domenica, Marzo 24

‘Gangs’ of Italy

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Gangs

La cosa che più mi colpisce del vivere qui è la mancanza della musica. A Genova la musica non ti raggiunge mentre cammini, la gente non ascolta musica dal mattino fino alla sera, non si sente sui pianerottoli, gli appartamenti sono avvolti nel silenzio; passando davanti alle porte delle case non si sente proprio niente. Appena arrivato mi sono chiesto se qui la gente fosse viva o morta“.

Nelle parole di un ragazzo ecuadoriano, raccolte attraverso la mediazione dell’Istituto salesiano Don Bosco di Genova-Sampierdarena, l’immagine potente dello ‘strappo’, il senso dello sradicamento dalla cultura madre, la spia del disagio. Parole come piccole luci alle quali ci aggrappiamo per cercare di rischiarare il territorio buio, chiuso e incompreso delle ‘pandillas’, le bande di matrice ispanica, nel cui ventre, tanti ragazzi figli dell’immigrazione, affascinati dalla mitologia dello scontro, coltivano legami illusori con la terra di origine.

La ‘pandillaè il gruppo che accoglie, la comunità affettiva che soddisfa. Risponde al bisogno di appartenenza, di identità, di dare sfogo alla rabbia e alla frustrazione. A Genova, come a Milano, si riproduce allora la stessa seducente violenza della ‘calle’, dove spesso, il confine tra il bullismo del branco e il crimine di una gang strutturata è davvero sottilissimo.

Genova è il primo palcoscenico italiano dove le aggregazioni latinoamericane si sono radicate. Nel capoluogo ligure, in misura maggiore rispetto al resto del Paese, gli ecuadoriani sono arrivati nel corso degli anni Novanta sull’onda di una feroce crisi economica, politica e sociale. Nel 1998 il ribasso indiscriminato delle risorse petrolifere, il peso insostenibile del debito estero, il fardello di aggiustamenti strutturali imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale e la prolungata insolvenza dello Stato nei confronti dei dipendenti statali, piegano l’Ecuador, già provato dalle devastazioni dell’uragano ‘el nino’ e dai contraccolpi della crisi asiatica. Nel 1999 il collasso bancario e il blocco dei conti correnti segnano profondamente la storia del Paese. Nel 2000, il cambio della moneta, l’abbandono del ‘sucre’ nazionale per il dollaro, annientano ampi strati della classe media. II disastro economico si intreccia con l’instabilità politica: nel giro di otto anni l’Ecuador sopporta la destituzione o il cambio di sei presidenti, un triumvirato, e un colpo di stato durato quattro ore. Il quadro politico ed economico incide fortemente sulle condizioni delle famiglie che smarriscono il futuro. Sono le fasi salienti che spingono al flusso di massa e che rinnovano il mito doloroso della partenza (tra il 2000 e il 2005 più di un milione di ecuadoriani è andato a cercare fortuna negli Stati Uniti o in Europa).

La scelta di Genova come meta privilegiata (oggi gli ecuadoriani sono 18mila, in assoluto la comunità straniera più numerosa della città) si spiega anche con gli antichi legami tra il capoluogo ligure e il principale centro di emigrazione, Guayaquil, città portuale sul Pacifico. Qui, tra fine Ottocento e inizi Novecento, erano arrivati molti italiani, in gran parte provenienti da Genova, Chiavari, Recco, Lavagna e altre località della Liguria.

I primi nuclei di immigrati ecuadoriani si stabiliscono nel centro storico di Genova, ma nel volgere di pochi mesi, all’alba del Duemila, la comunità dilaga a Sampierdarena, quartiere dell’aristocrazia operaia e della piccola borghesia impiegatizia, roccaforte dell’associazionismo, zona cuscinetto tra il centro e il distretto industriale del Ponente, tra la city e il porto. E’ un insediamento rapidissimo che si concentra soprattutto nel rione del Campasso.

Gli ecuadoregni sono sbarcati in forze 15 anni fa”, ricordano oggi a Sampierdarena. “E’ stato un evento traumatico e fulmineo che si è sviluppato con progressivi ricongiungimenti: le prime ad arrivare sono state le donne, seguite dai figli e, in terza battuta, dai mariti. Musica a tutto volume fino a notte fonda, i primi circoli aperti, la tradizionale ‘fiesta’ dei fine settimana condita da ubriacature e risse. Molte famiglie genovesi, esasperate, hanno scelto di trasferirsi, lasciando campo libero ad altri ecuadoregni. E’ stato il chiasso a stravolgere l’identità del quartiere, ma in questo modo è saltata l’integrazione. Oggi il Campasso sembra un distaccamento di Guayaquil, mentre Sampierdarena è diventata San Pedro de Arena”.

