giovedì, Ottobre 29

Genesi del petro-dollaro Il legame tra dollaro e petrolio su cui si regge la supremazia Usa

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Come è noto, l’Europa distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale riuscì a rimettersi in piedi grazie soprattutto agli aiuti forniti dagli Stati Uniti – in cambio della rinuncia alla sovranità politica da parte degli Stati del ‘vecchio continente’ – nell’ambito dell’ormai celeberrimo Piano Marshall, il quale impedì che le prospettive di ricostruzione si infrangessero sui vincoli della bilancia dei pagamenti di ogni singolo Paese.

Eppure, dal punto di vista strettamente economico, la linea operativa portata avanti da Washington produsse ricadute molto più positive sull’Europa e sul Giappone che sugli stessi Stati Uniti, i quali, fungendo anche da mercato di sbocco per le merci prodotte in Europa, cominciarono a fare fatica a realizzare tassi di crescita analoghi a quelli conseguiti dalla Comunità Economica Europea (il cui export, nel 1960, fu per la prima volta superiore a quello statunitense) e si videro costretti a far leva sull’enorme spazio di manovra garantito dal ruolo di valuta di riferimento di cui era titolare il dollaro per emettere moneta in misura tale da finanziare il proprio deficit, che stava cominciando a crescere in maniera preoccupante.

Il consigliere economico del presidente Charles De Gaulle, Jacques Rueff, si era accorto di come la convertibilità tra dollaro ed oro fosse divenuta ormai soltanto ‘di facciata’, in quanto il dollaro aveva ormai acquisito lo status di moneta fiduciaria solo formalmente ancorata ad un valore fisico reale. Rueff fece quindi notare a De Gaulle come questo stato di cose fosse garante di pesanti squilibri valutari e consentisse agli Stati Uniti di accumulare deficit crescenti nella bilancia commerciale senza pagarne il prezzo corrispettivo.

E mentre il generale valutava il da farsi, cominciava a verificarsi un incremento costante delle conversioni di dollari in oro da parte dei detentori del metallo prezioso, che con il loro operato presero ad erodere le riserve auree statunitensi. Ciò indusse Washington ad esercitare forti pressioni sui propri alleati (Paesi europei e Giappone), dai quali riuscì infine ad ottenere la ratifica, nel 1961, di un trattato che limitava il diritto alla conversione ai soli dollari depositati nelle rispettive banche centrali.

La Repubblica Federale Tedesca, la quale aveva sviluppato il proprio sistema industriale a livelli tali da superare in competitività il concorrente statunitense, stava tuttavia fronteggiando una forte pressione al rialzo sul marco che costrinse la Bundesbank ad acquistare grandi quantità di dollari sui mercati valutari per mantenere le parità prestabilite. In breve tempo la stessa Bundesbank, vista e considerata l’inefficacia dei propri interventi di fronte alle speculazioni a favore della moneta tedesca, fu però costretta a ritirarsi per lasciar fluttuare il valore del marco, il quale cominciò a subire una serie di rivalutazioni che misero parzialmente in ombra il prestigio e la centralità del dollaro, assestando un colpo molto duro al vacillante sistema di Bretton Woods.

Così, dopo ben tre recessioni (1953/1954, 1957/1958, 1960/1961), le turbolenze generate dalla politica adottata da De Gaulle e la prorompente ascesa tedesca, Washington decise di portare fino in fondo il ‘keynesismo militare’, varando un robusto piano di riarmo nucleare in previsione di un’escalation in Estremo Oriente, dove i guerriglieri nord-vietnamiti erano riusciti a scacciare i francesi e si apprestavano a riunificare il Paese portandolo nell’orbita di Mosca.

Sotto il profilo economico, invece, gli Stati Uniti erano preoccupati per la crescente popolarità che le tesi comuniste stavano conoscendo in buona parte dei Paesi del Terzo Mondo, i quali avrebbero dovuto continuare a fornire materie prime a costi sufficientemente bassi da assicurare un consistente margine di guadagno alle multinazionali Usa senza inceppare la crescita economica europea e giapponese.

L’intervento diretto statunitense in Vietnam, ordinato dal presidente Lyndon Johnson, comportò un ulteriore aumento delle spese militari (che tornarono a superare il 10% del Pil) che il governo decise di non finanziare attraverso l’inasprimento della pressione fiscale. Le continue difficoltà incontrate dall’economia statunitense finirono rapidamente per entrare in rotta di collisione con i costi del conflitto in Vietnam e con gli sproporzionati consumi del popolo nordamericano, provocando un crescente disavanzo con l’estero che raggiunse i 36 miliardi di dollari nel 1967, a fronte del progressivo assottigliamento delle riserve auree, che passarono da oltre 20 a 12 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. Il governo di Parigi propose allora di rivalutare l’oro, incassando lo sdegnoso rifiuto da parte di Washington e Londra (poiché anche la sterlina, che rappresentava il secondo caposaldo del sistema scaturito da Bretton Woods, avrebbe subito una forte svalutazione in seguito ad una manovra simile).

Per tutta risposta, De Gaulle annunciò l’imminente revoca del trattato del 1961 ed iniziò immediatamente a convertire in oro (il cui valore al mercato di Londra schizzò letteralmente verso l’alto) tutte le riserve di valuta statunitense depositate presso la Banque de France. Londra cedette quindi alle pressioni internazionali accettando di svalutare del 14% la sterlina e contribuendo in tal modo ad incrementare pesantemente le richieste di conversione in oro della valuta statunitense.

Nel marzo del 1968, Johnson, conscio dell’impossibilità statunitense di soddisfare tali richieste, dispose, di concerto con Londra, la sospensione temporale del mercato dell’oro e ordinò successivamente di trasferire le residue riserve auree nei forzieri di Fort Knox. Alcuni economisti avevano allora suggerito di allentare i controlli sulle esportazioni di capitale allo scopo di favorire la conquista del mercato europeo da parte delle multinazionali americane, ma ciò avrebbe ulteriormente aggravato lo stato della bilancia dei pagamenti.

In altre parole, «non esistono – annotava Henry Kissinger, fresco di nomina a capo del Comitato per la Sicurezza Nazionale – accorgimenti monetari attraverso i quali gli altri Paesi concederanno agli Stati Uniti la completa libertà di fare spese estere nella misura da essi desiderata, siano esse per difesa, aiuti, investimenti o importazioni. Anche sotto un regime di limitata flessibilità, che aiuterebbe entro certi limiti, gli Stati Uniti sarebbero soggetti a vincoli sia interni sia internazionali, se il dollaro dovesse tangibilmente deprezzarsi sui mercati del cambio in seguito a eccessive spese estere». Per le alte sfere statunitensi, il problema consisteva dunque nell’instaurare un sistema che permettesse agli Usa di effettuare investimenti esteri in misura illimitata, scaricando sull’estero le relative ripercussioni.

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