martedì, Agosto 4

Gabriel Fauré: l’influenza invisibile ed indefinibile field_506ffb1d3dbe2

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«À mon cher maître Gabriel Fauré», questa la dedica che Maurice Ravel pone in esergo del suo splendido quartetto d’archi: Ravel è stato allievo di Fauré, anzi, l’allievo più famoso in una schiera di compositori, tutti apprendisti presso il celebre autore di quello che è il ‘Requiem‘ più bello tra tutti i Requiem, quello della serenità, quello che non vuole atterrirci con la paura della morte, anzi la accetta quasi sorridendo.

La docenza di un compositore come Gabriel Fauré presso il Conservatorio di Parigi, sulla cattedra che era stata di Jules Massenet,  ha lasciato una traccia significativa, per l’aver attratto una schiera di musicisti importanti: Maurice Ravel sopra tutti (definito da Fauré con una nota scritta nel registro dell’Istituto «natura musicale interessata alle novità e di una sincerità sconcertante»), Roger Ducasse, Charles Koechlin, Florent Schmitt, Nadia Boulanger, George Enesco, Alfredo Casella. Ravel apprezzò assai «l’incoraggiamento dei suoi consigli da artista» e tutti ne parlarono come di un maestro amatissimo che sapeva suggerire una soluzione a qualsiasi problema compositivo «con una influenza invisibile ed indefinibile», sempre rispettando il talento dei propri allievi, come argutamente racconta Nadia Boulanger.

Quello di Fauré non è un nome conosciutissimo al grande pubblico, forse perché facente parte di una generazione ‘di mezzo’ (era nato nel 1845), collocata tra i compositori romantici, nati nella prima parte dell’Ottocento, e quelli nati nell’ultima parte del secolo, che sarebbero vissuti ed avrebbero agito in un clima di straordinario rinnovamento del linguaggio musicale. In un certo senso il Nostro, per formazione, visse ed agì in un ambito certamente più legato alla tradizione, pur rappresentando l’immagine di uno straordinario innovatore, visto che in molte delle sue composizioni aleggia il senso di una tonalità allargata tale da prefigurare scenari armonici che saranno propri del Novecento.

Allievo, tra gli altri di Camille Saint-Saëns che lo introdusse nel cenacolo di Pauline Garcia-Viardot (con la cui figlia ebbe un legame sentimentale), era stato avviato ad una carriera da organista, ruolo che ricoprì anche nelle Chiese di Saint-Sulpice e della Madeleine (pare fosse stato allontanato dalla chiesa di Saint-Sauveur a Rennes perché durante i sermoni si allontanava per fumare…). Arrotondava i guadagni, nei primi anni, dando lezioni private, per poter mantenere decorosamente la famiglia, fino a quando, quartantacinquenne, iniziò ad ottenere incarichi prestigiosi e remunerativi: ispettore dei conservatori di provincia, professore di composizione al Conservatorio di Parigi sulla cattedra che era stata di Jules Massenet e, nel 1905 direttore di quello stesso Conservatorio al posto di Théodore Dubois. Poi, finalmente, anche la fama quale compositore lo raggiunse.

Nelle vacanze estive a Bougival, il Maestro aveva conosciuto la donna di mondo ed esperta cantante Emma Moÿse, sposata al banchiere Sigismond Bardac. La donna, che successivamente divorzierà dal Bardac e diventerà la seconda moglie di Claude Debussy, era promotrice di un salotto musicale parigino nel quale Fauré avrebbe introdotto anche alcuni dei suoi migliori allievi (Maurice Ravel, Roger Ducasse, Charles Koechlin).

La Bardac (su di lei anche un film: ‘The Loves of Emma Bardac‘ – 1990) divenne sua musa ispiratrice ed amante: per lei compose il ciclo per canto e pianoforte ‘La Bonne Chanson‘ su testi di Paul Verlaine. Per la piccola figlia di Emma, Helène (che qualcuno ha ipotizzato potesse essere figlia dello stesso Fauré) il Maestro realizzò la splendida suite Dolly (nomignolo della fanciulla), per pianoforte a quattro mani, pezzo delizioso che ha conosciuto nel tempo anche le versioni di Alfred Cortot per pianoforte solo e quella orchestrale realizzata da Henri Rabaud.

Molte, infatti, sono le composizioni di Fauré orchestrate da altri, a testimoniare la scarsa attenzione per l’orchestrazione da parte del Nostro. Non desti meraviglia: la cosa nasce più da un gusto per la sobrietà che da una disattenzione verso la ricerca timbrica o, peggio, da impreparazione, infatti le parti delle sue composizioni che sappiamo essere state orchestrate di sua mano sono realizzate benissimo. Sembra quasi, come qualcuno ha rimarcato, che tutta la musica di Fauré nasca per il pianoforte, in una dimensione di schiva intimità e che poi ne venga realizzata l’orchestrazione.

Comunque, straordinario melodista dotato di un eccezionale lirismo, le cui soluzioni armoniche, spesso temperate da una forte sensibilità modale (acquisita negli anni della formazione organistica) rappresentano un elemento di eccezionale originalità: una successione di accordi o una melodia scritta da Fauré è riconoscibile tra mille! Tanta ricercata intimità doveva, ovviamente, tenere lontano Fauré dal teatro. Così fu, infatti, fino al 1913 quando fu eseguita la sua unica opera lirica: ‘Pénélope‘, risultato di un lavoro di alcuni anni.

Nella sua produzione, per sintetizzare, tanta musica pianistica: notturni, preludi, barcarole, 4 valses-caprices (il secondo dei quali piaceva tanto al suo amico Isaac Albeniz…), improvvisi, etc.; tanta musica da camera, nella quale ad eccezione di un quartetto d’archi, è sempre presente il pianoforte; poi le “mélodies” per canto e pianoforte; il Requiem e poco altro di musica sacra; la musica sinfonica quasi tutta concepita come musica di scena; un’unica opera lirica (‘Pénélope‘).

Purtroppo, come Beethoven, Fauré conobbe l’onta della sordità che rattristò la sua vecchiaia ma non gli impedì di comporre ancora capolavori come il quartetto d’archi, ultimato nell’anno della sua morte (1924). Di nuovo come Beethoven, la sua produzione, divisa approssimativamente nei soliti convenzionali tre periodi (giovinezza, maturità, senescenza), nell’ultimo di questi diventa più astratta, si va rarefacendo, si edifica in una dimensione tutta sua.

Chi non conosca la musica di Fauré può dirsi, in un certo senso fortunato: da oggi potrà regalarsi questa scoperta! Potrà iniziare dal ‘Claire de lune‘ o dalla ‘Pavane‘ o dalla ‘Dolly‘ (alcune delle sue composizioni dotate di maggiore immediatezza), fino ad abbracciare tutta l’opera del Maestro. Me ne sarà grato.

Segnaliamo che su Youtube sono reperibili diverse registrazioni realizzate da Faurè medesimo su pianoforte a rulli: una straordinaria lezione su quanto potesse essere diversa l’interpretazione pianistica di cento anni fa rispetto all’attuale!

 

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