi, sono oltre tredici anni da Cancelliera che potrebbero diventare sedici se portasse a compimento il suo quarto mandato. Non è un caso che, per l’ottavo anno consecutivo, Merkel sia stata eletta dalla rivista Forbes, la donna più potente al mondo.

La prima vera battuta di arresto sono le elezioni politiche del 2017, dove i CDU/CSU non riescono ad ottenere una maggioranza consistente, l’SPD subisce un vero e proprio tracollo mentre i populisti di estrema estrema, l’AfD, incassano il primo successo nazionale, entrando nel Bundestag e conquistando il 12,6%. A causare la debacle, secondo numerosi analisti, la ‘democratizzazione’ della CDU, esemplificata nelle politiche migratorie intraprese da Merkel nel 2015, quando decide di accogliere 900.000 rifugiati siriani. Dopo mesi di colloqui ed un tentativo fallito di coalizione Jamaica, la Cancelliera riesce a rimettere insieme la Grosse Koalition con l’SPD. Iniziano le tensioni soprattutto con il partito gemello della CDU, la CSU bavarese, guidata dal neo-Ministro degli Interni, Horst Seehofer. I motivi del contendere riguardano, in modo particolare, l’immigrazione. La debolezza della Cancelliera è sempre più evidente e la sua capacità di mediazione ne risente, sebbene, sempre più a fatica, riesca ancora a ricomporre gli scontri. Vedasi, a questo proposito, il caso riguardante l’ex presidente dei Servizi interni Hans Georg Maasen.

Da questo punto di vista, le elezioni statali in Baviera e poi in Assia hanno inferto un duro colpo alla leadership merkeliana. In entrambi i casi, il partito democristiano (insieme alla sua costola bavarese) e la socialdemocrazia hanno visto diminuire i propri consensi, mentre Verdi e AfD hanno conquistato risultati di tutto rispetto. Le disfatte elettorali sommate all’instabilità della leadership della CDU, fiaccata, per esempio, nel settembre scorso, dalla mancata conferma alla presidenza del gruppo CDU/CSU al Bundestag, dopo 12 anni, di Volker Kauder, fedele alla Cancelliera, hanno costretto quest’ultima, una volta chiuse le urne in Assia, ad ammettere «come Cancelliera ho la responsabilità di tutto, per quello che riesce e per quello che non riesce» e ad annunciare: «non sono nata cancelliera e non l’ho mai dimenticato. È giunto il momento di aprire un nuovo capitolo: non mi ricandiderò come presidente della CDUquesto quarto mandato è l’ultimo come cancellieranon mi ricandiderò al Bundestag nel 2021 e non voglio altri incarichi politici». Un annuncio choc motivato dal fatto che «è chiaro che così non si può andare avanti, l’immagine del governo è inaccettabile. Questo ha ragioni più profonde che problemi di comunicazione», una mancanza di «cultura del lavoro» della Grosse Koalition, aveva spiegato la leader democristiana, rivelando, però, che la decisione era già stata maturata prima della pausa estiva.

Le delusioni alle urne, peraltro, pochi giorni dopo, hanno spinto anche il ministro dell’Interno, Horst Seehofer a confermare l’intenzione di lasciare la presidenza della CSU senza però rinunciare all’incarico istituzionale: «Sono ministro dell’Interno e continuerò a svolgere questa funzione».

