domenica, Aprile 5

Genocidio in Libia, oggi come ieri ‘Genocidio in Libia’ è arrivato alla sua terza edizione. Obiettivo: raccontare una pagina di storia che è ancora cronaca. L’autore, Eric Salerno, ci racconta quel che non si vuole che si capisca

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Quando dici di un libro che si legge tutto d’un fiato…. Ecco ‘Genocidio in Libia’ è così, almeno per chi desidera davvero sentire, leggere parole ‘vere’, e -udite udite- nuove. ‘Nuove’ si, o almeno quasi ‘nuove’, per un libro la cui prima edizione risale al 1979, e per fatti dei quali non si parla, per la gran parte non si conoscono, e se si conoscono restano relegati nello sgabuzzino della memoria,quasi parlarne fosse anti-italiano, magari sovversivo.

Eric Salerno è un grande vecchio corrispondente e inviato, di quelli che una volta l’Italia poteva vantare, capaci con la penna di dire cose terribili scritte in maniera mirabile, e con un tratto che era come quello di un pennello. Scrittura visuale, lineare, pulita, la sua, che ti prende per mano e ti tuffa in quel pezzo di mondo, o di guaio, sul quale lui ci ha piantato sopra gli scarponi.

Storiaccia quella dal 1911 al 1932: è il volto peggiore dell’Italia.
La
cronologia ‘dello sbarco italiano a Tripoli fino alla «pacificazione» della Cirenaica’ che Salerno traccia, in chiusura del volume, è come lo spartito di una grandissimaporcata’ che dagli ‘italiani brava gente’ non ti aspetteresti.
Attenzione, però,
nelle pagine immediatamente prima, Salerno ‘recita’ la litania dei 17(diciassette) ‘luoghi di detenzione libici noti alle organizzazioni internazionali mappati a seguito dei rilevamenti dal 2017 (anno della sottoscrizione del Memorandum Italia-Libia, partorito dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti) in avanti, quei luoghi che Magistrati, ONG, osservatori internazionali non sovversivi, anarchici e gentaglia simile-, definiscono come ‘i lager libici’.
Insomma:
la storiaccia continua, e, si badi bene, senza interruzione o quasi. Dal 1911, quando l’Italia dichiara guerra alla Turchia, alle soglie del 2 febbraio 2020, quando l’Italia procede al rinnovo automatico del Memorandum Italia-Libia, quello, appunto, voluto da Minniti, figlio legittimo del Trattato firmato da Silvio Berlusconi (il ‘Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista’) in cui, barando, si faceva credere alle opinioni pubbliche italiana e libica di ‘riparare’ gli errori del passato -testualmente: «chiudere definitivamente il doloroso ‘capitolo del passato’, per il quale l’Italia ha già espresso, nel Comunicato Congiunto del 1998, il proprio rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana, con la soluzione di tutti i contenziosi bilaterali»-, ma almeno vi erano tracce, per quanto in dose omeopatiche, di reciprocità.

Salerno, nel volume, spiega come la contabilità dei morti causati dalle ‘atrocità nascoste dell’avventura coloniale italianasia complicata, causa la sostanziale mancanza di censimenti affidabili. Cifre ufficiali non ve ne sono, Gheddafi sosteneva vi fossero stati mezzo milioni di morti, ma la cifra è ampiamente contestabile. Stessa situazione oggi, per i morti nei lager libici -per malattie, stenti, e torture, nonché bombardamenti delle due parti in conflitto-, e quelli in mezzo al Mediterraneo, dal 2013 al 30 settembre 2019 sono stati registrati 19mila morti e dispersi, ma i numeri veri sono sicuramente più alti, visto che se affondi in mezzo al mare nessuno ti viene a ‘registrare’, a meno che qualcuno ti trovi galleggiare o spiaggiato. Anche in fatto di contabilità, dunque, tutto come prima, la storiaccia continua, è ancora cronaca.

Con Eric abbiamo fatto una chiacchierata su questo genocidio (ora omicidio?) che continua.

Genocidio in Libia‘, un libro che ricostruisce i misfatti dell’avventura coloniale italiana in Libia. Genocidio in senso ‘figurato’ o davvero lo qualifichi come ‘genocidio’ secondo la definizione adottata dall’ONU?

