sabato, Agosto 24

G20 al via: cos’è, quanto vale, di che parleranno La 10° edizione del forum delle economie più forti del pianeta: dal clima al futuro dell’economia la due giorni di un vertice che potrebbe sancire il definitivo superamento del G7

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Il  G20  che inizia oggi nella capitale argentina è nato nel 1999 come importante forum internazionale per i Ministri delle Finanze e i capi delle Banche centrali delle venti principali economie mondiali. Quello di Buenos Aires è il primo in una Nazione dell’America Latina e il 10° dal ‘99. Il primo incontro, a cui parteciparono i Ministri delle Finanze e i banchieri centrali, si tenne nel dicembre di 18 anni fa nella capitale tedesca.
In seguito alla pesante recessione del 2008, si decise di tenere il primo vertice a livello di capi di Stato e di Governo a Washington, sotto la presidenza di Barack Obama. Un anno più tardi, dopo i due summit del 2009 a Londra e Pittsburgh, i leader decisero che il G20 avrebbe definitivamente sostituito il G8 come piattaforma per discutere le problematiche economiche globali.
Dopo i due vertici di Londra e Pittsburgh nello stesso anno (2009), i successivi summit si sono tenuti a Toronto (Canada, 2010), Seul (Corea del Sud, 2010), Cannes (Francia, 2011), Los Cabos (Messico, 2012), San Pietroburgo (Russia, 2013), Brisbane (Australia, 2014), Adalia (Turchia, 2015), Hangzhou (Cina, 2016) e Amburgo (Germania 2017).

I Paesi del G20 rappresentano i due terzi della popolazione mondiale, oltre l’80 per cento della produzione economica e l’80 per cento degli scambi commerciali. Ai vertici partecipano i leader di Argentina, Arabia Saudita, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sudafrica, Turchia e Stati Uniti, oltre all’Unione Europea.

Negli anni ’90, i Paesi del G7 rappresentavano da soli circa il 70% dell’economia globale, oggi sono scesi sotto il 50%. A questa discesa del PIL dei G7, è corrisposta una crescita dei Paesi BRICS: la quota di economia rappresentata dal G20, come detto, si è mantenuta attorno all’80% del PIL mondiale. Per i Paesi del G20 le previsioni di crescita 2018 puntano a +3,9% e per il prossimo a +3,8%.
Se il PIL G20 resta stabile ma, al suo interno la quota rappresentata dai G7 diminuisce, ciò significa che sono state le potenze emergenti a trarre vantaggio dalla perdita di peso dei grandi.

Nel 2000 il PIL per Parità di Potere d’Acquisto dei Paesi G7 era in larga misura il più alto: i Paesi BRICS erano in buone posizioni ma molto distanziati dai principali G7. Al primo posto c’erano gli USA con 10,285 miliardi di dollari PPA (PIL a Parità di Potere d’Acquisto); la Cina era seconda ma la distanza rispetto agli USA era enorme (3,661 miliardi di PPA). I dati del 2015 mostrano come, non solo la Cina abbia saputo colmare il divario, ma abbia anche sorpassato gli Stati Uniti: Cina 19,392 miliardi; USA 17, 947 miliardi. Un andamento simile riguarda tutti i Paesi G7 e BRICS, con Giappone e Germania superate dall’India, la Francia superata dalla Russia, l’Italia dal Brasile, la GB dall’Indonesia, il Canada dalla Corea del Sud.

Altri aspetti possono parlarci del sempre maggiore peso che le economie emergenti avranno in futuro. Se è vero che, dal punto di vista finanziario, le economie dei G7 restano forti, è anche vero che, dal punto di vista delle risorse naturali e della demografia, il peso è nettamente a favore dei così detti ‘emergenti’. Escludendo Stati Uniti e Canada, che hanno un territorio vasto e piuttosto ricco di materie prime, gli altri Paesi del G7 sono piuttosto piccoli territorialmente e poveri di risorse naturali. Al contrario, tutti i Paesi BRICS sono molto vasti e abbastanza ricchi di risorse (il più piccolo di questi, il Sudafrica, misura quasi quanto Italia, Germania e Francia messe assieme).

