lunedì, Settembre 21

Garibaldi, generale e politico

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Con la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno dItalia. Era il 17 marzo 1861, una data storica. Ma tante altre sarebbero le date da ricordare, perché per arrivare all’unificazione il cammino fu lungo e tortuoso. Un contributo decisivo in merito fu dato da Giuseppe Garibaldi, il generale che al comando di poco più di mille uomini, per lo più volontari, attraversò il Tirreno e andò alla conquista del Regno delle due Sicilie, risalendo poi lo stivale via terra. Era il 5 maggio 1860, esattamente 155 anni fa.
Nonostante le ferventi idee repubblicane, il nizzardo si era ormai convinto che l’unificazione nazionale sarebbe stata possibile soltanto tramite un intervento concreto del Regno di Sardegna. Lo stesso Giuseppe Mazzini condivideva l’idea: parteggiare per Repubblica o Monarchia non era più una priorità al cospetto dell’esigenza di formare lItalia. Garibaldi, già da anni in contatto col Re, accettò quindi di salpare da Quarto, sobborgo di Genova, con pochi e mal armati uomini, persino senza l’ufficialità dell’appoggio piemontese, che temeva negative ripercussioni nei rapporti con le altre potenze europee, Francia in primis. Cavour inoltre temeva il potenziale rivoluzionario del Generale e scelse così un atteggiamento attendista, pronto ad approfittare dei favorevoli sviluppi quando l’esito positivo della spedizione sarebbe stato ormai palese, uscendo finalmente allo scoperto con la scusa di voler garantire l’ordine pubblico.
Da un siffatto contesto storico appare palese il valore, l’arditezza e lo stoicismo dei protagonisti della Spedizione dei Mille, in primis Garibaldi, dai più considerato il più grande eroe nazionale, anche se, come avremo modo di analizzare, il suo genio non si limitava alle capacità militaresche ma si sviluppava anzi in una lungimirante strategia politica, riformista e liberista, ma sempre affrancata da quelle manie di potere tipiche di tanti altri personaggi storici. D’altronde il suo carisma era quasi trascinante, come dimostra l’importantissimo contributo della rappresentanza popolare nel processo di costituzione dello Stato unitario. Non erano il disagio e la sofferenza a muovere questi spiriti, quanto piuttosto l’ideale unitario e la personalità stessa di Garibaldi, come ci conferma e dettaglia il dottor Roberto Spocci, ex direttore dell’archivio comunale di Parma, già professore di Archivistica presso la Facoltà di Lettere dell’Università del centro emiliano, nonché studioso ed esperto di Giuseppe Garibaldi: “Fu Giuseppe Mazzini il primo a fare una grande propaganda dell’attività di Garibaldi, che prima ancora di distinguersi come generale in Italia era già diventato un personaggio tra i democratici che lottavano per conquistare l’unità. Con la difesa della Repubblica Romana e la sconfitta inflitta ai borbonici a Velletri diventò una figura leggendaria, tant’è che già negli anni Cinquanta venne raffigurato in una serie di incisioni popolari come il Cristo, il Nazareno dalle rosse chiome, addirittura con le stimmate, in un’immagine del Museo centrale del Risorgimento. È la figura che riesce a catalizzare intorno a sé le speranze dei democratici dell’epoca. E il modello è sempre quello di Cincinnato, che è un modello che funziona sempre, perché rappresenta l’uomo che fa le cose e che poi umilmente torna a lavorare a casa sua, a fare le sue cose, a fare il contadino. Un mito molto forte nell’Ottocento”.
