lunedì, Luglio 22

Gaza: Hamas resiste tra le proteste ed un’economia al collasso La crisi della Striscia di Gaza è dovuta a più cause e la gestione del gruppo islamico è solo una di queste, ne parliamo con Andrea Dessì

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Negli ultimi giorni le strade delle città della Striscia di Gaza si sono riempite di manifestanti che hanno protestato contro la grave situazione economica in cui versa la regione e contro la gestione di Hamas, il gruppo -ritenuto di stampo terroristico dalle potenze occidentali- che governa la regione.

Giovedì scorso, infatti, centinaia di palestinesi, riunitisi sotto lo slogan ‘We Want to Live’, hanno dato via alle proteste contro laumento delle tasse da parte di Hamas ed il crescente costo della vita nella Striscia di Gaza.  Le manifestazioni sono iniziate nelle città di Deir al-Balah e Khan Yunis per poi espandersi in tutta la regione e alcune fonti riferiscono che un uomo palestinese di 32 anni si sia dato fuoco durante le contestazioni.
Alle proteste, però, è seguita una dura repressione da parte delle forze di Polizia di Hamas. Inizialmente le forze di sicurezza hanno disperso i manifestanti e sparato proiettili in aria. Successivamente, hanno iniziato a picchiare le persone e imprigionare alcuni attivisti. Secondo quanto appreso dall’agenzia stampa ‘Associated Press’, che riporta la testimonianza di Tahseen Astal, membro del Sindacato dei giornalisti di Gaza, le forze di Polizia di Hamas avrebbero aggredito dozzine di giornalisti palestinesi locali dopo aver fatto irruzione nelle loro case.

Le manifestazioni sono state organizzate da movimenti giovanili e da diversi gruppi palestinesi che da circa un mese si stanno organizzando tramite un gruppo Facebook.

Gli obiettivi che il movimento si pone attraverso le proteste sono: la creazione di un ufficio del lavoro che protegga i diritti dei lavoratori dallo sfruttamento; il controllo del lavoro del settore privato; la sospensione di tutte le tasse che gravano sui cittadini.

Il movimento giovanile ha ricevuto il sostegno di varie fazioni palestinesi attive nella Striscia di Gaza, le quali, sabato scorso, si sono riunite in un incontro convocato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (PFLP).
Il sito palestinese ‘Al Saha News’ ha riportato la dichiarazione ufficiale scaturita da questo vertice. Affermando l’assoluto rispetto per i diritti e le libertà individuali e la  condanna di tutte le forme di repressioneil «ritiro delle forze di sicurezza e uomini armati dalle strade e piazze pubbliche e la liberazione di tutti i detenuti», hanno ribadito come questa «disastrosa crisi» sia stata «causata dall’occupazione, dall’assedio e dalla divisione dei prigionieri palestinesi».

Nel giugno del 2007, infatti, Israele ed Egitto hanno imposto un blocco lungo le vie d’entrata della Striscia di Gaza volto a danneggiare leconomia della regione e ad impedire che Hamas possa rifornirsi di armi. Tale blocco è stato varato dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 2006 e la conseguente nascita del Governo Palestinese di unità nazionale, formato insieme ad al-Fatah, che ebbe vita breve. Le potenze occidentali, però, non accettando il fatto che un gruppo terroristico potesse aver preso la guida del Parlamento palestinese, sospesero gli aiuti economici vero l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). A questo punto, dopo vari contrasti con al-Fatah, gli esponenti di Hamas misero in pratica un ‘golpe’ e si impossessarono della Striscia di Gaza: evento da cui appunto scaturì l’embargo israelo-egiziano.

Per porre un freno alla crisi economica, Israele, qualche mese fa, ha accettato di allentare il blocco acconsentendo – seppur con qualche remora – ad un trasferimento di 90 milioni di dollari da parte del Qatar alla popolazione di Gaza. Una cifra che, però, non è sufficiente a porre fine alla grave situazione in cui versa la regione.

Oltre ai blocchi israeliani ed egiziani, a pesare sulla situazione economica cui versa la popolazione della Striscia di Gaza, vi è anche lalta conflittualità che contraddistingue il rapporto tra Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) stanziata in Cisgiordania e guidata dal leader di al-Fatah, Mahmūd Abbās (o Abū Māzen).
Oltre che sulla questione del dominio su Gaza, la tensione tra i due gruppi deriva dalla preminenza del gruppo di Abū Māzen all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’organizzazione politica ritenuta la legittima rappresentante del popolo palestinese: una tensione politica che ha portato anche ad abusi perpetuati da entrambi le parti contro i rivali.

Contemporaneamente alle proteste all’interno di Gaza, Hamas ha ripreso la guerra contro Israele lanciando dei missili verso Tel Aviv, che ha risposto bombardano alcuni siti terroristici del gruppo palestinese: un conflitto di 12 ore concluso grazie alle mediazione egiziana. Secondo il think tank israeliano, Besa Center, si tratta di una politica del rischio calcolato (‘brinkmanship’) da parte di Hamas che vuole far pressione su Israele affinché allenti le restrizioni del blocco così da poter far fronte alla crisi economica che attanaglia la Striscia di Gaza.