Per genocidio, secondo l’Onu, si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale: (a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro. Sono punibili gli atti che seguono: a) il genocidio; b) l’associazione ai fini di commetterlo; c) l’istigazione pubblica e diretta; d) il tentativo di metterlo in atto; e) la complicità in esso.
Fu Badoglio, seguendo le indicazioni di Mussolini, ad avviare il genocidio del popolo libico. Il 20 giugno 1930 scriveva a Graziani:

«Quale la linea da seguire? Lo ha già incidentalmente accennato vostra eccellenza quando mi ha annunciato che ha determinato che una tribù sospetta di connivenza deve essere spostata verso Tolmetta. Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso fra formazioni ribelli e popolazioni sottomesse. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi la dobbiamo perseguire sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

E ancora:

«Se mi obbligate alla guerra, la farò con criteri e con mezzi potenti, di cui rimarrà il ricordo. Nessun ribelle avrà più pace: né lui, né la sua famiglia, i suoi arredi, né i suoi armenti. Distruggerò tuttouomini e cose. Questa è la mia prima parola, ma è anche lultima. Badoglio»

Dunque, per me, e per altri studiosi dopo di me, si può parlare di genocidio anche se non programmato, come lo era nel caso degli ebrei o in Rwanda, o in altri luoghi.

Mi pare di capire che le ragioni del massacro siano state varie: da una parte il pugno di ferro per ‘domare’ le popolazioni e farle soccombere al potere di Roma, dall’altro però ci fu anche la persecuzione contro gli ebrei.

Torturarono e uccisero tutti gli attori di quella e degli altri conflitti vecchi e nuovi. Era la guerra, e il modo in cui veniva condotta. I massacri italiani furono seguiti spesso da rappresaglie non meno gravi e violenti. I libici resistevano all’assalto dell’Italia che voleva conquistare oltre a Tripoli e Bengasi tutta la Libia, che prima apparteneva all’impero Ottomano. I soldati italiani risposero con la medesima violenza, spesso andando molto oltre nel tentativo di bloccare la resistenza. Fino al 1938, ossia all’introduzione delle leggi razziali in Italia, gli ebrei in Libia godevano di uno status, direi, abbastanza alto. Non c’era persecuzione nei loro confronti. Ci potevano essere forse episodi di anti-semitismo. Dopo le cose cominciarono a precipitare. E la vera persecuzione, soprattutto a Bengazi. ebbe luogo durante la guerra mondiale, quando le truppe britanniche arrivarono nella capitale della Cirenaica insieme con reparti della Brigata ebraica. E gli ebrei esultarono. Fu allora che i fascisti, con la collaborazione dei nazisti, allestirono alcuni campi di concentramento dove fu rinchiusa una parte della popolazione ebraica.

Cosa accadde in quei campi di concentramento?

Le versioni, come sempre, sono discordanti. Quando ho fatto le ricerche per ‘Uccideteli tutti’, il libro pubblicato sempre da Il Saggiatorre, sui campi allestiti per gli ebrei in Libia, ho faticato molto a trovare testimonianze. Molti reduci del campo di Giado non volevano raccontare. Altri, che abitavano in Israele, si vergognavano. Altri erano troppo piccoli in quegli anni. Ci furono sicuramente due periodi diversi. All’inizio un comandante molto severo a Giado che dopo molte proteste anche da parte dei suoi subalterni fu richiamato in Italia e sostituito. Punizioni severe; qualche maltrattamento fisico; lavori forzati per allestire le difese italiane di fronte all’avanzata degli alleati che dall’Egitto conquistarono tutta la Libia; trascuratezza in campo sanitario, per cui si calcola che la maggior parte dei cinque-seicento morti tra gli internati fu dovuta al tifo e ad altre malattie. Nessun paragone con i campi nazisti in Tunisia, ad esempio. Ancora meno con i lager in Europa.

Te la senti di paragonare quanto fatto dall’Italia nell’epoca coloniale in Libia con quanto accaduto nei campi di concentramento tedeschi?

Non l’ho mai scritto o detto. Anzi, trovai tracce di lamentele da parte dei tedeschi in Libia che accusavano gli italiani di essere stati troppo poco severi con gli internati. Storici più giovani recentemente hanno sostenuto di aver trovato le prove che Hitler e i suoi stavano preparando il genocidio degli ebrei di Nordafrica ma la sconfitta tedesca prima in Africa e poi in Europa ha salvato la loro vita.

La storiografia italiana tu sostieni abbia ignorato questi fatti. Perché? e lo ha fatto intenzionalmente?

