lunedì, Settembre 28

G7 tra Libia, migranti, terrorismo e Russia

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La questione migranti è direttamente connessa al tema Libia, ma riscontra diverse discordanze tra i Paesi europei. Lei crede che l’uscita dell’Inghilterra dall’UE potrà in qualche modo ostacolare ancor di più l’Italia nel trovare una linea d’azione comune che chiami in causa i Paesi leader del mondo occidentale?

Sicuramente il problema principale, cioè quello di far interessare i partecipanti del G7 a questa tematica è un punto cruciale, però negli ultimi anni abbiamo visto che questa azione di compartecipazione e di interessamento è fallita per una serie di ragioni. Per cui, il peso della questione migratoria è stato in qualche modo scaricato tutto sulle spalle di quei Paesi che si trovano a essere interessati direttamente dai flussi migratori. Questa questione a livello europeo è abbastanza complessa e non mi ci addentro perché non ne sono particolarmente a conoscenza, però la questione migratoria è una questione che va a toccare direttamente gli equilibri non solo esterni ma anche interni dei Paesi interessati. Quindi le prese di posizione che determinati partiti che in Italia, come in Gran Bretagna, in Francia assumono nei confronti della questione migratoria rischiano appunto di creare delle condizioni favorevoli per l’emergere di questi movimenti nazionalisti e populisti che hanno fatto tremare l’Europa nel corso degli ultimi mesi. Le ultime dichiarazioni del Presidente Macron durante l’ultimo incontro con Gentiloni fanno capire come spesso questa responsabilità scaricata sulle spalle dei Paesi che fronteggiano direttamente la questione migratoria è percepita anche dai principali leader europei. Però da qui poi a proporre delle soluzioni e ad assumere dei meccanismi di compartecipazione o di divisione delle responsabilità ancora ce ne passa.

Lei crede che la Francia abbia intenzione di seguire l’Italia nel presentare la Libia come ‘fonte di instabilità a livello globale’? Perché?

Io credo che sia possibile, ma ne dubito. La politica francese in Libia è stata negli ultimi mesi, precedentemente con Hollande e potrebbe esserlo anche con Macron, una politica sottotraccia, che non è fatta di annunci, ma di azioni sul terreno. Per quanto riguarda l’Italia, il Paese soffre di una serie di problemi di politiche contradditorie che a mio avviso ne minano un poco la credibilità. Già il fatto di avere un Governo che ha una data di scadenza, perché si sa che a breve si andrà a votare nuovamente, mina un po’ la credibilità del Paese, e abbiamo visto che questo è molto importante per i principali attori presenti al G7, in particolare per il Presidente Trump, che ha incontrato i diversi leader europei, ma non ha incontrato per esempio Hollande appunto perché probabilmente attendeva la scadenza del suo mandato e il risultato delle nuove elezioni per presentarsi direttamente al nuovo inquilino. Questo genere di approccio relazionale dei principali attori del G7, come appunto per Trump, è abbastanza importante. La percezione della forza di un attore è per lui sicuramente molto più importante del fatto di incontrare dei leader che hanno una scadenza già programmata.

Gentiloni ha trovato in Macron un comune ‘alleato’ preoccupato per la crisi dei migranti. Lei crede che questo comune interesse sia veramente incentrato sulla problematica dei migranti (diritti umani, integrazione) o dietro si nascondano interessi economici in Libia?