Il fatto che sia stata prima la donna ad emigrare, ha prodotto uno sconquasso familiare” ha dichiarato a Genova l’Ambasciatore dell’Ecuador, Juan Fernando Holguín Flores. “Quando sono arrivati i figli e poi il marito si è già verificata una distanza tra i membri della stessa famiglia e questa drammaticità non si può quantificare. Per quanto riguarda le bande, in Ecuador abbiamo qualche focolaio di strada, ma non ci sono strutture di ‘pandillas’ organizzate come in altri Paesi. Le cosiddette ‘Maras‘ o ‘Latin Kings‘ non esistono. Quelle nate in Italia non so se si possano considerare ‘pandillas’ da esportazione. Ciò si verifica, comunque, per mancanza di integrazione e lavoro”.

 

Massimo Cannarella, ricercatore nel progetto europeo Transnational Research on European Second Generation Youths (TRESEGY), presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova, ha condotto uno studio sui giovani migranti latinoamericani: “Le organizzazioni di strada sono un insieme di persone che si uniscono per resistere a un contesto ostile; diventano uno strumento per resistere, per migliorare la propria vita, per rinforzare il proprio benessere rispetto a una situazione deprivante. Questi gruppi – è inutile nasconderlo – utilizzano anche la violenza. La utilizzano come mezzo di affermazione e di comunicazione ed è l’aspetto più evidente della loro esistenza”.

Molti ragazzi latinoamericani sono segnati da un ‘triplo abbandono’. Il più duro, da parte della madre, che li ha lasciati in Ecuador o in Perù per venire a lavorare in Italia. Poi il distacco dai familiari, quasi sempre le nonne, con i quali sono cresciuti fino al ricongiungimento. La nuova frattura qui, in Italia, all’incontro con la madre, che spesso ha una nuova famiglia, deve comunque continuare a lavorare e non può seguire il figlio da vicino.

Appena arrivano in Italia, i figli degli immigrati non solo non conoscono il nostro Paese ma neanche i propri genitori”, spiega a ‘Terre di MezzoGabriela Sbiglio, psicologa argentina che a Milano organizza gruppi di terapia composti da 4 o 5 donne latinoamericane. “Alle mamme dico sempre che devono partorirli una seconda volta, ricucendo lo strappo della loro partenza“.

Maria ha impiegato un anno per convincere la figlia a uscire daiLatin Dangerz, una delle bande emergenti a Milano. “Andavo a cercarla dagli amici anche di notte. Qualche volta ho chiamato la Polizia. Litigavamo tutti i giorni”. Maria è arrivata a chiedere ai servizi sociali di ‘rinchiuderla’ in una comunità. “Con il Tribunale dei minori abbiamo poi stabilito che restasse con noi, ma seguita dagli educatori di una cooperativa sociale”.

Questi ragazzi che famiglie hanno alle spalle ? La migrazione latinoamericana inizia come migrazione femminile” conferma Massimo Cannarella. “Sono le donne a emigrare a Genova, città di anziani, per occupare la nicchia di mercato delle ‘badanti’. Ma ad un certo punto diventa più difficile entrare in Italia senza un visto ufficiale, a causa delle nuove leggi italiane, e di conseguenza queste donne decidono di attuare dei ricongiungimenti familiari e di portare in Italia, in maniera legale o illegale, sia i propri mariti, sia i propri figli. I giovani che arrivano, quindi, sono stati da soli per molti anni, affidati a qualche parente nel loro Paese, dove tendenzialmente stavano bene; avevano il loro percorso di studi o di lavoro più o meno avviato, avevano delle amicizie, degli affetti. Certo in Ecuador vivevano una situazione contraddittoria: visti male in quanto figli di donna immigrata, ma nel contempo anche privilegiati, per i soldi delle rimesse”.

