lunedì, Settembre 23

Genocidio del Rwanda: dopo 25 anni, la Francia potrebbe aprire gli archivi Il Presidente Macron intende indagare lo spropositato supporto militare offerto al regime tra il 1990 e il 1994 e il ruolo di Parigi nell’assassinio del Presidente Habyarimana

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6 aprile 1994.  L’aereo presidenziale del Rwanda con a bordo il Presidente Juvenal Habyarimana e il Presidente burundese Cyprien Ntaryamira (aveva chiesto un passaggio che gli sarà fatale) proveniente da Arusha, in Tanzania, viene abbattuto nella fase d’atterraggio presso l’aeroporto internazionale di Kigali. Un’ora dopo inizia l’inferno durato 100 giorni dove un milione di persone (per la maggior parte tutsi) furono massacrate dal regime che professava l’ HutuPower (potere agli hutu) e la soluzione finale per i tutsi. Questo regime ha sempre avuto l’appoggio politico, militare e finanziario della Francia.

L’Olocausto ruandese è uno dei tanti genocidi avvenuti nel corso della storia: gli ebrei, gli armeni, i darfurini, e via dicendo ma, alla stregua della Shoah, ha avuto una violenza e un orrore tali da far scattare meccanismi di prevenzione internazionale. Meccanismi che conoscono interferenze politiche, come nei casi del Burundi o del Nord Kivu dove è evidente il loro punto debole: la prevenzione dei genocidi non ancora compiuti pienamente ove si constati un chiaro indirizzo etnico unilaterale delle violenze. Eppure, nonostante questi limiti, questi meccanismi informali adottati dalla Comunità Internazionale sembrano parzialmente funzionare nel frenare i deliri di superiorità e di sterminio di alcuni governi attuali.

È per questa ragione che ad aprile di ogni anno si fa sentire il dovere morale di ricordare i 100 giorni dove furono uccisi in un minuscolo Paese africano 10.000 persone al giorno.  È un contributo alla testimonianza doveroso per chi sostiene senza ombre di dubbio l’obiettivo ‘Never Again, Mai Più’. Il Rwanda e tutta la regione dei Grandi Laghi è rimasta prigioniera di questo spaventoso evento che, abbinato alla necessità di controllare le risorse naturali e alla sovrappopolazione, è la causa della odierna instabilità regionale.

Ogni crisi regionale ha come origine la contrapposizione hutu – tutsi: la guerra fredda tra Rwanda e Uganda, l’instabilità nell’est del Congo, il rischio di conflitto tra il Rwanda e il Burundi, dove il regime riprende con entusiasmo l’ideologia di superiorità razziale HutuPower e dove il rischio di un secondo genocidio nella regione dei Grandi Laghi è sempre presente. L’Olocausto del 1994 è diventato il peccato originale e la regione dei Grandi Laghi si è trasformata da Eden a Inferno.  

Il Presidente Emmanuel Macron ha ricevuto venerdì all’Eliseo i rappresentanti dell’associazione ‘Ibuka France‘ impegnata al sostegno dei sopravvissuti e a mantenere viva la memoria del genocidio ruandese. Macron ha ventilato anche la possibilità di nominare un gruppo di ricercatori per esaminare gli archivi francesi sul periodo del genocidio in Rwanda con particolare attenzione al periodo tra il 1990 e il 1994. Il proposito di Macron, se mantenuto, rappresenterebbe una svolta storica nelle relazioni tra Rwanda e Francia, recentemente molto migliorate.

La Francia ha avuto un ruolo attivo nel rafforzare l’ideologia di morte dell’ HutuPower. È intervenuta militarmente nel 1991 per fermare l’avanzata del Fronte Patriottico Ruandese (FPR). Senza l’intervento dei soldati francesi e la Guardia Presidenziale dello Zaire (attuale Congo) il FPR di Paul Kagame avrebbe liberato il Paese nel 1991 evitando il genocidio. Parigi ha triplicato il sostegno al regime di Habyarimana durante tutta la guerra di liberazione (1991 – 1994) fornendo una quantità impressionante di armi tra cui 1 milione di machete comprati dalla Cina per un fantomatico progetto agricolo. Ha sostenuto il piano della First Lady Agathe Kanziga Habyarimana, di assassinare suo marito accusato dall’ala dura dell’ HutuPower di essersi svenduto ai tutsi perché deciso a firmare la pace e formare un governo di unità nazionale con i ribelli.

