mercoledì, Ottobre 28

G20: gli USA corrono da soli?

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Il Vertice G20 di Amburgo si è appena aperto e già si parla di scontri di piazza, arresti, feriti, danni. Se da parte del mondo antagonista era stata da tempo annunciata la volontà di contrastare il Vertice, al contrario le istituzioni politiche ed economiche internazionali guardano con interesse ad un summit che si presenta molto complesso.

Il Vertice infatti arriva in un momento molto particolare. Uno studio dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) conferma che, per la prima volta dall’inizio della crisi del 2008, le economie dei principali Paesi del mondo ricominciano a crescere con una certa costanza, anche se in modo ancora incerto. D’altro canto, le forti incertezze politiche e i numerosi scenari di tensione aperti su molti fronti rischiano di pesare sui risultati del Vertice.

Secondo lo studio IAI, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto per il 2017 una crescita media del 3,6% annuo. Nonostante ciò, ci sono differenze nette tra le economie in campo. Uno dei fattori di contrasto, sarebbe potuto venire dalla contrapposizione tra il Paesi più economicamente sviluppati, i G7 (Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone), e i Paesi dalle economie emergenti, i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), Arabia Saudita ed Indonesia. Fino ad alcuni anni fa, si parlava di questa contrapposizione come di un naturale scontro tra interessi divergenti: oggi appare evidente che questi blocchi sono tutt’altro che omogenei. Secondo uno studio dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), commissionato dal Parlamento Italiano in occasione del Vertice G7 di Taormina (26-27 maggio), negli ultimi vent’anni la percentuale di economia rappresentata dai vari Paesi si spostata nettamente a favore dei BRICS: negli anni ’90, infatti, i G7 rappresentavano circa il 70% dell’economia globale; oggi il G20 rappresenta l’80% dell’economia globale di cui solo il 50% viene dai G7.
Soprattutto in seno al gruppo dei G7, si è visto come le politiche della nuova amministrazione USA del Presidente Donald Trump abbiano incrinato il fronte comune.

Secondo Giampiero Gramaglia, Consigliere per la Comunicazione dello IAI, “il Vertice del G20 ad Amburgo, sotto presidenza di turno tedesca, si colloca politicamente, e non solo temporalmente, nella scia del Vertice del G7 a Taormina, sotto presidenza di turno italiana. I leader del G7 trovarono formalmente l’unità sulla lotta al terrorismo e ricucirono alla bell’e meglio le divisioni sugli scambi, ma ammisero l’aperta frattura sui cambiamenti climatici, poi confermata dalla decisione degli USA di non rispettare più gli Accordi di Parigi. Ad Amburgo, i Grandi portano dunque più le divisioni emerse a Taormina e successivamente accentuatesi che non un fronte comune. Anche se è possibile che su alcuni temi relativamente ‘ininteressanti’ e contingenti, come la minaccia rappresentata dalla Corea del Nord, si ricostituisca la relativamente facile e superficiale unità della lotta contro il terrorismo”.

Le politiche dell’Amministrazione USA, infatti, sono cambiate radicalmente con l’avvento di Trump al potere. Il nuovo Presidente, in più occasioni, ha dimostrato tutto il suo disprezzo per le istituzioni internazionali, preferendo trattare accordi bilaterali di volta in volta.

Inoltre, un altro fattore di divisione pesa sul campo G7: si tratta della Brexit. Dopo il referendum che ha sancito il distacco della Gran Bretagna dall’Unione Europea, Londra è impegnata in un difficile trattato con Bruxelles. Il Governo inglese vorrebbe guadagnare il più possibile dai trattati con l’UE che, a sua volta, non è disposta a cedere su punti fondamentali come la libera circolazione dei cittadini. Il disastroso esito delle elezioni anticipate, con cui il Primo Ministro inglese, la conservatrice Theresa May, contava di sbaragliare gli avversari ed ottenere un mandato forte, hanno reso Londra molto più debole nei confronti dell’UE.

La crescita delle economie emergenti a scapito dei G7, assieme ai contrasti sorti ultimamente tra le fila di questi ultimi, avevano portato alcuni analisti a dire che fosse ormai il G20 a rappresentare la realtà globale e, di conseguenza, ad essere in grado di concepire delle soluzioni concrete. Secondo Gramaglia, però, “nel G20 i crinali sono molteplici, politico-ideologici, regionali, economici, e gli spartiacque variano a seconda dei temi: questa frastagliatura di alleanze e posizioni è uno degli elementi di debolezza della capacità di governance del G20, assolutamente inadeguata rispetto alle attese riposte in questo Gruppo all’inizio della crisi economica del 2008-’09, nonostante esso rappresenti il 65% della popolazione mondiale e l’86% del PIL”.
Inoltre, aggiunge, l’ipotesi di una netta contrapposizione tra economie sviluppate ed emergenti deve essere abbandonata perché “il G20 non vive della contrapposizione tra il G7 e gli ‘altri’, a maggior ragione ora che il fronte G7 non è unito”.

Soprattutto su questioni come quella del clima e della svolta protezionistica dell’Amministrazione USA, si assiste alla formazione di assi trasversali tra Paesi sviluppati ed economie emergenti: secondo Gramaglia, “alcune dinamiche che possono emergere dal G20 di Amburgo, il primo cui partecipa il Presidente USA Donald Trump, sono il relativo – ma non troppo – isolamento degli Stati Uniti, una prima quasi assoluta sulla scena multilaterale, e il riavvicinamento quasi spettacolare nelle ultime ore, tra Cina e Russia… E ancora l’esito della ricerca di consenso in funzione anti-USA su clima e scambi fatta dal Cancelliere tedesco Angela Merkel presso Paesi come Argentina e Messico. Anche se non è escluso che alcuni Paesi del G20, come potrebbe essere il caso del Brasile, abbiano la tentazione di guadagnarsi meriti agli occhi dell’uomo forte e tengano quindi bordone a Trump.

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