Sicuramente fino agli anni Settanta pochi storici italiani hanno cercato la verità nei documenti degli archivi ministeriali italiani. Alcuni studiosi erano cresciuti professionalmente sotto il fascismo e non volevano vedere altro. Frugando per mesi nei fascicoli mi accorsi che molti documenti mancavano e altri erano stati messi in cartelle con intestazioni che nascondevano il loro reale contenuto. Certamente c’era chi non voleva che si vedesse o capisse. E direi che ancora oggi molti documenti sono ancora nascosti o sono stati distrutti, anche di recente per continuare con il ritornello ‘Italiani brava gente’.

Però anche la storiografia libica tu dici haignorato i fatti, considerandoli tabù.

I pochi storici libici messi al lavoro da Gheddafi si sono concentrati sulle malefatte degli italiani, come era normale che facessero. Pochi, come racconto nella nuova versione del mio libro, si volevano rendere conto di quanto e come molti libici hanno collaborato con gli invasori. Un fenomeno tipico di ogni guerra di conquista. In molti casi gli italiani arruolarono eritrei per utilizzarli nei compiti più violenti in Libia e viceversa.

Affermi anche che c’è una classe di ‘ricchi’ libici che da quel genocidio hanno ricavato la loro ricchezza.

E’ un fenomeno che non ho approfondito, ma in Libia come in ogni Paese colonizzato -o neo-colonizzato come ve ne sono oggi in Medio Oriente- i collaborazionisti si arricchivano mettendosi a disposizione dell’invasore. Il quadro libico di oggi è un esempio di questo. Molti dei dirigenti libici eliminati con Gheddafi sono stati sostituiti da nuovi quadri che hanno guadagnato potere e con il potere ricchezza. O con le paghe dei servizi segreti occidentali e arabi, o attraverso le rendite del petrolio, tolto illegalmente allo Stato libico, gestito, o malgestito, da troppi ‘governi’.

Il messaggio del libro, se non ho capito male, è: la storia si ripete, anzi, tutto sommato non è mai finita, da allora ad oggi, fatti, accadimenti, protagonisti diversi ma tutto si tiene, è una storia che prosegue. E’ così?

Sicuramente la storia moderna del Nord Africa e del Vicino Oriente comincia con la fine dell’impero Ottomano, cento e pochi anni fa. E continua con il disegno coloniale di Sykes-Picot, inglesi e francesi che hanno disegnato i confine degli Stati che vediamo impressi oggi sulle carte geografiche. Siamo in una fase di nuovo di colonialismo, ma gli attori sono quasi tutti gli stessi, anche se troviamo più attivi gli Usa e la Russia e, da poco, anche la Turchia, che sembra rivendicare il proprio passato, quando, per 500 anni, come impero Ottomano, dominava tutta la regione.

Tu nel libro provi a darti una spiegazione di questa storia mai interrotta,cercandone traccia nel razzismo di ieri e di oggi e nello spirito colonialista che persiste nell’oggi. E ci sta tutto. Ma sarebbe troppo comodo fare di tutta questa immondizia ‘solo’ fascismo, e tu infatti non lo fai. Allora, possiamo parlare delle responsabilità politiche condivise e trasversali?

Il mondo è cambiato. Vecchi attori sono tornati alla ribalta, come la Cina che è sempre più attiva, e non soltanto in Estremo Oriente. Stiamo assistendo oggi a un conflitto nuovo intorno alla parola ‘capitalismo’, pur avendo le prove che il capitalismo è fallito, anche se è ancora la forza economica dominante sulle nostre vite. Si stanno costituendo blocchi nuovi ancora poco chiari. Basati non più su teorie come ‘fascismo’, ‘comunismo’, ‘capitalismo’, ma in un quadro di totale incertezza politica ed economica. Pensate a cosa succederà -e siamo vicini- quando il petrolio non sarà più l’oro nero che domina e determina i mercati mondiali e arricchisce alcuni dei più violenti tiranni che esistono sulla Terra. Nuove guerre, nuove alleanze. Il razzismo di ieri e di oggi sono per certi versi strumenti di lotta. Spiegano gli atteggiamenti fascisti che vediamo crescere un po’ ovunque. E porteranno, a mio parere, a nuove guerre. Forse limitate, come ne abbiamo viste dalla fine della II Guerra Mondiale, ma solo perché le armi a disposizione dei contendenti sono così potenti da scongiurare il loro uso. Si rischia di vincere con una bomba nucleare, ma di il risultato sarebbe molto più che un genocidio. Oltre alle persone morirebbe la terra su cui viviamo.

