domenica, Dicembre 15

G7 di Biarritz: prove di dialogo fra Stati Uniti e Iran? Le dichiarazioni di questi giorni non giungono del tutto inaspettate, ma non sono un'inversione di rotta

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Fra gli aspetti più eclatanti del recente G7 di Biarritz si colloca l’inattesa – seppure condizionata — apertura di Donald Trump a negoziati con l’Iran sul tema del nucleare. Su questo punto, il Presidente statunitense era sempre stato sempre molto chiaro, sia da candidato che dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, presentando la revisione dell’accordo negoziato da Teheran e dal gruppo dei c.d. ‘P5+1’ (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU – Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina – più la Germania) come necessaria per depotenziare la ‘minaccia globale’ costituita dal regime degli ayatollah. Coerentemente con questa visione, il Presidente ha promosso, negli scorsi anni, l’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, 8 maggio 2018) e la reintroduzione della sanzioni economiche revocate dal suo predecessore in applicazione dello stesso accordo (5 novembre 2018); una mossa che, se da un lato, a Teheran, ha riavvicinato falchi e colombe, dall’altra ha messo sotto tensione i rapporti dell’Iran con i suoi interlocutori europei, apparentemente incapaci – nonostante le dichiarazioni rassicuranti – di offrire una risposta credibile alla strategia ‘di massima pressione’ adottata da Washington.

Lo scorso giugno, la tensione fra Stati Uniti e Iran aveva toccato l’apice, con incidenti a fuoco – mai del tutto chiariti – che avevano coinvolto alcune petroliere in transito attraverso o nei pressi dello stretto di Hormuz. Il 20 giugno, le forze di Teheran abbattevano inoltre, sempre nei pressi dello stretto di Hormuz, un drone (UAV) statunitense ‘Global Hawk’, innescando dapprima una possibile risposta militare (approvata e subito revocata dal Presidente), quindi una nuova serie di sanzioni contro figure di vertice della politica e delle forze armate, in particolare del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (‘Pasdaran’), organizzazione che già in aprile il Dipartimento di Stato aveva inserito nella ‘lista nera’ delle organizzazioni terroristiche; tutto ciò pochi giorni dopo la visita a Teheran del Primo ministro giapponese Shinzo Abe, esplicitamente volta a rilanciare il dialogo con Washington e a promuovere una ‘descalation’ con Washington. Nonostante i segnali negativi, tuttavia, già all’epoca alcuni osservatori avevano messo in evidenza come – sottotraccia – sia l’amministrazione, sia Teheran non sembrassero volere chiudere tutti gli spazi negoziali e come, anzi, entrambe le parti fossero ben attente ad alternare ripetuti atti di ostilità a messaggi più concilianti. 

Le dichiarazioni di questi giorni non giungono, quindi, del tutto inaspettate. Ovviamente, esse non rappresentano un’inversione della rotta sinora seguita. Il Presidente Trump è stato chiaro nel subordinare la ripresa del dialogo con Teheran a segnali fattivi da parte iraniana. Le autorità di Teheran, a loro volta, hanno sollecitamente condizionato la riapertura dei negoziati alla fine delle sanzioni e al ripristino dello status quo ante. A Washington come a Teheran, inoltre, le linee che si confrontano (e si scontrano) sono diverse. Sia Donald Trump sia Hassan Rouhani, infine, sono chiamati ad affrontare una difficile sfida elettorale, anche se in tempi e con modalità diverse. Rouhani – che, giunto alla conclusione del secondo mandato, non potrà correre per la riconferma – è chiamato in questi mesi a mantenere un difficile equilibrio fra istanze nazionaliste e riformiste per non vanificare sul lungo termine i risultati sinora ottenuti e per ‘tirare la volta’ a un suo possibile successore moderato. Donald Trump, dal canto suo, non può ribaltare, alla vigilia di un voto che si preannuncia assai incerto, la linea filo-saudita e filoisraeliana cui si è ispirata fino a oggi la politica mediorientale della sua amministrazione e che ha contribuito in buona parte ad alimentare la sua base di consenso.

Resta (come spesso accade) l’incognita europea. In questa occasione, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ‘padrone di casa’ a Biarritz, ha avuto gioco facile nel proporsi come il promotore del riavvicinamento USA-Iran. In realtà, in occasione delle ultime crisi, il ruolo del Vecchio continente – complice anche lo stallo istituzionale legato all’insediamento del nuovo Parlamento e al rinnovo delle istituzioni comuni – è apparso secondario. La proposta dell’ex Segretario agli esteri britannico, Jeremy Hunt, di inviare nel Golfo, nei giorni di maggiore tensione, una missione navale europea parallela a quella voluta dagli Stati Uniti ha ottenuto solo un tiepido sostegno da parte di Francia e Germania, mentre gli sforzi fatti per bypassare le sanzioni statunitensi grazie alla creazione di strumenti finanziari ad hoc non sembra essere riuscita a conseguire l’obiettivo principale di tenere Teheran ‘ingaggiata’ al JCPOA. Il rischio è, quindi, che la ripresa di un dialogo diretto fra Stati Uniti e Iran finisca per spingere sempre in un angolo Bruxelles, che, oltre che uno dei promotori del ‘nuclear deal’, è stato negli ultimi tempi il soggetto che forse più si è speso per tenere in vita l’accordo e che dalla costruzione di una ‘relazione speciale’ con la Repubblica islamica contava di trarre – oltre alla tanto attesa credibilità politica – anche consistenti benefici economici.

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