La corsa alla successione di Merkel è iniziata immediatamente. A contendersi la presidenza, tre candidati (Kampfkandidatur) principali che hanno appena concluso un tour di comizi elettorali in tutto il Paese, con ben otto diverse conferenze regionali: Annegret Kramp-Karrenbauer, Friedrich Merz e Jens Spahn. La prima, anche detta AKK o ‘Merkel-bis’ o ‘Mini-Merkel’, è una fedele della Cancelliera, ma – ha chiarito – «ho 56 anni, ho tre figli cresciuti, ho una vera carriera. Non c’è nulla di mini su di me». Come darle torto: a 56 anni è già stata governatrice per sette anni (dal 2011 al 2018, alle ultime elezioni statali ha portato la CDU oltre il 41%) – alla guida di una coalizione con i Verdi e il partito liberale – del Saarland, di cui è originaria, e su iniziativa della Cancelliera questo febbraio ha assunto la segretaria generale del partito, prendendo il posto di Peter Tauber, dimissionario per motivi di salute. I commentatori non sono tutti concordi circa l’effetto che potrebbe avere la vicinanza ad Angela Merkel, tuttavia l’excursus e gli ultimi successi alle urne nel proprio land potrebbero essere valutati positivamente dai delegati. Fervente cattolica, la sua visione da ‘colomba’ è molto vicina a quella di Merkel (come sui temi ambientali dove trova convergenze con molte battaglie dei Verdi), ma non del tutto sovrapponibile, evidenziando alcune distanze sui diritti civili (nozze gay, aborto) e sull’immigrazione, tema sul quale non ha mancato di criticare, seppur moderatamente, le politiche adottate tre anni fa, proponendo procedure di espulsione più severe per i migranti condannati o per coloro la cui domanda d’asilo non è stata accettata. Da questo punto di vista, però, limitazione non significa smantellamento.

Se AKK intende riaffermare, con maggiore forza, l’ ‘identità’ della CDU, puntando al centro-destra, Merz e Spahn vogliono accentuarne i tratti conservatori, in parte per convincere i conservatori scontenti che hanno disertato per l’alternativa di estrema destra dell’AfD.

In questo senso, Friedrich Merz, 62 enne, tornato in politica dopo dieci anni da consulente finanziario e legale societario, diventato nel 2016 Presidente del consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di Blackrock, è l’emblema dell’area più conservatrice del partito. Autodefinitosi appartenente al ‘ceto medio superiore’, è considerato l’avversario di Merkel: infatti pare non aver mai messo da parte il risentimento nei confronti della Cancelliera, responsabile della fine della sua esperienza politica nel 2002, quando lo privò della presidenza del gruppo parlamentare al Bundestag. Non ha mai digerito la linea troppo tendente alla socialdemocrazia di Merkel (nonostante nel 2015 avesse inizialmente mostrato comprensione all’apertura ai migranti), ed ha promesso di poter più che dimezzare i consensi dell’AfD e riportare la CDU al 40%, anche imponendo una stretta sul diritto d’asilo e proponendo un più massiccio dispiegamento di forze dell’ordine sul territorio. Soprannominato ‘Bier Teken’, vorrebbe che la dichiarazione dei redditi fosse così semplificata da poter essere scritta su un sottobicchiere. Rimanendo sul piano economico, ha rivolto grande attenzione alle aziende e ai pensionati, paventando per quest’ultimi la possibilità di incentivare l’assicurazione privata e l’acquisto di titoli in cambio di sgravi fiscali, facendo leva sulla non risicata disponibilità ad investire, a patto di vedersi garantito un consolidamento dei trattamenti pensionistici.

Le posizioni di Merz sembrano ridurre il consenso di Jens Spahn, 38enne, da sempre critico della deriva ‘socialdemocratica’ della CDU, attuale ministro della Salute, cattolico, gay, liberale, a cui viene rimproverata l’eccessiva ambizione e si trova bene a dialogare con i leader sovranisti alla Sebastian Kurz. Non si è mai mostrato concorde sull’approccio all’immigrazione tant’è che recentemente ha chiesto di ridiscutere il Global Compact of Migration. Né ha mai mostrato entusiasmo verso la Grosse Koalition con l’SPD.

L’ aspetto interessante di questa elezione riguarda il fatto che la corsa alla presidenza si è presto tradotta in un confronto tra diverse visioni su quale debba essere il destino del partito e, per certi versi, del Paese. Secondo Peter Altmaier, ministro dell’Economia, con AKK, che ha dimostrato di poter vincere le elezioni anche «in condizioni difficili e diverse volte», «abbiamo le migliori possibilità di unire la CDU e vincere le elezioni», ma «la CDU deve difendere la sua posizione al centro»: del resto, ha ricordato Altmaier, AKK «vince le elezioni al centro», avendo grande appeal sulle donne, sul ceto medio, sui lavoratori autonomi. Parole di appoggio anche da parte di Daniel Günther, premier CDU dello Schleswig-Holstein, uno Stato della Germania settentrionale e dell’ex ministro al Lavoro e degli Affari Sociali Norbert Blüm.

