giovedì, Luglio 2

GB: c’è l’accordo di Governo tra conservatori e DUP

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Raggiunto l’accordo per il sostegno esterno del Democratic Unionist Party (DUP), il partito unionista dell’Irlanda del Nord, al Governo di minoranza del Primo Ministro conservatore inglese, Theresa May.
Dopo il pessimo risultato ottenuto nelle elezioni anticipate che, certa di vincere, aveva indetto, la May si è trovata in grande difficoltà con la formazione del Governo: si era parlato addirittura di un cambio al vertice del partito che, per ora, sembra scongiurato. Da subito, l’unico modo in cui il malconcio partito conservatore avrebbe potuto formare un Governo è parso l’accordo con gli ultra-conservatori irlandesi del DUP. Questa evenienza ha immediatamente provocato le proteste del Sinn Fein, il partito indipendentista dell’Eire: per acquietare gli animi, subito dopo la firma dell’accordo con il DUP, il Primo Ministro May ha dichiarato che è intenzione del Governo rispettare gli Accordi del Venerdì Santo e tutti i successivi, nell’interesse di tutte le parti in campo e di tutta la popolazione dell’Irlanda del Nord.
Per il momento sono arrivate le reazione da un’altra parte del Regno: dal Galles, per l’esattezza. Il Primo Ministro locale, Carwyn Jones (laburista), ha definito oltraggioso l’accordo con il DUP: l’accordo prevede il dirottamento in Irlanda del Nord di un miliardo di sterline in cambio dell’appoggio politico al Governo di Londra. L’idea che un Primo Ministro in difficoltà possa comperare la propria sopravvivenza politica utilizzando soldi pubblici che dovrebbero essere spesi per l’intera Gran Bretagna è, secondo Jones, qualcosa di inammissibile. Parole simili sono state espresse dal segretario dei laburisti, Jeremy Corbyn.
I conservatori, per il momento, hanno espresso soddisfazione per l’accordo che, secondo loro, dovrebbe garantire la governabilità interna e la stabilità necessaria per negoziare la Brexit con Bruxelles. Su questo fronte, il Segretario per la Brexit, David Davis, aveva dichiarato che sarebbe intenzione di Londra concedere a tutti i cittadini dell’Unione Europea residenti in Gran Bretagna la totalità dei diritti civili, ad eccezione di quello di voto, a condizione che ai cittadini britannici residenti in UE siano garantite le stesse condizioni. Poco più tardi, parlando di fronte alla Camera dei Comuni, Theresa May ha confermato questo intento.
La reazione di Bruxelles, per ora, è stata piuttosto fredda: il capo deli negoziatori sulla Brexit, Michel Barnier, ha chiesto al Governo inglese maggiore chiarezza sulla questione.

In Germania, a Dortmund, si è tenuto il congresso del Sozialdemokratische Partei Deutschlands (Partito Socialdemocratico di Germania, SPD).
Dopo le tre sconfitte nelle amministrative, il candidato socialdemocratico alla Cancelleria, Martin Schulz, tenta di rovesciare la situazione che vede il suo partito in forte crisi di consensi. Nel suo intervento, durato circa ottanta minuti, ha attaccato direttamente il Governo in carica, il Cancelliere Angela Merkel ed il suo partito, la Christlich Demokratische Union Deutschlands (Unione Cristiano Democratica di Germania, CDU). Secondo Schulz, la strategia politica della CDU sarebbe fondamentalmente quella di non dire mai nulla di chiaro su nessun argomento e sfruttare semplicemente il grande gradimento popolare che la Merkel ha guadagnato negli anni. Al contrario, il programma politico della SPD è stato sviluppato negli ultimi due anni ed è chiaro: un punto fondamentale è l’Europa. Schulz ha dichiarato di volere una Germania Europea e non un’Europa germanizzata: è evidente l’attacco alle politiche egoiste dei Governi Merkel che, se nel breve periodo hanno garantito minori effetti della crisi sul Paese, nel lungo termine sono privi di un piano chiaro. L’altro bersaglio dell’attacco di Schulz è stato il movimento populista Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, AfD), definito una versione ripulita dei neo-nazisti del Nazionaldemokratische Partei Deutschlands (Partito Nazionaldemocratico di Germania, NPD) ed una minaccia allo Stato di Diritto.
Prima di Schulz era intervenuto l’ex-cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha ricordato come, in occasione della sua vittoria nel 2005, la SPD fu in grado di recuperare venti punti percentuali in poche settimane: vincere è ancora possibile.
Si voterà il 24 settembre.

Oggi si è svolto l’incontro tra il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, e il Presidente ucraino, Petro Porošenko. Dopo l’incontro, Macron ha dichiarato che la Francia non riconosce la legittimità dell’annessione della Crimea alla Russia; Porošenko si è detto molto più ottimista a seguito del colloquio con il nuovo Presidente francese.

In Romania è stato trovato l’accordo sul nuovo Primo Ministro: sarà il socialdemocratico Mihai Tudose, già Ministro delle Finanze del Governo che vede alleati socialdemocratici e liberali.

In Albania si sta svolgendo lo scrutinio dei voti per le elezioni politiche. Appare certa la riconferma a Primo Ministro del socialista Edi Rama che avrebbe guadagnato la maggioranza assoluta con circa 75 seggi in Parlamento su 140. in crescita rispetto alla precedente legislatura, Rama ha sconfitto il suo principale avversario Lulzim Basha, candidato di centro-destra.