Intanto, non si sono fatte attendere le prime reazioni internazionali. L’inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, dicendosi allarmato per il «brutale pestaggio», ha condannato i governanti di Gaza per aver violentemente represso le proteste popolari degli ultimi giorni.

Per comprendere meglio le ragioni della crisi socio-economica che ha investito Gaza e le strategie ed il futuro di Hamas, abbiamo contattato Andrea Dessì, responsabile di ricerca nell’ambito del programma Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI (Istituto Affari Internazionali).

 

Che tipo crisi economico-finanziaria che sta vivendo Gaza?

Sono ormai anni che a Gaza la situazione economica e umanitaria peggiora di giorno in giorno. Stiamo parlando di una striscia di territorio altamente popolata, uno dei posti con più alta densità al mondo, con una disoccupazione giovanile del 70% ed un’economia completamente al collasso. Ci sono problemi di elettricità e gli ospedali funzionano a stento. È una delle crisi umanitarie più drammatiche del pianeta, anche perché non è una situazione in cui c’è una guerra in atto o un conflitto acceso 24 ore su 24: è un disastro umanitario derivante da una serie di politiche messe in atto da Israele ed anche dall’Egitto, i quali hanno messo sotto assedio Gaza ormai dal 2007.

Da dove deriva questa crisi? È solamente un esito dei blocchi o anche incapacità di gestione da parte di Hamas? E quanto incide nella situazione la contrapposizione tra Hamas e Fatah?

La situazione economica di Gaza deriva, prima di tutto, dal blocco israeliano ed egiziano. Dopo di che ci sono senz’altro molti aspetti problematici della governance di Hamas della Striscia di Gaza. È anche molto importante parlare della divisione tra Gaza e Cisgiordania, quindi tra Hamas e Fatah. Ci sono state, negli ultimi mesi, una serie di azioni punitive da parte di Mahmūd Abbās contro Gaza, a partire dalla decisione di non pagare più i salari a tutta una serie di operatori statali che si trovano ancora a Gaza o una diminuzione dell’approvvigionamento del gasolio. Quindi, la situazione è molto complessa, i colpevoli sono da tutte le parti, ma l’aspetto principale e strutturale che non permette a Gaza di arrivare al suo potenziale economico è quello del conflitto israelo-palestinese e del blocco totale della Striscia di Gaza

Quanto incide il livello di corruzione delle élite di Hamas?

Sicuramente l’aspetto della corruzione, se parliamo delle proteste di Gaza dell’ultima settimana, sono dirette contro le élite in generale, a prescindere da Hamas o Fatah. L’aspetto della crisi economica e sociale di Gaza, chiaramente, ha poi un risvolto sulle disuguaglianze tra élite e popolazione normale. Non vi è alcun dubbio che gli esponenti alti di Hamas vivano molto meglio della popolazione di Gaza, così come gli esponenti delle élite di Fatah vivono molto meglio  della popolazione della Cisgiordania. La corruzione del mondo arabo, nella regione mediorientale, purtroppo, è un aspetto endemico e si trova in tutte le realtà. A Gaza vi è una realtà anormale perché c’è questo blocco militare ed economico sulla Striscia che dura ormai dal 2007 e crea un malcontento popolare molto più radicato che, adesso, per la prima volta da un po’ di tempo, sta prendendo di mira gli esponenti di Hamas, che sono, alla fine, i governatori della regione. Il fatto che ci siano queste proteste ora, che si stiamo avvicinando all’anniversario di un anno delle proteste della grande Marcia del Ritorno di Gaza, in cui hanno perso la vita più di 200 civili palestinesi, vuol dire che stiamo arrivando ad un punto di ‘svolta’. Non una svolta che porti a risolvere questo conflitto, ma una svolta nel senso che le cose potrebbero peggiorare ancora. Si stanno creando delle aspettative per le elezioni israeliane di aprile e si vede che non ci sono orizzonti politici che possano portare un lume di speranza alla popolazione. Quindi, diciamo che il malcontento si sta spargendo e va a colpire  tutti i possibili bersagli.

Può essere la vicenda della protesta una strategia della pressione da parte di Hamas per costringere Israele e la comunità internazionale ad allentare i blocchi economici?

