giovedì, Settembre 19

General Electric ancora nel caos Jp Morgan Chase sfiducia la società

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Non c’è pace per General Electric (Ge). Dopo l’esclusione dal Dow Jones, l’indice di Wall Street che raggruppa i 30 gruppi industriali Usa a maggiore capitalizzazione azionaria, il cambio dei vertici dell’impresa, la riduzione dei dividendi e la cessione di alcune attività nell’ambito di un processo di ricentramento sul cosiddetto ‘core business’, l’azienda ha dovuto recentemente fare i conti con un rapporto alquanto negativo firmato da Stephen Tusa di Jp Morgan Chase.

Lo scorso dicembre, l’analista aveva elevato il rating della società a neutrale‘ mettendo momentaneamente da parte le perplessità circa il piano di riorganizzazione varato da Ge sotto la guida del nuovo amministratore delegato Larry Culp. L’effetto fu quello di agevolare il conseguimento dell’obiettivo che Ge si era prefissata affidando le redini a Culp, consistente nell’invertire il trend azionario negativo vigente ormai da diversi anni a questa parte. Nel solo 2017, la quotazione delle azioni di General Electric si è infatti dimezzata (mentre il Dow Jones è cresciuto del 12%) volatilizzando ben 100 miliardi di dollari e facendo precipitare la capitalizzazione della società a 113 miliardi di dollari, a fronte di un fatturato da 122 miliardi e un debito di 77 miliardi. Rispetto al 2000, il titolo Ge ha perso l’80%. Alzando il rating e mantenendo un target di prezzo in una prospettiva annuale a sei dollari, Tusa ha indubbiamente favorito la risalita delle azioni di Ge, cresciute del 38% dall’inizio dell’anno.

Lo scenario è cambiato radicalmente con la decisione dell’esperto di declassare General Electric, portandola a livello underweight – fortemente orientato a incoraggiare i detentori di azioni della società alla vendita – e tagliando il target di prezzo da sei a cinque dollari. Una quotazione corrispondente alla metà esatta a cui le azioni Ge – gravitanti attorno ai 10 dollari – venivano scambiate al momento della pubblicazione del rapporto. Come conseguenza, il valore azionario della società è precipitato del 5% nell’arco di una giornata, conclusa la quale il titolo ha comunque conosciuto una lenta ma continua ripresa. Secondo Tusa, ciò è dovuto al fatto che Ge sta «vendendo il futuro per cercare di mantenere il presente» attraverso l’impiego a ciclo continuo del proprio capitale per ovviare alle voragini nei conti create dalla divisione finanziaria della società.

L’ipertrofia finanziaria acquisita dal ramo finanziario della società è frutto di un processo di ristrutturazione e ‘terziarizzazione’ avviato sotto la guida di Jack Welch (prima) e Jeffrey Immelt (poi) per esaudire le elevatissime aspettative di remunerazione nutrite dagli investitori istituzionali che avevano messo i propri capitali a disposizione dell’azienda. Un ‘mutamento di pelle’ che ha portato l’impresa sia a gettarsi a capofitto nel settore delle speculazioni valutarie e azionarie, sia ad accumulare in portafoglio mutui immobiliari, debiti con carte di credito e prestiti di vario genere anche nei confronti di aree geografiche – come l’Europa orientale – ben distanti dagli Stati Uniti. Il risultato fu che, nel 2007, Ge Capital arrivò a rappresentare il 55% degli utili dell’intera società ponendo in una posizione relativamente  marginale la produzione industriale. Naturalmente, la crisi del 2008 ha inflitto all’architettura della società un colpo durissimo: si parla di quasi 270 miliardi di perdite tra l’inizio del 2008 e il marzo 2009.

Come rileva ‘The Economist’, «un simile modello di finanziamento lasciava l’azienda pericolosamente esposta all’interruzione dei flussi di cassa in caso di declino dei mercati finanziari. Con pochi depositi a disposizione, la società si è rimpinzata di debiti a lungo termine e di carta commerciale per finanziare i suoi prestiti. Mentre il mondo era inondato di credito, questi fondi a basso costo fornivano a Ge Capital la possibilità di stampare denaro. Ma quando i mercati del credito si sono bloccati, i problemi hanno iniziato subito a manifestarsi. Già nell’aprile 2008, Ge sconvolse gli investitori ammettendo di aver mancato (di molto) gli obiettivi di guadagno». A oltre un decennio di distanza, il problema è tutt’altro che risolto. A rimarcarlo è lo stesso Tusa, secondo cui l’azienda, sia a causa del macigno debitorio da circa 100 miliardi di dollari che per il cash-flow negativo, rimane «ancora vulnerabile a problemi di liquidità in caso di recessione». In presenza della quale Culp e il resto del management si vedrebbero costretti a ripristinare il piano dismissioni varato nei mesi precedenti per risanare i conti societari, nel cui ambito sono state cedute, per la sbalorditiva cifra di 21,4 miliardi di dollari, le attività connesse al settore delle scienze della vita.

Sui mercati, il programma fu accolto molto positivamente, nonostante biopharma costituisse la divisione di General Electric in grado di conoscere la crescita più rapida e consistente, e di assicurare alla casa madre ricavi per 19 miliardi e utili per 3,4 miliardi nel solo 2018 grazie alla posizione dominante ricavatasi nel segmento delle apparecchiature per laboratori e ospedali. Sul piano strategico, la decisione di privarsi uno dei propri comparti più promettenti per centrare l’obiettivo a breve termine della risistemazione delle finanze aziendali avrà quasi sicuramente un impatto negativo sulle potenzialità di sviluppo di General Electric. L’osservazione di Tusa, secondo cui i vertici di Ge stanno sacrificando il futuro per cercare di salvare il presente, risulta valida anche in questo caso.

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