martedì, Maggio 21

General Motors: il rilancio passa per il taglio dei dipendenti Il piano di ristrutturazione della società prevede 14.000 licenziamenti

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Lo scorso novembre, General Motors ha annunciato un gigantesco piano di ristrutturazione finalizzato a potenziare il proprio core business e ottenere allo stesso tempo un significativo taglio dei costi, da finanziare attraverso una nuova linea di credito concepita per conferire al gigante automobilistico una accresciuta flessibilità. Un processo che passa inevitabilmente per la riorganizzazione del comparto che si occupa di ricerca e sviluppo (R&S), per il riallineamento della capacità produttiva e, soprattutto, per una forte riduzione della forza lavoro. Stando alle previsioni dell’azienda, che rappresenta la quarta casa automobilistica su scala planetaria quanto a produzione industriale (con quasi 6,5 milioni di veicoli fabbricati ogni semestre), il programma di razionalizzazione garantirà un flusso di cassa annuo pari a circa 6 miliardi di dollari entro la fine del 2020.

Come dichiarò allora Mary Barra, amministratore delegato e presidente di General Motors, «le azioni che intraprendiamo oggi ci permettono di portare avanti un processo di trasformazione che ci permetterà di diventare altamente agili, resilienti e redditizi, fornendoci al contempo la flessibilità necessaria a investire nel futuro […]. Prendiamo atto che occorre anticipare i cambiamenti del mercato e cogliere per tempo le preferenze dei clienti se si intende instradare la nostra azienda sul sentiero che conduce al successo di lungo periodo». Specie a fronte del calo dei volumi di vendita registrato nel corso degli ultimi anni.

Nello specifico, il piano citato dalla Barra contemplava una riduzione dei costi da 4,5 miliardi di dollari associata a un taglio delle spese in conto capitale pari a 1,5 miliardi, da attuare anzitutto mediante la concentrazione degli investimenti verso la produzione di veicoli più nuovi, efficienti e tecnologicamente avanzati (essenzialmente camion, crossover e Suv), e a beneficio dell’innovazione nei campi delle batterie elettriche e delle autovetture a guida autonoma. Un altro pilastro su cui si regge il programma di ristrutturazione elaborato dall’apparato dirigenziale di General Motors è dato dalla riorganizzazione della filiera in un numero inferiore di complessi produttivi.

Nel 2019, dovrebbero pertanto chiudere i battenti tre impianti che sorgono al di fuori del Nord America (compreso quello di Gunsan in Corea del Sud), oltre alle fabbriche di assemblaggio di Ashawa (in Canada), di Detroit (in Michigan) e di Lordstown (in Ohio), e agli stabilimenti in cui si sviluppano i propulsori situati presso White Marsh (in Maryland) e Warren (in Michigan). La riduzione dei complessi produttivi messa in cantiere da General Motors è stata inoltre accompagnata dal taglio di circa 14.000 dipendenti (il 15% circa del totale), orientato da un lato a semplificare il processo decisionale (non a caso, in quel 14.000 licenziamenti rientra anche il 25% dei dirigenti aziendali) e dall’altro ad «aumentare il potenziale di redditività e di generazione di cassa di lungo termine».

A pagare il prezzo della riduzione dei costi che i vertici della casa automobilistica di Detroit hanno identificato come obiettivo saranno quindi i dipendenti, i quali verranno licenziati in massa nell’ambito del piano di ristrutturazione annunciato dalla Barra con l’assenso del sindacato della United Auto Workers (Uaw) e senza ricevere alcun sostegno dall’amministrazione Trump, che nei mesi scorsi aveva compiuto alcune mosse favorevoli a loro. Il tutto nonostante General Motors abbia realizzato nel 2018 profitti netti pari a 8,1 miliardi di dollari e investito dal 2015 ad oggi ben 10,6 miliardi di dollari – cifra di gran lunga superiore ai 6 miliardi che si prevedono di risparmiare con il piano di ristrutturazione – in riacquisti azionari (buyback) per sospingere artificiosamente verso l’alto la propria quotazione borsistica.

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