L’impatto con l’Italia come viene vissuto I ragazzi vengono essenzialmente strappati, anche controvoglia, da una situazione che tutto sommato, per un giovane, rappresenta un ambiente familiare, consolidato e conosciuto. Spesso sono portati qua con l’inganno. Si dice loro: ‘vieni a fare le ferie di agosto a Genova, vieni a trovare la mamita’, ma il biglietto è di sola andata, e lo scoprono qui, quando imparano che non c’è più il biglietto di ritorno. Altre volte lo sanno, ma non è detto che siano consenzienti. In generale lo scontro con la città è uno shock. I ragazzi vengono qua convinti di trovare l’Occidente ricco, l’America, il Nord America: New York, Los Angeles… e invece si ritrovano in Europa. In particolare a Genova, città decadente e in crisi strutturale. Non certo l’America luccicante che immaginavano. Dopodiché, non è detto che i ragazzi che entrano nei gruppi di strada abbiano per forza delle famiglie problematiche alle spalle; non è assolutamente detto”.

Il rapporto di questi ragazzi con la società italiana è stato subito conflittuale ? C’è un impatto più difficile da raccontare. Quello meno eclatante, meno evidente, che si riferisce al modo in cui ti guardano gli altri. Nelle nostre interviste, abbiamo chiesto spesso a questi ragazzi se avessero vissuto episodi di razzismo. A sentirli parlare, l’Italia è un Paese, non dico perfetto, ma quasi. Non parlano di razzismo, però ti dicono: “Mah… c’è la vecchietta che quando sale sull’autobus ti parla alle spalle o si stringe la borsetta, c’è l’impiegato del supermercato che quando entri a comprare qualcosa ti segue per gli scaffali per vedere che non rubi niente, se sei in una ‘pandilla’ la polizia ti segue e ti ferma per strada“. Si sentono costantemente sotto controllo.

Che cos’è ‘la Nación’?La ‘Nación’ è un gruppo ideale, una terra ideale alla quale vuole appartenere un giovane che sente di non avere nessuna nazione; un giovane che non si sente cittadino in Ecuador e si sente un ‘non cittadino’ anche in Italia. Quindi far parte della ‘Nación’ significa crearsi una Nazione di appartenenza ideale in cui stare, una nazione per di più non solo italiana, ma transnazionale. A Genova, sono stati dei ragazzini a far nascere i ‘Latin Kings’, perché quello era il loro immaginario di aggregamento, che non è solo un immaginario latinoamericano di violenza del ‘barrio’: è anche ‘MTV’ con il suo ‘hip hop’, il gangster rap con la collana d’oro, l’anellone, le ragazze seminude che ballano intorno al rapper di successo. Quindi, la Nación è anche un immaginario globale di riferimento”.

Nel 2006 Massimo Cannarella, (autore, con altri sociologi genovesi, di studi fondamentali per comprendere le dinamiche di questi sodalizi), partecipò al Convegno di Barcellona nel corso del quale ‘Latin Kings‘ e ‘Netas‘, riconosciuti dall’Amministrazione catalana come associazioni e organizzazioni di strada, sancirono la pace e la fine degli scontri. Un modello di inclusione che venne applicato con successo anche a Genova. Per alcuni anni, tre gruppi di strada, fra i più numerosi presenti in città, ‘Latin Kings, ‘Netas e ‘Masters of the Street, organizzarono manifestazioni e iniziative dai forti contenuti sociali. Non va dimenticato che la missione originaria di alcuni di questi sodalizi comprendeva la difesa dei diritti delle minoranze, la solidarietà e il mutuo soccorso. Un patrimonio di finalità positive che può essere recuperato.

Si sarebbe potuto prendere alcuni di questi ragazzi e renderli dei mediatori culturali giovanili”, spiega Cannarella. “C’era il materiale per andare avanti, ma non c’è stata la volontà politica, né di farlo né di trovare le risorse per farlo”.

Qual è la situazione attuale delle organizzazioni di strada a Genova e a Milano? Attualmente ci sono i gruppi minori che nascono, crescono e muoiono nel giro di pochi mesi o anni, accanto a gruppi più grandi che fanno riferimento alle organizzazioni transnazionali. In questa situazione, la fluidità è molto marcata e secondo me non è particolarmente diversa da quella che abbiamo trovato anni fa come ricercatori. Gli scenari sono imponderabili perché le generazioni continuano ad avvicendarsi dentro a questi gruppi. Si potrebbe andare avanti e far crescere la parte più culturale di queste aggregazioni, perché sempre più giovani si sentono italiani, anche se italiani col trattino (italo-ecuadoregno, italo-peruviano…); oppure si potrebbe estremizzare la situazione opposta, quella della vita di strada. Diciamo che siamo a un bivio e molto dipenderà anche dal contesto, da come evolverà la capacità di recepire ed accogliere i cambiamenti che queste persone possono apportare alla nostra società”.