Il libro, in questa terza edizione, è aggiornato con gli ultimi accordi Italia – Libia. Che c’è di diverso tra quanto sottoscritto da Berlusconi prima, poi da Minniti e infine dal Memorandum attualmente in vigore (rinnovato, il Minniti, e non aggiornato)? Alla base non c’è solo e comunque il fatto che paghiamo governi e milizie perchè facciano il lavoro sporco che a noi, ‘democraticissimi’ italiani, non si addirebbe?

Tutto sommato è così. Ed è per questo che continuano ad arrivare le critiche delle medesime organizzazioni umanitarie che denunciarono fin dall’inizio quello che stava accadendo in Libia e nel Mediterraneo.

Noi abbiamo tentato di affrontare un tema che pare a tutti ostico: la possibilità che prima o poi i vertici italiani responsabili dell’allestimento del Memorandum Italia – Libia finiscano davanti al Tribunale Penale Internazionale. Tu lo credi possibile?

Purtroppo il Tribunale ha un carico di lavoro enorme. E anche se qualcuno venisse denunciato, dubito che vedremo una sentenza in tempi relativamente brevi, o quanto meno in tempi utili per mettere fine al crimine.

Come ti spieghi il fatto che l’Italia, un Governo che si dice democratico, un Parlamento che si dice democratico, e l’Unione Europea, continuino imperterriti a finanziare i lager libici? E’ tutto riconducibile solo agli interessi economici, a partire dal petrolio?

Temo, come ho detto prima, che il petrolio, e tutto quello che ruota attorno a quel liquido nero, sia l’elemento chiave. Ovviamente possiamo -dobbiamo- aggiungere il mercato delle armi che interessa i Paesi europei produttori che aggirano i vari embarghi e continuano a rifornire armi mezzo mondo. Spesso in cambio, appunto, di petrolio.

Quanta responsabilità ha l’opinione pubblica italiana e europea in tutto questo?

L’Italia è addormentata. Una volta c’erano i partiti combattivi, le organizzazioni giovanili che manifestavano nelle scuole, i grandi sindacati che riuscivano spesso a far cambiare politica anche quando rischiava di danneggiare gli stessi lavoratori. Qualche battaglia si vinceva. Altre no. Perché siamo addormentati? Basta guardare il livello del discorso politico, dei dibattiti in televisione, la superficialità dei social media per capire che senza un cambiamento radicale siamo destinati a continuare a non guardare, a non parlare, a non sentire. Sicuramente a non capire.

Non credi che quella che è innescata laggiù sia una bomba a orologeria che a breve ci scoppierà in faccia?

Non si sono dubbi. Oggi qualcuno ha tirato fuori la vecchia etichetta: ‘fascismo’. Sono sicuro che ci sono altre parole che possiamo scegliere per descrivere il fenomeno e i rischi senza dovere ricorrere a una esperienza recente sconosciuta alla maggioranza dei giovani italiani e da loro nemmeno studiato a fondo.

La narrativa corrente vuole che l’Italia sia molto amata e desiderata in Libia. Secondo te, quale idea hanno i libici dell’Italia?

Nonostante il colonialismo, avevano un ricordo abbastanza buono degli italiani. Tra Gheddafi e Roma, ancora prima dell’avvento di Berlusconi, c’erano accordi di collaborazione importanti. I malati libici spesso venivano mandati in Italia a farsi curare, molti studenti finivano i loro studi superiori nel nostro Paese. Anche se era vietato, molti guardavano la tv italiana via satellite e imparavano l’italiano. «Oggi è oggi, ieri era un vecchio passato», mi dicevano spesso i miei interlocutori quando capitavo a Tripoli o Bengasi o nelle città del sud.

Insomma, farebbe bene alla Libia, o meglio, ai libici, l’uscita di scena dell’Italia?

Io sono convinto che l’Italia avrebbe dovuto svolgere un ruolo molto più incisivo in questi anni della guerra civile, e ancora di più quando alcuni Paesi decisero di eliminare Gheddafi e impossessarsi dell’economia del Paese. Purtroppo, come dicono i più seri dei nostri politologi, ci sembra mancare la manodopera, ossia i diplomatici e i politici capaci di gestire uno dei momenti più difficili dalla fine della seconda guerra mondiale.

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