Se parliamo delle proteste di ‘Vogliamo Vivere’ non credo che sia una mossa strategica di Hamas poiché non le sta alimentando, ma sta reagendo a queste manifestazioni. Se parliamo delle proteste al confine, innanzitutto, l’iniziativa è nata da un gruppo di ong palestinesi, così come le proteste di questa settimana contro Hamas. Hamas si è poi impadronita delle proteste sul confine per dimostrare che qualcosa continua a fare. Nel senso che nella resistenza armata non lanciano più i razzi come prima, ma continuano a sostenere ed aizzare le proteste popolari al confine. Queste non hanno portato a nessuno risvolto politico o ad una vittoria economica, ma hanno portato un minimo di attenzione internazionale, però, considerando il numero di vittime e di giorni che sono passati, l’attenzione mediatica è stata abbastanza bassa. L’azione strategica, semmai, è quella di Israele – e un po’ meno di Fatah e Abū Māzen – cioè di portare la popolazione di Gaza al limite del collasso così da sperare che possano svilupparsi queste proteste contro Hamas, che potrebbero poi consentire un ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza. Tutto questo mi sembra molto irrealistico, non solo perché Hamas è ormai in controllo di Gaza da tantissimi anni, ma anche perché l’influenza di Abū Māzen e dell’Autorità Palestinese nella striscia Gaza è abbastanza limitata. Vi è anche un altro rischio: la possibilità che nel caso dovesse soccombere Hamas, potrebbe venir fuori qualcuno ancora peggiore. Questa è la cosa che preoccupa maggiormente gli israeliani ed è per questo motivo che loro hanno una politica – rilasciata anche dai documenti di WikiLeaks del 2009 – in cui la loro strategia è quella di mantenere Gaza ad un passo dal collasso ma non farla collassare completamente, in quanto questo implicherebbe più rischi per Israele. Per quanto riguarda Hamas, loro sono sotto pressione da tutte le parti, sia dal mondo arabo che da Israele che dall’ANP, e stanno provando a non far affondare del tutto la nave, cercando qualche spiraglio per poter continuare a controllare Gaza e, allo stesso tempo, avvicinarsi all’Egitto e cercando una specie di riconciliazione con Fatah e Abū Māzen in Cisgiordania. Tutto questo, però, è messo in standby per via delle elezioni israeliane e c’è un rischio, in questo contesto, che Hamas stia giocando col fuoco perché sotto elezioni è possibile che la reazione militare israeliana sia molto più grande di quanto non lo sia ad urne chiuse.

Che fine hanno fatto gli aiuti finanziari del Qatar? Sono mai entrati nel Paese?

Per un periodo erano stati bloccati. Appena dopo l’ok per la continuazione del processo contro Netanyahu, per via di un’escalation che c’era poi stata, Israele aveva bloccato l’invio di questi aiuti del Qatar. Per quanto mi risulta, questi aiuti continuano ad arrivare, ma senza grande pubblicità e fotografie di valigie che attraversano confini. I soldi continuano ad arrivare anche perché sono un beneficio per tutti quanti: consentono ad Hamas di non affondare del tutto; ad Israele di non avere uno Stato completamente fallito ed una guerra civile sul proprio confine; a Fatah perché possono nascondersi dietro questi soldi del Qatar e dire che, anche se loro hanno messo delle sanzioni economiche contro Hamas, non stanno toccando la popolazione; all’Egitto perché continuano a stabilizzare la zona. Questi soldi, però, sono una goccia in mezzo al mare e non risolvono niente.

Di quali altri aiuti gode Hamas?

Forse dalla Turchia, qualcosa di molto più segreto dall’Iran. Ma Hamas, che comunque rimane un’organizzazione terroristica, non può ricevere fondi da organizzazioni internazionali. Ci sono sul territorio le organizzazioni delle Nazioni Unite che ricevono fondi da tutti gli Stati membri e questi soldi vengono usati per lo sviluppo economico e le infrastrutture, ma non vanno nelle casse di Hamas.

Queste manifestazioni potrebbero mettere in crisi Hamas? Se sì, quali sono gli scenari futuri?

Adesso è una settimana che vanno avanti queste proteste che sono state duramente represse da Hamas in varie zone di Gaza. Queste manifestazioni sono, comunque, apolitiche, nel senso che gli organizzatori hanno detto chiaro e tondo che non hanno obiettivi politici, ma vogliono solo mettere l’accento sui loro diritti. Credo sia improbabile che queste proteste riescano a mettere in crisi Hamas. Diciamo che se Hamas non è andata in crisi con tutti i conflitti che ci sono stati e tutte le situazione in vigore al momento, è difficile pensare che queste manifestazioni possano avere effetti. Detto questo, se continuano ad ampliarsi ad aumentare di numero, anche se è difficile immaginarlo al momento, potrebbero causare dei problemi interni ad Hamas. Il problema è che c’è una mancanza di una reale opposizione a Gaza e, in generale, in Palestina. Quindi, se l’alternativa ad Hamas è un ritorno dell’ANP non credo che ciò aiuterebbe la popolazione di Gaza. Bisognerebbe sentire e fare un raggruppamento di queste nuove organizzazioni studentesche, o ong, che sono proprio le grassroots di Gaza, ma anche della Cisgiordania: è da lì che deve nascere una nuova leadership o un movimento popolare palestinese che possa portare dei cambiamenti di strategia nazionale, di rapporti col mondo esterno, col mondo arabo e con Israele. È, purtroppo, un processo molto lungo e molto difficile da svilupparsi.  Non credo, però, che siamo di fronte al collasso di Hamas.

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