Luca Queirolo Palmas, ricercatore genovese e attento studioso del fenomeno ‘pandillas’, ha raccolto, in anni di lavoro, le testimonianze di giovani e adulti che hanno partecipato in passato, in Italia o in America Latina, all’esperienza delle bande. I racconti, inseriti nel saggio ‘Prove di Seconde Generazioni’, ripercorrono riti di affiliazione, simboli e pratiche dei gruppi. Ecco tre brevi stralci tratti dalla testimonianza di G.M. ecuadoriano di 22 anni.
“Per entrare in una banda devi effettuare delle prove, diverse secondo la banda: rubare, fumare sostanze o bere in eccesso, oppure picchiare una persona di un’altra banda. Nella banda cui io partecipavo dovevamo essere onesti e disponibili con le persone che avevano bisogno. Più o meno ogni banda conta una ventina di persone e occorre essere presentati e passare le prove per partecipare. Il gruppo è formato da un capo (corona). A volte quelli che non passano le prove mettono su la propria banda, così si forma l’odio e a volte i gruppi cercano vendetta”.

Un altro passaggio saliente riguarda la gerarchia: “Il capo ha quasi tutto. E’ come un capo sul lavoro, non è un amico al quale puoi dare una pacca sulla spalla. Il capo organizza chi va a rubare, poi gli si porta il bottino e lui divide. Oppure quando si va a ballare lui non paga, gli altri pagano per lui. Oppure quando capita di ‘pelear’, di litigare, lui deve difendere, è l’unica cosa che fa”.

Machismo esasperato e violento, e mascolinità egemonica sono i tratti distintivi di queste aggregazioni:

A volte i gruppi si contendono le donne, delle ragazze che sono state con appartenenti a una banda piuttosto che all’altra. Allora possono colpire il corpo della donna, lasciare segni, farle male o violenza. Ci sono anche bande di donne, ‘las abusadoras’, ‘las violadoras’, ma una donna che vuole fare parte di una banda di uomini deve pensarci diecimila volte. Perchè una donna che entra…deve stare con tutti gli uomini, con tutti, deve avere relazioni con tutti quelli della banda”.

Luca Queirolo Palmas, attraverso il Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova, ha condotto recentemente il Progetto ‘Yougang’, finanziato dall’Unione Europea e realizzato a Barcellona e Madrid:

Spesso banda è un termine che viene utilizzato per marcare una patologia, una differenza culturale, una propensione al crimine. I membri della banda sono sempre ‘cattivi’. Il Progetto ‘Yougang‘ dimostra alle istituzioni che si possono superare le politiche impostate sulla tolleranza zero. Dal 2005 a Barcellona si elaborano percorsi di inclusione sociale. Tra i risultati più importanti, la costituzione di associazioni giovanili formate da membri di questi gruppi”.

Chiamarle ‘gangs’ è sbagliato, perché non si formano per commettere reati o controllare traffici”, spiega Andrea Tomaso Torre, direttore del Centro Studi Medì. “Certo questo non significa che non sussistano gravi problemi di ordine pubblico legati a consumo e micro spaccio di droga, abuso di alcol, scippi e rapine, ma non mi pare di aver registrato negli anni un salto di qualità di questi sodalizi come imprese criminali, nel senso che, almeno a Genova, non sono emerse condanne per traffico internazionale di droga o armi, ascrivibili a queste esperienze. La differenza con le realtà d’oltreoceano è enorme. Ricordo che negli Stati Uniti le bande gestiscono grandi traffici illegali e che il leader dei ‘Latin Kings’ è uno dei pochi ‘inquilini’ di San Quintino. A Genova non risultano, al momento, sentenze definitive (ma neanche di primo grado) per associazione a delinquere correlata alle bande. La loro attività criminosa (ma non sempre è così) è legata a reati di tipo predatorio, soprattutto scippi di telefonini e rapine, come è emerso da una serie di arresti effettuati nel mese di settembre”.