La tematica dei migranti è sicuramente molto importante per l’Italia e per la Francia, paradossalmente più per Parigi che per Roma, perché comunque la tematica migratoria ha rischiato di essere decisiva nel corso delle ultime elezioni e stava portando il Front National ad assumere una posizione di primo piano anche nell’Amministrazione francese. Bisognerà poi vedere quello che succederà nelle elezioni legislative nel prossimo mese per anche questioni relative alla sicurezza, appunto perché la serie di attentati che ha colpito il Paese è stata appunto abbastanza evidente. Per quanto riguarda gli interessi economici, sicuramente questi giocano un ruolo di primo piano, lo hanno fatto anche quando è caduto il regime di Gheddafi: secondo diverse fonti sono stati proprio gli interessi economici, in particolare quelli petroliferi, a scatenare l’attacco anglo-francese nei confronti del regime di Gheddafi e questo è stato visto molto male a Roma, appunto perché l’Italia aveva un ruolo di primo piano nel Paese durante il regime di Mohammed Gheddafi. Questi interessi sono molto presenti, ma bisogna cercare di contestualizzare. Per quanto riguarda il petrolio, la principale risorsa libica, la produzione attuale del Paese è poco più della metà di quella che era prima della caduta di Gheddafi, è stata passata da poco la quota degli 800 mila barili di petrolio al giorno e con il prezzo del petrolio che è calato nel corso degli ultimi anni, la profittabilità delle operazioni di ricerca, di sfruttamento, di produzione del petrolio in Libia è diventata sempre meno appetibile per le principali compagnie petrolifere nazionali come Eni, Total, BP. Certo è il fatto che questa produzione stia aumentando, perché l’anno scorso si è raggiunto un livello minimo di 200 mila barili di petrolio al giorno. Il fatto che questa produzione sia aumentata e che ci siano delle condizioni per poter ritornare a operare all’interno di questi Paesi è importante. Allo stesso tempo però i conflitti armati e politici all’interno del Paese mettono un po’ di dubbi, in particolare negli ultimi mesi si è visto uno scontro tra il Governo di Accordo Nazionale e la compagnia nazionale petrolifera libica, la National Oil Corporation, in particolare per quanto riguarda la preponderanza che il Governo di Accordo Nazionale sta assumendo con un decreto che il mese scorso ha ridotto i poteri della NOC per la firma degli accordi produzione e di esplorazione e ha manifestato appunto questo scontro interno che può sicuramente entrare o causare dei dubbi alle principali compagnie petrolifere internazionali, sia italiane che francesi che britanniche che di altri attori.

Secondo lei gli interessi economici delle diverse potenze che si destreggiano nello scenario libico, Italia, UK, Francia, Russia, come possono trovare una camera di compensazione nel G7?

Penso che sia abbastanza difficile, anche perché sono interessi che vanno sicuramente messi non in contrapposizione, ma dovrebbero essere coordinati, e oltretutto vanno a toccare una situazione di un Paese che non è stabile: è una situazione che è in continua evoluzione, dinamica, per cui se fino a settembre scorso i terminal petroliferi nella regione erano bloccati dall’azione delle guardie petrolifere, nel giro di qualche giorno la conquista di questi terminal da parte dell’Esercito Nazionale libico ha consentito la riapertura. Ora nulla ci può dire che nel giro di qualche mese questi terminal non possano essere bloccati nuovamente. Due mesi fa per esempio un attacco da parte di una milizia islamista conosciuta come le brigate della difesa di Bengasi ha causato la sospensione dell’export petrolifero da due terminal. La riconquista da parte dell’Esercito Nazionale libico ha sbloccato la situazione. Alla stessa maniera il mese scorso vi è stata una specie di gioco nei giacimenti petroliferi nel sud della Libia, sul lotto che conduceva questi giacimenti al terminal di Zawiya, che ha acceso e spento gli interruttori ininterrottamente per circa un mese. Ora mettendosi nella testa dei dirigenti di queste compagnie petrolifere, andare a discutere di queste tematiche al G7 in una situazione così fluida come quella libica è sicuramente un azzardo, oltre alle potenze presenti nel G7, bisogna sicuramente considerare gli interessi delle potenze regionali. Per cui andare a discutere nel G7 di cosa poter fare in Libia, quando Egitto, Algeria e Tunisia, o Emirati Arabi Uniti, che hanno assunto un ruolo molto più importante negli ultimi anni riguardo le vicende libiche, come è stato evidente dall’incontro scorso ad Abu Dhabi tra il Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale, Fayyez Al-Sarraj, e il Generale Khalifa Haftar. Appunto discutere di questa questione quando non sono presenti alcuni dei principali attori interessati alle vicende libiche è alquanto azzardato. E questa complessità che crea le condizioni per un perdurare della crisi, perché, come diceva un Ministro del Qatar, sono troppi gli attori che mangiano nello stesso piatto in Libia e questa molteplicità di attori crea le condizioni per un perdurare del conflitto, che ad oggi è diventato intrattabile. Per cui andare ad agire su una determinata questione può causare una reazione da arte di un altro Paese o di un Paese avverso agli interessi regionali. Lo stesso inviato delle Nazioni Unite, Martin Kobler, ha ad esempio sollevato questo problema ultimamente perché ha detto che sono molteplici gli attori interessati alla questione libica, ma anche le iniziative di pace interessate a risolvere le questione. Per cui abbiamo da una parte United Nation Support Mission for Libya, abbiamo una missione della Lega Araba, abbiamo un’iniziativa regionale condotta da Algeria, Tunisia e Libia, e abbiamo anche una missione dell’Unione Africana. E’ necessario che questi organismi, tra cui si può includere anche l’Unione Europea, siano coordinati e alcuni dei membri di questi meccanismi non fanno parte del G7, per cui pensare di poter discutere e risolvere la questione della Libia a Taormina risulta abbastanza azzardato secondo me.

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