Ironia della sorte, gli avvenimenti successivi hanno dimostrato che la politica di Habyarimana del governo di unità nazionale sarebbe stata vincente per le forze Hutupower che avrebbero avuto grosse probabilità di vincere in trasparenti e democratiche elezioni per il semplice fatto che il voto sarebbe stato dato su base etnica e gli hutu in Rwanda sono oltre 80% della popolazione. In cambio si doveva interrompere la follia di razza superiore e far entrare nella gestione del Paese e nelle forze di difesa i tutsi. Era proprio quello che la First Lady e il suo cerchio di duri e puri non volevano.  

L’assassinio del marito, il colpo di Stato, il governo estremista di transizione controllato da Agathe Habyarimana e i suoi complici, un milione di morti, il tutto attuato per mantenere il potere, sono state decisioni che hanno decretato la fine del governo razial nazista. Una fine pagata a duro prezzo dal popolo ruandese anche se ora il Paese ha conosciuto una rinascita economica e sociale talmente forte da diminuire radicalmente le tensioni inter etniche.

La Francia non è intervenuta a fermare sul nascere il genocidio nonostante vi fossero le possibilità. Al contrario ha lavorato presso le Nazioni Unite per ridurre il contingente militare a disposizione del Generale canadese Romeo Dallaire impedendo di fermare le milizie genocidarie, come era nelle intenzioni e nelle possibilità del Generale canadese. Ha montato una finta operazione di pace, l’ ‘Operazione Turchese inviando soldati in Rwanda con il solo scopo di proteggere il regime.

I soldati francesi hanno tentato di creare un fronte dopo la caduta della capitale Kigali, cercando di difendere i territori occidentali del Rwanda al confine con il Congo e proponendo a Kagame un tardivo e impossibile governo di unità nazionale con le forze genocidarie ormai sconfitte. Vista l’impossibilità di mantenere la linea del fronte, Parigi ha riabilitato il dittatore congolese Mobutu Sese Seko chiedendo il suo sostegno ai Habyarimana, suoi amici di lunga data. I soldati francesi hanno organizzato la ritirata nell’allora Zaire, di quello che rimaneva dell’esercito regolare e delle milizie genocidarie. In alcuni episodi come il massacro della collina di Bisero, i soldati francesi sono sospettati di essere stati direttamente coinvolti al fianco delle milizie genocidarie. Ed è proprio in nome della distensione tra Kigali e Parigi che i familiari delle vittime cadute sulla collina di Bisero non riescono a trovare giustizia. I responsabili da parte francese sono protetti dal segreto di Stato.

Pur non essendo mai stata una sua colonia, la sconfitta subita in Rwanda per Parigi è diventata un disonore pari alla perduta guerra d’Algeria e un’ossessione che ha creato nuova instabilità regionale. Dal 1994 al 1996 Parigi ha armato e organizzato le forze genocidarie ruandesi rifugiate nello Zaire. che, grazie a questo aiuto, hanno tentato varie volte di invadere il Paese nella speranza di riconquistare il potere e sterminare tutti i tutsi. Dopo la prima guerra panafricana (1996), Parigi ha riorganizzato le forze genocidarie decimate dagli eserciti angolano, burundese, etiope, ruandese e ugandese creando nel 2000 le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda. Noto con la sigla FDLR il movimento armato fu inserito sei anni più tardi nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali degli Stati Uniti.

Il sostegno francese alla FDRL ha creato enormi sofferenze al popolo congolese ed ha permesso a questo gruppo terroristico, inizialmente formato da meno di 3000 uomini, di assumere proporzioni allarmanti. Grazie all’arruolamento tra i giovani disoccupati congolesi, ora le FDRL dovrebbero contare dai 12 ai 14mila uomini ben armati. Le FDLR controllano vasti territori pieni di risorse naturali nel Nord e Sud Kivu, est del Congo. Controllano inoltre il Burundi grazie all’alleanza con il dittatore HutuPower, Pierre Nkurunziza. Grazie alla debolezza del regime di Bujumbura, le FDLR hanno avuto gioco facile a controllare le forze armate e la milizia Imbonerakure (creata sul modello della milizia ruandese Interwhame responsabile dell’Olocausto e nocciolo duro del FDLR). Attualmente le FDLR controllano la vita politica del Burundi dietro le quinte. Esiste anche un progetto di creare uno Stato Hutu, la Hutuland, che si dovrebbe estendere dai Kivu al Burundi. Per realizzare questo piano le FDLR stanno attuando una sistematica pulizia etnica ai danni della etnia Nande.