Un’operazione, quest’ultima, solo all’apparenza marginale, poiché ha focalizzato la realtà ancora poco esplorata delle bande interraziali. Il gruppo finito nella rete della Polizia era composto da ventenni sudamericani, nord africani, italiani e cinesi contro i quali il pubblico ministero genovese Alberto Landolfi ha ritenuto di dover configurare il reato di associazione a delinquere finalizzata alla rapina continuata e aggravata. I ragazzi si facevano chiamare ‘Los Toros‘ e il loro capo, ha raccontato il ‘codice d’onore’: “la regola era chiara: si dovevano rapinare solo i genovesi figli di papà. Noi non abbiamo la ‘paghetta’, quindi ce la prendevamo da soli”. Era il capo che selezionava le vittime studiandone l’abbigliamento o il tipo di telefonino che usavano. I nove hanno confessato, sulla scia del capo, come si sono messi insieme per vincere le difficoltà economiche e avere denaro contante per andare in discoteca la sera. Ciò che veniva rubato infatti veniva equamente distribuito nel gruppo.

Assonanze con le ‘baby gang’ che a Roma, tra le stazioni di Repubblica e Barberini, assediavano turisti e residenti nei vagoni della Metro. I ragazzini si sfidavano a colpi di furti, proprio come se fosse una competizione. Decine di mani infilate in zaini e borse. Il bottino medio per una giornata di ‘lavoro’ poteva superare i 10.000 euro da spartirsi tra i componenti. Nel corso di un interrogatorio uno dei minori fermati ha motivato i borseggi con queste parole: “Rubo per fare soldi facili. In un mese mi intasco anche 15mila euro, mio papà li prende in un anno e io non sono scemo come lui.

Cosa fai con tutti questi soldi ?Compro roba, vado nei locali la sera… ma ormai non lo facciamo solo per essere ricchi, ci sfidiamo con gli altri a chi ruba di più. Di solito il nostro capo si ritrova il mercoledì sera con gli altri delle bande rivali dei neri, zingari e sudamericani; chi ha fatto il bottino migliore vince e chi perde è costretto a dare la metà del malloppo o stare lontano dalle zone migliori per una settimana”.

Affrontato da ricercatori, antropologi e sociologi, il fenomeno ‘pandillas presenta, come abbiamo visto, inevitabili implicazioni sul versante dell’ordine pubblico. Non è un mistero che le corrispettive ‘filiali’ italiane, diffuse perlopiù nelle metropoli settentrionali, ma anche a Roma e Napoli, negli ultimi anni siano realtà classificate dal Viminale come ‘osservate speciali’. Nel maggio del 2006, un’operazione del commissariato di Genova Prè, diventata tesi di studio giudiziario, certificò in città 435 affiliati e 17 bande. E’ l’ultimo dato ufficiale, ma oggi, secondo le osservazioni della Questura, la mappa del fenomeno è più o meno la stessa.

Se a Genova si contano 3 omicidi negli ultimi 6 anni, ascrivibili ai conflitti tra fazioni, a Milano, dove comunque sono stati avviati progetti per aiutare diversi gruppi a costituirsi in associazioni legali, preoccupa il salto di qualità compiuto da alcune organizzazioni. Tra le operazioni più importanti del 2014 l’arresto di 13 affiliati dei ‘Trinitarios’ una potente e violenta organizzazione criminale con base a New York. Alla gang, composta prevalentemente da dominicani, è stato contestato per la prima volta il reato di associazione a delinquere. L’indagine è servita ad aggiornare saldature, alleanze, rivalità e forza numerica delle ‘pandillas’ milanesi: almeno 15 gruppi per un totale di circa 2500 affiliati, tutti giovanissimi, di età compresa tra i 15 e i 28 anni.