Nel lungo curriculum Spocci vanta anche la cura del volume di memorie, corredato da uno scrupoloso apparato critico, del giornalista, garibaldino e infine politico Luigi Musini, in cui vengono citati anche personaggi poco noti, protagonisti dell’epopea risorgimentale. “Mi sono accorto che ci sono tantissimi nomi sconosciuti, perché gli elenchi noti erano quelli di chi chiedeva riconoscimenti, quali ad esempio pensioni o prebende. In realtà ci furono tantissime persone che combatterono per l’unità e poi rientrarono nell’ombra senza chiedere nulla. Vorrei citare due nomi. Uno è Angelo Balestrieri, un volontario garibaldino che poi si ritirerà in un piccolo paese del parmense, svolgendo dapprima il ruolo di segretario comunale e poi quello di sindaco. Investì più del 50% del bilancio comunale per l’istruzione, perché considerava la conoscenza come una forma di emancipazione. La seconda persona che vorrei ricordare del libro di Musini è una donna, che iniziò il suo apprendistato politico giovanissima e intervenne all’inaugurazione di uno dei primi monumenti dedicati a Garibaldi, a Fidenza: Argentina Bonetti Altobelli, segretaria della Federazione dei Lavoratori della Terra. Partecipò alla conferenza mondiale delle donne nei primi del ‘900 in Olanda e fu un personaggio straordinario per la storia del movimento, propugnando la libera organizzazione dei lavoratori e dei datori di lavoro”. Ma c’è anche un terzo uomo che lo studioso cita volentieri, un personaggio che visse a stretto contatto con Garibaldi: “Il dottor Timoteo Riboli, medico e scienziato. Faceva congressi in cui si parlava anche, e favorevolmente, dell’unità d’Italia; era insomma un modo diverso, bizzarro ma utile, per far circolare l’idea. Divenne poi amico e dottore di Garibaldi e lo seguì in tutte le campagne. Insieme al nizzardo nei primi anni Settanta fondò anche la Società per la Protezione degli Animali, poi denominata Ente Nazionale Protezioni Animali. Parlava diverse lingue ed era in contatto con tutta l’Europa. Aveva quindi una conoscenza della situazione internazionale di parte democratica non indifferente”.
E a questi nomi se ne potrebbero aggiungere tanti altri, perché se è vero che la Spedizione che si imbarcò a Quarto era formata da poco più di mille persone, i volontari che si aggregarono ad essi durante la risalita dello stivale furono tantissimi. Il commento di Spoccia: “In totale potremmo parlare di un esercito di quasi 50mila volontari. Una situazione che oggi sembra quasi irrealistica: uomini che andavano in battaglia e in cambio non chiedevano niente. Non si trattava degli artigiani delle città, come si pensava inizialmente, ma di persone che arrivavano dalle campagne e dai paesi, anche dalle montagne, prevalentemente contadini, senza legami familiari, braccianti. D’altronde anche nella Spedizione dei Mille da Quarto si imbarcò molta gente che non aveva legami familiari. Le campagne nel Risorgimento si facevano durante il periodo del raccolto, e i contadini siciliani che si unirono a Garibaldi ne sono una testimonianza. Anche se poi alla fine ai volontari rimasero come sempre le briciole, perché i piemontesi lasciarono che le terre conquistate finissero in mano ai soliti notabili. E come se non bastasse vennero anche vendute le terre comuni, dove il popolo andava a procurare la legna o portava gli animali al pascolo”.
