venerdì, Febbraio 28

Gaza: dollari, missili e operazioni coperte L’accordo che vedeva protagoniste Gerusalemme e Doha aveva suscitato parecchie polemiche nella Striscia

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Ci sono pochi dettagli credibili su quanto è accaduto domenica sera, intorno alle 9.30, nelle vicinanze di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Sappiamo che in uno scontro a fuoco hanno perso la vita un tenente colonnello dell’esercito israeliano, infiltrato in territorio nemico con altri soldati delle forze speciali, e sette militanti dell’organizzazione islamica palestinese.

È questo l’episodio controverso che ha scatenato l’escalation di attacchi tra Israele e Gaza lunedì pomeriggio, una serie di violente rappresaglie che si sono protratte fino a oggi. Oltre 400 i missili lanciati da Hamas e Jihad Islamica contro il sud d’Israele, decine le operazioni dell’aviazione israeliana nella Striscia. Sono morti altri sette palestinesi e un uomo in Israele. Quest’ultimo, ironia della sorte, non sarebbe israeliano, ma un palestinese di Hebron.

Sullo scontro di domenica sera a Khan Younis inizialmente era calato il silenzio. Le autorità israeliane e quelle di Hamas per una volta si erano trovate d’accordo: entrambe avevano chiesto a giornalisti e alla popolazione di mantenere il massimo riserbo.  In Israele il nome dell’ufficiale ucciso e le circostanze della sua morte sono tutt’ora coperti dal segreto. L’unica ragione plausibile è che il silenzio servisse a proteggere una rete di infiltrati che in quelle ore era ancora attiva e che il fallimento dell’operazione a Gaza, evidentemente scoperta da Hamas, rischiava di mettere in pericolo.

Ma il segreto è durato poco. Nel giro di qualche ora le indiscrezioni sui social rivelavano nome e etnia dell’ucciso: un druso israeliano di lingua araba, perfetto per infiltrarsi in territorio nemico.

Hamas, nel frattempo, sfruttando il silenzio d’Israele, dosava le prime notizie con il contagocce e a suo favore. Il braccio armato dell’organizzazione, le Brigate Al Qassam, in un comunicato parlava di una macchina con uomini delle forze speciali israeliane vestiti da civili: erano penetrati nella Striscia a tre chilometri a est di Khan Younis. Il veicolo, secondo il racconto, avrebbe attirato i sospetti perché si sarebbe fermato nei pressi della casa di uno dei comandanti locali di Hamas, Nur Baraka, poi rimasto ucciso nello scontro a fuoco insieme a tre palestinesi. Altri tre ne sarebbero morti subito dopo nel corso delle operazioni dell’aviazione israeliana per esfiltrare i propri soldati in fuga.

Secondo la radio israeliana Kan, a far saltare la copertura delle forze israeliane a Gaza sarebbe stato un problema tecnico non meglio precisato. In ogni caso, quello che rende più controversa questa operazione non sono i dettagli di quanto accaduto, ma la tempistica. Poche ore prima, venerdì, dopo una faticosa mediazione condotta per vie diplomatiche tra Egitto, Qatar e il rappresentante dell’Onu Nickolay Mladenov, Israele e Hamas avevano raggiunto un fragile accordo. Nella Striscia di Gaza, ormai al collasso economico, erano entrati 15 milioni di dollari, trasportati in tre valigie e generosamente offerti dal Qatar. Un aiuto provvidenziale che dovrà servire a pagare gli stipendi arretrati degli impiegati governativi della Striscia.

Nelle settimane precedenti a Gaza erano arrivati anche la benzina diesel per far funzionare gli impianti elettrici: a pagare il prezioso combustibile non era certo stata l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah, ma, ancora una volta il Qatar.

L’accordo che vedeva protagoniste Gerusalemme e Doha aveva suscitato parecchie polemiche nella Striscia. Se faceva comodo ad Hamas, che governa l’enclave, non piaceva ad altre fazioni ostili alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi. Lanci di pietre avevano accolto l’auto dell’inviato del Qatar, Mohammd al-Emadi, che venerdì aveva accompagnato le valige cariche di milioni di dollari. A guidare la protesta erano stati uomini del Fplp, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il terzo movimento palestinese dopo Fatah e Hamas, ancora oggi parte dell’Olp di Abu Mazen. L’uomo che più di tutti vuole che il governo di Hamas a Gaza crolli sotto la pressione economica.

Prima che i 15 milioni di dollari potessero entrare nella Striscia, il presidente israeliano Benjamin Netanyahu era stato accolto in un altro paese arabo, l’Oman, noto per il suo ruolo di mediatore con l’Iran, altro prezioso riferimento internazionale di Hamas insieme al Qatar. Sembrava che tutti fossero sul tavolo dell’accordo e che le cose filassero per il verso giusto.

L’operazione d’intelligence da condurre nella Striscia doveva essere d’importanza enorme per rischiare di mandare a monte un lavoro diplomatico così delicato, proprio all’indomani di una concessione, quella delle tre valigie di dollari a Gaza, che sul piano politico in Israele aveva suscitato un vespaio.

Quando abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti israeliani di terrorismo di spiegarci come mettere insieme la storia dei 15 milioni di dollari con l’operazione d’intelligence scattata poche ore dopo, la tipica ironia locale, condita con un pizzico di cinismo, non si è fatta attendere. “Perché proprio adesso? Forse si è valutato che a Gaza sarebbero stati meno vigili e fin troppo contenti per il denaro appena ricevuto”.

Un denaro che in parte è già andato in fumo per pagare i componenti dei 400 missili lanciati contro Israele. Se cibo e medicine non entrano nella Striscia, per le armi c’è sempre spazio di manovra.

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