Wolfgang Schäuble, esponente di lungo corso della CDU, già ministro delle Finanze per otto anni, dalla fine dello scorso anno presidente del Bundestag, in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha invece sostenuto che una vittoria di Merz sarebbe «la cosa migliore per questo Paese» in quanto «è un europeo impegnato, un combattente affidabile per il partenariato atlantico e che sostiene l’economia sociale di mercato». Secondo l’ex ministro, questo profilo «così chiaro», qualora assumesse la guida del partito, potrebbe aiutare la CDU a ridefinire la propria identità, anche in vista delle imminenti elezioni europee. Una CDU rinnovata, a detta di Schäuble, potrebbe «stabilizzare» il panorama politico tedesco, sferzato dagli estremismi. In molti, hanno letto nelle parole del presidente del Bundestag un certo livore nei confronti della Cancelliera, rea di aver più volte ostacolato la sua nomina alla Presidenza della Repubblica.

Ma ad esprimere sostegno a Merz anche 80 delegati del Baden-Wuerttemberg che hanno dato vita al movimento ‘Iniziativa per Friedrich Merz’, nella quale rientrano, per esempio, Wolfgang Reinhart, Thomas Bareiß, Segretario di Stato al dicastero dell’economia, e il commissario al bilancio europeo Guenther Oettinger. Sono giunti sostegni anche da una ventina di deputati (soprattutto al primo mandato) del Bundestag, tra i quali il 32enne ex leader regionale dell’organizzazione giovanile Junge Union del Baden-Württemberg, Nikolas Löbel, che ha recentemente organizzato un incontro conoscitivo: «Penso che sia un politico di razza, capace di comunicare in modo chiaro e deciso, che vuole il ritorno a una politica basata su regole chiare e precise. Insomma l’esatto opposto della politica di Merkel fondata innanzitutto sul compromesso» ha dichiarato in una recente intervista rilasciata al Foglio, specificando che «abbiamo assolutamente bisogno di un rinnovamento. Il che non vuol dire solo facce nuove, ma anche un modo diverso, molto più deciso, di affrontare le questioni più urgenti, come sicurezza e migrazione»

A non esprimersi, la Cancelliera, fors’anche per non danneggiare quella che tutti identificano come la sua candidata, Kramp-Karrenbauer. Secondo i sondaggi, la partita vera si gioca proprio tra AKK e Merz. A detta di alcune rilevazioni, come il Politbarometer della seconda rete televisiva pubblica Zdf, AKK potrebbe raccogliere il 38% dei consensi dei militanti CDU, Merz il 29%, Spahn solo il 6%. Altre statistiche danno addirittura AKK al 48%, davanti a Merz con il 35% e Spahn con il 2%. Stando, invece, a come si sono svolti i comizi, in molti scommettono su un successo di Merz, ma quel che appare evidente è che, nel caso in cui dovesse arrivare terzo, in sede di ballottaggio, Spahn sosterrebbe Merz, dando filo da torcere a Kramp-Karrenbauer.

Mettere insieme continuità e cambiamento è la vera sfida che attende il partito. Per raccoglierla, non può certo essere cancellata la stagione di Angela Merkel, ma, anzi, ripartire da questa e dalla valutazione degli effetti delle scelte compiute fatte in questa lunga stagione. Comprendere questo vuol dire avere le chiavi per interpretare quello che sta accadendo ad altri partiti facenti parte della famiglia dei Popolari europei, posti di fronte al bivio di seguire i populisti nelle loro campagne estremiste – con esiti opposti: ad esempio, positivi per il Partito popolare austriaco di centro-destra (ÖVP), negativi per la CSU tedesca o i moderati svedesi – oppure tirare dritto, non cedendo di un millimetro: si veda il caso della CDU in Germania, anche a costo di scontentare parte degli elettori.