I reali insomma non si preoccuparono affatto delle esigenze e delle necessità della nuova popolazione, a differenza di Garibaldi. A dispetto del soprannome, ‘l’eroe dei due mondi’ spingeva per labolizione degli eserciti permanenti e tifava per ununità europea che limitasse il pericolo di guerre. Il nizzardo quindi svolse anche, anzi forse soprattutto, un’importante azione politica. In merito Spocci non ha dubbi: “Riuscì a fare di un esercito molto scalcinato e poco armato una massa fortemente compatta, manovrando le sue truppe con un’intelligenza nettamente superiore a quella degli avversari. Era inoltre molto bravo a catalizzare gli uomini, che quando finivano le munizioni andavano alla baionetta. E non è un caso che nei momenti cruciali fosse sempre presente sul campo: un generale che stava davanti, non dietro, nascosto, nelle retrovie. A Volturno ad esempio sconfisse con poco più di 20mila uomini un esercito di 60mila professionisti utilizzando una delle tecniche per quel tempo più avanzate come il combattimento in catena: a coppie e tutti sparpagliati. Tuttavia Giuseppe Garibaldi fece tanto anche sul piano politico. In Sicilia abolì le tasse sul sale e i dazi doganali, che andavano pagati anche negli scambi tra Calabria e Sicilia, all’interno dello stesso Regno. Anche a Napoli abolì le tasse del sale e inventò la riforma carceraria, ispirandosi a Cesare Beccaria, separando i condannati giudicati da quelli in attesa di giudizio. Inoltre eliminò la carcerazione per debiti, inventò i sussidi di disoccupazione e costruì gli asili per i ragazzi, uno per ogni quartiere. Infine, dopo la battaglia di Volturno, scrisse ai Principi delle case regnanti d’Europa il famoso Memorandum, esortandoli all’unità europea. La sua idea di Europa era di tipo federalista: i capitali risparmiati con la smobilitazione degli eserciti e delle flotte di guerra sarebbero potuti essere destinati a opere pubbliche e spese sociali, con la scuola come priorità. Listruzione come forma di liberazione, un concetto poi ripreso dall’articolo 3 della Costituzione”. Un ordinamento politico federalista era d’altronde un auspicio dell’Eroe anche per quanto riguarda l’Italia stessa. Prosegue Spocci: “L’idea federalista di Garibaldi è quella che poi riprende anche Lussu nel Partito Sardo d’Azione: allinterno di uno Stato unitario dovevano rimanere le pecularità regionali. Il filo conduttore di uno Stato unitario non è il federalismo bieco dove ognuno fa quel che vuole, bensì quelle specificità locali che contribuiscano a governare meglio. Lo stesso Musini riprese un discorso di Garibaldi quando disse una cosa che ancor oggi spesso dimentichiamo: dobbiamo educare il popolo al governo della cosa pubblica. È questa l’idea: evitare, attraverso una serie di forme associative, di delegare le responsabilità ad altri. Per dirla ancora con Musini: per un’Italia di liberi, di felici e di uguali”.
E a conferma dei tentativi di Garibaldi di ridurre le guerre e promuovere la pace e la libertà dei popoli, va segnalato anche lintervento alla Conferenza di Ginevra del settembre 1867, nella quale, come ricorda ancora Roberto Spocci, “sostenne che tutte le Nazioni sono sorelle e quindi tutte le controversie devono essere giudicate da un congresso, anticipando così lidea dellOnu. Anche in quell’occasione ribadì che la Repubblica era a suo parere la miglior forma di governo, degna di un popolo libero. E poi ancora nel Patto di Roma del 1872 propose la Costituente della Repubblica, l’autonomia dei Comuni, l’abolizione dell’esercito permanente, i diritti politici e di stampa, addirittura limposta progressiva sul capitale, un traguardo al quale non siamo ancora arrivati neanche oggi. Era insomma un personaggio in grado di suscitare speranze, una figura che sognava un’Italia molto diversa da quella che poi si concretizzò”. E d’altronde, a distanza di 155 anni e al di là della geografia politica, la libertà italiana sotto certi aspetti tarda ancora a concretizzarsi. Le conclusioni di dottor Spocci: “Noi oggi non abbiamo una concezione del nostro passato, una conoscenza delle nostre radici. Per questo vagheggiamo in preda alla smania di cambiamento senza capire come siamo arrivati sin qui. Quando un popolo perde la memoria commette sempre degli errori, perché la storia serve per capire da dove si viene, analizzare il presente e progettare il futuro. Questo legame si è rotto e oggi la libertà è fortemente condizionata dai media, televisione in primis. Manca il fattore educativo e manca la libertà di saper scegliere, manca proprio un’educazione civica alla scelta. Per questi motivi ritengo che la nostra libertà sia ancor oggi fortemente limitata”.

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