In Turchia, ad Istanbul, si è svolta la marcia per i diritti degli omosessuali.
Il Governo di Recep Tayyir Erdoğan aveva ritirato il permesso allo svolgimento della manifestazione con la scusa di possibili attacchi da parte di gruppi di estrema destra. Le organizzazioni promotrici dell’evento, però, non hanno accettato l’imposizione governativa. Le Forze dell’Ordine hanno caricato i manifestanti utilizzando anche idranti e proiettili di gomma: si sono contati molti feriti ed arrestati (in seguito rilasciati). È il terzo anno consecutivo che le manifestazioni dell’orgoglio omosessuale in Turchia vengono represse con la violenza. Solidarietà è stata espressa dai rappresentanti dell’Unione Europea, primi tra tutti i Paesi Bassi che hanno esposto una bandiera arcobaleno sulla facciata della propria ambasciata.

Isolato dall’embargo imposto da una coalizione di quattro Stati vicini (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrein), il Qatar cerca di rafforzare l’asse con l’Iran. Oggi, l’Emiro Shaik Tamim bin Hamad al-Thani ha sentito al telefono il Presidente iraniano, Hassan Rohani. Dopo aver respinto l’ultimatum dettato dai suoi avversari, il Qatar non può che rafforzare l’asse con Teheran, storicamente nemica di Riad, e per farlo ha scelto la data simbolica della fine del Ramadan.

Negli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump è alle prese con la sua riforma sanitaria: passata per pochi voti alla Camera, dove i repubblicani hanno una larga maggioranza, la votazione al Senato sembra poter essere più a rischio, tanto che alcuni Senatori repubblicani vorrebbero rinviare.
Intanto, in attesa che su di esso si pronunci la Corte Suprema, rientrano in vigore alcune parti del provvedimento che metteva al bando i cittadini provenienti da diversi Paesi mussulmani: una piccola (e temporanea vittoria) per il Presidente che deve affrontare anche le insidie del cosiddetto caso Russiagate. Mentre Mosca fa rientrare il loro ambasciatore, Sergeij Kisljak, Trump tenta di contrattaccare accusando il suo predecessore, Barak Obama, di aver ostacolato la giustizia non avendo fatto nulla quando fu informato dalla CIA dei tentativi russi di influenzare l’esito delle elezioni: secondo Trump, il silenzio di Obama sarebbe dovuto alla convinzione della vittoria del candidato democratico, Hillary Clinton e al proposito di non agitare le acque. Dopo aver negato più volte che ci fossero stati tentativi di influenzare il voto USA da parte dei russi, Trump sembra cambiare strategia e tentare di rivolgere le armi dei propri nemici contro loro stessi.
Per ora non ci sono state reazioni da parte di Obama.

In Cina è stato liberato il dissidente Liu Xiaobo, già Premio Nobel per la Pace. La decisione delle autorità di Pechino è dovuta alle condizioni di salute di Xiaobo: malato di tumore al fegato in fase terminale, il dissidente potrà ricevere le cure più adeguate e le visite dei propri familiari.
Gli occhi di Pechino, però, oggi sono anche puntati sulla Mongolia.
Il Paese si prepara ad andare al voto per eleggere il Presidente che dovrà affrontare la forte crisi derivata dall’abbassamento dei prezzi dei minerali, la cui esportazione rappresenta il centro dell’economia del Paese. Per far fronte alla crisi il Governo in carica ha negoziato una serie di aiuti da parte della Cina che ora è ovviamente interessata a sapere con chi dovrà relazionarsi dopo le elezioni.
A sfidarsi sono il popolare Enkhbold Miyegombo, il democratico Battulga Khaltmaa e il rivoluzionario Gambaatar Sainkhuu. Il Governo in carica è in mano ai popolari.

In Iraq, prosegue la battaglia di Mosul. Oramai accerchiati i miliziani dell’autoproclamato califfato islamico hanno tentato una controffensiva disperata nel tentativo di aprirsi un varco per riprendere alcuni quartieri recentemente conquistati dall’Esercito iracheno. Per farlo hanno fatto ricorso a numerosi attacchi suicidi ma, grazie al supporto aereo, le forze governative sono riuscite a respingere l’attacco islamista.
Deash perde terreno anche in Siria, dove la coalizione curdo-araba, sostenuta dagli USA, ha conquistato un altro quartiere di Raqqa, un tempo roccaforte del califfato. Nella parte meridionale del Paese, invece, si sono avuti violenti scontri tra le truppe del Governo di Damasco e i gruppi facenti capo all’opposizione contro il Presidente Bashar al-Assad. Per tentare di trovare una soluzione alla crisi siriana, l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, parteciperà ai prossimi colloqui di Astana.
Attacchi islamisti anche in Afghanistan dove, nella regione di Herat, gruppi di talebani hanno attaccato l’importante diga di Salma: si contano almeno dieci morti.
Anche in Nigeria si contano delle vittime: otto soldati del Ciad sarebbero morti in scontri a fuoco contro la formazione islamista Boko Haram.
In Mali, invece, è stato rilasciato il cittadino svedese Johan Gustafsson, rapito da al-Qaeda nel 2011

In Brasile, l’ex-Ministro delle Finanze dei Governi Lula e Rousseff, Antonio Palocci, è stato condannato in prima grado a dodici anni di reclusione per corruzione e riciclaggio.
Il Paese è in grave crisi ormai da molto tempo e non sembra trovare la propria direzione: nonostante le inchieste che lo hanno colpito, l’ex-Presidente Luiz Ingnazio Lula da Silva, oggi risulta favorito nei sondaggi per le elezioni del 2018. I partiti liberisti che hanno governato dopo di lui e della sua erede politica Dilma Rousseff non sono stati in grado di offrire soluzioni verosimili ai gravi problemi che affliggono il Paese.

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