L’idea di nominare una commissione di ricercatori per far luce sulle responsabilità francesi in Rwanda è un passo positivo di distensione e apertura, ma dipende da chi comporrà la commissione. Se al suo interno saranno adeguatamente rappresentate le associazioni in difesa dei sopravvissuti al genocidio, questo rappresenterà una vera e propria svolta storica. Se, al contrario, la commissione non prevederà la collaborazione con queste associazioni, la ricerca storica potrebbe tramutarsi in una ennesima copertura dei crimini commessi.

Ibuka’ (‘ricordati’ in Kenyaruanda) è un’associazione fondata nel 2002 in Francia e tesa alla memoria, alla giustizia e al sostegno ai sopravvissuti al genocidio. Tra i suoi obiettivi vi è quello di far luce sulle responsabilità francesi nell’Olocausto e portare davanti alla giustizia internazionale i responsabili. Proprio quello che da 25 anni sta tentando di evitare la Francia. Interrogato dalla agenzia stampa AFP prima dell’incontro con il Presidente Macron, Marcel Kabanda, presidente di Ibuka France, ha dichiarato di aver fiducia nei propositi di Macron: «È molto positivo vedere un Presidente della Repubblica interessarsi a noi, soprattutto nel contesto del 25simo anniversario del genocidio. È un segno positivo. Noi nutriamo la fiducia che questo incontro si tradurrà in una concreta volontà di cambiamento dell’attitudine del governo francese e in particolare sul tentativo di annullare la memoria dell’evento. Ci sono possibilità che finalmente sia fatta luce sui responsabili del genocidio. Occorre incoraggiare il governo francese ad aprire i suoi famosi archivi. Il governo deve mettere tutto a disposizione dell’opinione pubblica».

I punti che al momento il Presidente Macron intende prendere in esame sono: lo spropositato supporto militare offerto al regime tra il 1990 e il 1994 e il ruolo avuto dalla Francia nell’assassinio del Presidente Habyarimana che scatenò l’inferno. Sull’apertura degli archivi, le risposte date non sono ben chiare. Ha inoltre inviato un deputato come rappresentante della Francia alle commemorazioni che si sono tenute in Rwanda domenica 7 aprile. La volontà del Presidente Macron di fare parzialmente i conti con il passato (pur non avendo alcuna responsabilità personale), rispecchia il nuovo corso della Cellula Africana all’Eliseo (FranceAfrique) di aprire un dialogo con un importante attore regionale impossibile da sconfiggere militarmente. Gli ultimi piani francesi di invasione del Rwanda sono del 2017.

Non si sa se gli archivi verranno aperti, ma si dubita che il governo francese possa fare chiarezza completa, autodenunciandosi e rischiando di essere imputato di crimini contro l’umanità dalla CPI. Crimini che non decadono con il tempo. Sarà più probabile una mezza dichiarazione di responsabilità ridimensionando l’impatto della politica francese in Rwanda e, soprattutto, non verrà toccato l’argomento del supporto francese alle milizie genocidarie dopo la loro sconfitta per un periodo assai lungo che va dal 1994 ai giorni nostri.

Pur mantenendo una posizione ambigua nei confronti del regime burundese, Parigi sembra progressivamente dissociarsi dalle FDLR per prediligere rapporti politici ed economici con il governo di Kagame oltre a gestire il piano di inserimento nel mercato ugandese in fase già avanzata. Le recenti dichiarazioni del Presidente congolese Félix Tshisekedi di voler combattere seriamente le FDLR e creare una vera integrazione regionale con Uganda e Rwanda sono segnali di un cambiamento in atto. Un cambiamento che non è ancora radicato e quindi può subire repentini ripensamenti ritornando alle politiche eversive del passato.

