domenica, Dicembre 8

GB: Theresa May senza maggioranza. Leadership a rischio?

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In Gran Bretagna vittoria per la premier Theresa May ma niente maggioranza assoluta. Per governare bisognerà trovare infatti un alleato. 318 i seggi in Parlamento, dove ne perde 12, mentre il Labour di Jeremy Corbyn ne ottiene 261 (29 seggi in più). Stop per gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon che perdono 21 deputati fermandosi a 35. Dodici seggi ai Lib-Dem (+4), mentre gli unionisti nordirlandesi del Dup ottengono 10 seggi (+2). Male l’Ukip, il partito che spinse per la Brexit, tanto che il leader Paul Nuttall ha annunciato subito le dimissioni.

La premier conservatrice ha parlato a Downing Street dopo aver incontrato a Buckingham Palace la regina Elisabetta che l’ha autorizzata a formare un nuovo esecutivo. «Formerò un nuovo governo per attuare la Brexit e mantenere il Paese sicuro», ha detto, «la Gran Bretagna adesso ha bisogno di certezze». Di sicuro c’è l’appoggio degli unionisti nordirlandesi del Dup, ma intanto arrivano le critiche. A partire da quelle del vincitore morale Corbyn: «Theresa May ha perso sostegno, ha perso seggi e ha perso voti, io credo sia abbastanza perché se ne vada. La gente ha fatto capire di non poterne più di austerity e tagli ai servizi pubblici, ma ha votato per la speranza». Poi ha concluso dicendo: «Siamo pronti a servire Paese ma niente accordi». Ad attaccare anche l’ex leader laburista Ed Miliband, uscito sconfitto dal voto del 2015: «Theresa May non può ora negoziare la Brexit perché ci ha detto che perdere la maggioranza avrebbe distrutto la sua autorità. E così è stato»., ha ricordato su Twitter.

Ma richieste di dimissioni a Theresa May, seppur molto blande, arrivano anche dall’interno del Partito Conservatore. La premier «dovrebbe considerare ora la sua posizione», ha detto Anna Soubry, deputata anti-Brexit e da tempo voce critica nei confronti di May. Ironico il commento di William Hague, ex leader Tory, che ha scritto: «Il nostro partito è una monarchia temperata dal regicidio».

Andiamo in Spagna, dove il presidente catalano Carles Puigdemont ha lanciato questa mattina l’ultima sfida annunciando che il referendum sull’indipendenza della Catalogna sarà convocato il 1° ottobre prossimo. Per ora non è stato firmato alcun atto ufficiale per evitare che Madrid faccia immediatamente ricorso alla Corte costituzionale spagnola per bloccare la convocazione e chiedere misure contro i dirigenti catalani. Puigdemont ha accusato il governo centrale di non avere dato alcuna risposta positiva alle offerte di negoziato da parte della Catalogna. E il governo spagnolo replica:, per bocca del portavoce dell’esecutivo Inigo Mendez de Vigo: «Non si celebrerà un referendum illegale che va contro la costituzione».

Tempo di elezioni anche in Francia. Secondo gli ultimi sondaggi La République En Marche di Emmanuel Macron potrebbe ottenere oltre 400 deputati insieme all’alleato centrista MoDem. Numeri molto superiori ai 289 deputati necessari per strappare la maggioranza assoluta in parlamento. La maggioranza presidenziale raccoglierebbe il 31,5%, seguita dall’alleanza Udi-Républicains (22%), mentre il Front National è in caduta libera (18%).  Ma proprio nelle ultime ore uno scandalo ha coinvolto il MoDem: la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare sul caso dei presunti impieghi fittizi agli assistenti parlamentari al Parlamento europeo. Si tratta di un caso simile a quello che coinvolge il Front National.

Negli Usa non si placa lo scandalo Russiagate. A tornare all’attacco è Donald Trump, che con un tweet si scaglia contro l’ex capo dell’FBI, intervenuto ieri al Senato:  «Nonostante tante false affermazioni e bugie, totale e completa discolpa…e Wow, Comey è una gola profonda!». Intanto la stessa Commissione intelligence del Senato ha in programma di interrogare Jared Kushner, genero e consigliere alla Casa Bianca del presidente. Alcune fonti parlano di fine giugno-inizio luglio come periodo più probabile.

E parlando di Stati Uniti, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, a una conferenza sulla difesa a Praga, ha lanciato un messaggio chiaro: «Gli Usa hanno cambiato in modo fondamentale la loro politica estera molto prima dell’arrivo di Trump. Da dieci anni è chiaro che i nostri partner americani ritengono di sostenere troppo peso per i loro ricchi alleati europei. Non abbiamo altra scelta che difendere i nostri propri interessi in Medio Oriente, clima, accordi commerciali». E ha concluso dicendo: «La deferenza alla Nato non può essere più un alibi contro sforzi Ue più grandi».

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