L’ elezione alla presidenza può essere il volano per la cancelleria? Merkel, così come auspicano molti cittadini, è convinta di poter concludere il suo ciclo a scadenza naturale, pur non essendo più alla guida della CDU, lei, ironia del destino, che non ha mai accettato l’eventualità di separare la carica di Cancelliere da quella di Presidente del partito. O quantomeno, riuscire ad effettuare un passaggio di testimone senza strappi. «I tempi cambiano. E sono lieta di continuare a svolgere il mio ruolo di cancelliera» ha dichiarato. Questo può esser più probabile nel caso AKK dovesse diventare la nuova Presidente della CDU, sebbene la candidata abbia promesso un cambio di stile della leadership e abbia rimarcato alcune differenze rispetto a Merkel. Lo scenario sarebbe ben più cupo nell’ipotesi di una vittoria di Mertz. La convivenza potrebbe diventare difficile, rendendo instabile la Grosse Koalition e il governo fino a decretarne la caduta. A quel punto, si potrebbe andare ad elezioni anticipate o, divenuto impossibile il dialogo con l’SPD, cercare qualche altro interlocutore.

Non è una coincidenza che, pochi giorni fa, in riferimento alle dichiarazioni del leader della CDU in Brandeburgo, Ingo Senftleben, secondo il quale, dopo le prossime elezioni regionali in Turingia, Sassonia e Brandeburgo non sarebbe possibile formare alcuna coalizione senza Linke o AfD, data la massiccia presenza di questi due partiti nei lander della Germania dell’Est, la presidenza della CDU ha messo ai voti una mozione in cui si chiedeva al partito di escludere categoricamente qualsiasi «coalizione o altre forme di collaborazione» tanto con il partito di estrema sinistra tanto con quello di estrema destra che, tra l’altro, è nell’occhio del ciclone per via di uno scandalo legato per i presunti fondi neri provenienti dalla Svizzera e dall’Olanda oltre che da August von Finck, un miliardario di Monaco di Baviera.

Guardando alle conseguenze per gli altri partiti, nel caso di una vittoria di AKK, la parola d’ordine sarebbe, tutto sommato, continuità. Qualora vincesse Merz (o, meno probile, Spahn), fautore di politiche migratorie più rigide, la vita per l’AfD si farebbe molto difficile e a questo punto, in gioco, ci sarebbe la sua stessa sopravvivenza. Nel rapporto con l’alleato CSU, sarebbe una vittoria di AKK ad essere più di ostacolo. E per l’SPD? La vittoria di Merz «sarebbe positiva per la politica se la CDU avesse ancora un volto conservatore. L’SPD e la CDU potrebbero di nuovo andare l’uno contro l’altro, invece di essere legati in una grande coalizione» ha puntualizzato il parlamentare dell’SPD, Matthias Miersch, alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Tenendo conto del momento cruciale che sta vivendo l’Europa e dell’avvicinarsi dell’elezioni europee, è innegabile, in questa circostanza più che in altre, la portata ‘continentale’, per non dire ‘globale’, di questa elezione. AKK avrebbe il suo bel da fare nel tentativo di arginare l’AfD e questo potrebbe non aiutare la Germania a proiettarsi all’esterno. Certamente Merz alla guida della CDU potrebbe minare la leadership tedesca in UE e nelle attuali discussioni sulla riforma dell’eurozona, mai visto di buon occhio dall’ala più conservatrice dell’Unione cristiano democratica. Anche Infatti, sostiene Nikolas Löbel, l’UE dovrebbe garantire la pace, il rispetto della libera concorrenza e «io, e non solo, sono invece contrario a un’unione bancaria, a un’unione fiscale, a un sussidio di disoccupazione europeo» (Roma ha preso nota?), ossia quanto Merkel, sebbene con grande lentezza, ha tentato di portare avanti in asse, ultimamente, con Emmanuel Macron.

Ecco che l’esito di questa votazione si prepara ad essere decisivo: la prospettiva di continuità potrebbe avere la meglio, ma, in ogni caso, le istanze di rinnovamento non potranno rimanere inascoltate. E’ possibile che l’approccio merkeliano, tanto osteggiato, possa, alla lunga, essere rimpiato (in particolare, dagli altri Paesi europei)?

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