Il rappresentante di Macron alle cerimonie commemorative in Rwanda è Hervé Berville, ruandese di origine tutsi, adottato all’età di 4 anni da una famiglia francese della Bretagna. Secondo Berville occorre collocare il genocidio dei tutsi nel giusto posto nella storia e nella memoria collettiva del popolo francese, eppure da quando è stato eletto all’Assemblea Nazionale nel giugno 2017 Berville ha accuratamente evitato di parlare delle complicità tra Francia e Rwanda prima, durante e dopo il genocidio.

Come segnale concreto del nuovo corso che vuole intraprendere Macron nei confronti del ruolo della Francia, la Corte d’Appello di Parigi il 4 aprile ha confermato la condanna a Claude Muhayimana, un medico di Butare, per complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità e di aver organizzato il trasporto delle milizie hutu sui luoghi di vari massacri. Muhayimana, (per decenni protetto dalla Francia) è la quarta vittima del nuovo corso di Macron, dopo Pascal Simikangwa ex ufficiale della Guardia Presidenziale condannato in appello lo scorso maggio,  Octavien Ngenzi e Tito Barahira, condannati all’ergastolo nel luglio 2018.

Muhayimana ebbe un ruolo di primo ordine nel massacro della scuola di Nyamishaba, nella prefettura di Kibuye, est del Rwanda. È stato anche coinvolto nei massacri di Karongi, Gitwa e Bisero. Aveva messo a disposizione delle milizie genocidarie vari mezzi di trasporto per recarsi nei luoghi prescelti per i massacri. Muhayimana, come tanti altri quadri intermedi, si rifugiò in Francia ottenendo addirittura la nazionalità nel 2010 malgrado le autorità francesi fossero a conoscenza del suo passato in Rwanda. Muhayimana era un protetto di Parigi così come i quadri del regime HutuPower, come l’ex First Lady, Agathe Habyarimana.

Nel 2011 le autorità francesi avevano rifiutato la richiesta di estradizione sottoposte dalla magistratura ruandese con tanto di prove inconfutabili dei crimini commessi da Muhayimana. Nel 2012 la Corte d’Appello di Rouen aveva emesso parere favorevole alla richiesta di estradizione considerando che il cittadino franco ruandese in Rwanda poteva garantire delle necessarie procedure eque di giustizia e una appropriata difesa. Ma l’estradizione non venne mai effettuata. Nel febbraio 2014 la Corte di Cassazione negò nuovamente l’estradizione. A questa decisione rispose la Corte d’Appello di Rouen che nell’aprile 2014 fece arrestare Muhayimana a seguito di una denuncia del Collettivo delle Parti Civili per il Ruanda (CPCR) riguardante il suo ruolo nel genocidio del 1994.

Muhayimana, Simikangwa, Ngezi e Barahira, sono pesci piccoli che sono stati sacrificati nel nome della distensione tra Parigi e Kigali, ma i veri responsabili, ad iniziare da Agathe Abyarimana, sono ancora ben protetti. Attualmente 25 dossier di crimini l’umanità sono bloccati presso la magistratura francese e i sospettati continuano a godere delle protezioni di rifugiato o sono addirittura divenuti cittadini francesi, per meglio garantirgli la protezione dalla giustizia ruandese.

La ragione di tutta questa difesa di criminali contro l’umanità la si comprende se si analizza la necessità per la Francia di non farsi coinvolgere nell’Olocausto Africano. I processi internazionali ad Agathe Abyarimana e agli altri responsabili del Genocidio, alcune di esse ora leader delle FDLR, rischierebbero di vedere gli imputati fornire le prove delle responsabilità di Parigi prima, durante e dopo il genocidio, esponendo governo ed esercito francesi ad una pericolosa avventura giudiziaria internazionale con grave danno all’immagine del Paese. Le prove detenute da questi criminali sono la loro garanzia di immunità in quanto tengono sotto scacco tutti i governi francesi dal 1994 in poi.

Secondo il Ministro ruandese della giustizia, i dossier sul genocidio non sarebbero 25, ma ben 42 (intervista a JeuneAfrique del gennaio 2019): «Abbiamo inviato 42 mandati di arresto in Francia contro delle persone che devono essere estradate e giudicate in Rwanda. La Francia è stata molto vicina al regime ruandese nel 1994. Gli sforzi forniti da Parigi per assicurarsi che le persone che hanno avuto un ruolo di rilievo nel genocidio siano portate davanti alla giustizia, sono molto deboli se comparati a quelli effettati dall’Olanda e Germania».

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