Ognuna di esse ha il suo spazio vitale, il territorio d’azione. Ad esempio le tre gang ecuadoriane ‘Flow’, ‘Luzbel’ e ‘Forever’ si radunano tra Sesto San Giovanni, Monza e Parco Trotter, mentre i ‘Latin Kings’ supervisionano l’ambitissima zona Duomo, contesa a sua volta, dai salvadoregni di “Mara Salvatrucha 13” (o ‘Ms-13′), una delle ‘pandillas’ più agguerrite. Le schedature effettuate dalla Questura confermano che tra le aggregazioni attive a Milano figurano giovani italiani e dei Paesi dell’Est, ma anche ragazzi extracomunitari del Maghreb. Sono realtà in continua evoluzione che, sulla piazza milanese, hanno imboccato derive pericolose. Nel corso di un’altra indagine della Polizia, condotta nel 2013, si è scoperto che per importare la droga in Italia, gli affiliati di 4 ‘pandillas’ radicate nel capoluogo lombardo, si servivano dei loro cani come vettori. In Messico un veterinario compiacente piazzava chirurgicamente gli ovuli di cocaina tra gli organi degli animali, che una volta arrivati a destinazione venivano uccisi e smembrati per recuperare la sostanza. Su 48 cani, utilizzati per trasportare 1.250 grammi di droga a viaggio, soltanto uno si è salvato. Una strage. Nei confronti dei 75 arrestati, è stata notificata, anche in questo caso, l’associazione a delinquere.

Il look ‘oversize‘, mutuato dalle icone della musica ‘hip-hop’, i tatuaggi raffiguranti simboli e feticci delle varie ‘gangs‘ di appartenenza: una lacrima all’angolo dell’occhio ad indicare un omicidio; il logo della banda sul ventre o dietro la schiena; il nome di un ‘hermanito’, un ‘fratello’ morto, sulle nocche della mano. In una guerra di strada tutto ha il sapore di una battaglia finale. Ogni gesto può tradire cedimento e debolezza o trasformarsi in oltraggio e offesa. E’ sufficiente avvistare l’affiliato di una banda rivale fuori territorio. Una ‘mirada’, uno sguardo ‘storto’ o una parola di troppo; un cellulare rubato come trofeo o in segno di scherno. Sulla scia del mancato rispetto o della provocazione, dell’onore offuscato e deriso, si consumano vendette e spedizioni punitive; e l’alcol è spesso il detonatore che genera scontri funesti, dalle conseguenze irreparabili. Vite annegate nella violenza.

Genova, 23 novembre 2014: nel piazzale di una discoteca di periferia decine di ragazzi impazziti si affrontano, incrociando spranghe e lame. Un ecuadoriano cade a terra; lo sguardo vitreo. Di fronte a lui, un connazionale con il coltello bagnato di sangue. Frammenti di un omicidio durante una serata di festa. Vittima e carnefice hanno solo 20 anni. Di fronte all’enormità della tragedia e allo spettro di future ritorsioni, la loro appartenenza a ‘pandillas’ rivali o a compagnìe di quartiere esaltate dal rum, diventa un dettaglio investigativo. Abbiamo incontrato alcuni ragazzi coinvolti nello scontro. Li abbiamo visti. Sui loro volti l’ombra di un dannato e sinistro compiacimento, come se la morte violenta di un coetaneo fosse lì a certificare i valori supremi del gruppo: la forza e la durezza, l’onore e la sfida. Avete visto come possiamo essere pericolosi ?, sembrano comunicare le loro espressioni senza lacrime.

Giovani in bilico. Ragazzini ai bordi del crimine. Ma attenzione: qualcuno avrebbe già varcato il confine; in silenzio, senza clamori e al riparo dei media. Secondo un’informativa della Direzione Nazionale Antimafia, riportata nella relazione annuale, “le bande giovanili cinesi, articolazioni di gruppi criminali maggiori, rappresentano una criticità rilevante nel panorama della criminalità organizzata operante in Toscana. Il loro ruolo sembra essere legato al banditismo o al legame di poche persone mentre è reale l’esistenza di strutture superiori, spesso sconosciute agli stessi affiliati, che ne gestiscono, sotto un’unica regia, l’attività criminale, dando vita così a strutture associative importanti e di indubbio pericolo per l’ordine pubblico. Le indagini della Squadra Mobile di Firenze hanno rivelato che gli investimenti sul territorio nazionale sono finalizzati a dare copertura ad affari estensibili anche in altri paesi europei, ma con scopi e interessi primari in Cina”.

Da una parte le sgargianti ‘pandillas’ non ancora divenute ‘cartelli’, organizzazioni di strada influenzate dalla spettacolarizzazione mediatica, dalla pornografia, dalla moda, dalle canzoni tutte ‘amor y sentimiento’ e dall’hip-hop, genere a cui gli affiliati si ispirano, sia negli abiti, che nelle movenze. Dall’altra la ‘Chinatown’ affaristica, mimetizzata e invisibile, fondata sull’omertà e diretta da un livello superiore. Tra le due realtà, quella che si vede, si può ancora curare.

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