Per non parlare della demografia: tutti i Paesi G7 presentano una popolazione piuttosto scarsa e un crescita demografica a zero, quando non negativa. Al contrario, ad eccezione del Sudafrica, i BRICS presentano popolazioni molto numerose e, soprattutto, nel caso di India e Cina, in costante crescitaSe i Paesi del G7 conservano principalmente un potere finanziario, i Paesi emergenti detengono il controllo della maggior parte delle risorse naturali necessarie all’industria, oltre a produrre direttamente al gran parte degli manufatti industriali che fanno capo alle aziende dei ‘sette grandi’.

A questo nuovo equilibrio nel potere economico, non corrisponde un bilanciamento del potere effettivo nel mondo: il potere di voto all’interno del Fondo Monetario Internazionale, infatti, non è direttamente proporzionale al peso economico di un Paese. I Paesi dell’Unione Europea hanno un PIL per parità di potere d’acquisto (PPA) di poco superiore al 15% del PIL mondiale, ma il loro peso politico all’interno del FMI si aggira attorno al 30%. Lo stesso si può dire per gli Stati Uniti: PIL per PPA e potere di voto nel FMI entrambi al 15%. Per i Paesi BRICS le cose stanno decisamente in modo diverso. Se per Brasile e Russia i valori, seppur bassi, sono piuttosto equilibrati (attorno al 3%), per India e Cina il divario tra il PIL per PPA e il reale potere all’interno del FMI è lampante: l’India ha un PIL per PPA di poco inferiore al 10% ed un potere effettivo che si aggira attorno al 3%; la Cina ha un PIL di quasi il 20% ed un potere di voto che supera di poco il 5%Non stupisce che il Paesi BRICS abbiano deciso di fondare una sorta di fondo monetario parallelo al FMI: la New Development Bank.

È vero che il potere non si può misurare solamente con dei valori economici: non si può dimenticare, ad esempio, che i Paesi acquistano una buona fetta di potere dalla propria storia più o meno recente. Grazie a questo ‘capitale storico’ i Paesi del G7, oggi, possono mantenere parte della loro influenza: gli Stati Uniti sono usciti vittoriosi dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla Guerra Fredda mentre i Paesi Europei, vincitori o vinti nel conflitto mondiale, hanno mantenuto un ruolo fondamentale e strategico in molte aree del mondo (l’Europa centrale per la Germania, il Mediterraneo per l’Italia, i vecchi imperi coloniali per Francia e Gran Bretagna). Tra i BRICS, solo la Russia aveva un grande ‘capitale storico’: perduto in parte con la fine dell’Unione Sovietica, solo in tempi recenti ha cominciato a riacquistarlo, e sta galoppando dalla Siria alla Libia.

L’altro grande elemento che stabilisce gli equilibri di forza mondiali è la potenza militare. Sotto questo aspetto, il vantaggio dei G7 sussiste, ma non è più schiacciante come un tempo. Allo stato attuale, si contano tre potenze nucleari tra le file dei G7 (USA, Francia, GB) e tre potenze nucleari tra le fila dei BRICS (Russia, Cina, India): la superiorità militare statunitense, attualmente, non può essere ancora messa in dubbio ma, se alla fine della Guerra Fredda questa superiorità era totale, oggi i Paesi che puntano a giocare un ruolo preminente nella politica internazionale, e che hanno i numeri per farlo, ci sono e sembrano essere molto determinati.

Si è molto discusso sulla capacità del G7 di rappresentare ancora il reale potere economico mondiale: secondo alcuni studiosi, la realtà globale sarebbe cambiata al punto da rendere obsoleto questo vertice.
G
li uomini e le donne più potenti della terra oggi e domani discuteranno di guerre commerciali (grande protagonista della due giorni la ‘guerra commerciale’ tra Stati Uniti e Cina )e l’OCSE ha messo in allerta: le guerre commerciali, potrebbero condurre a una contrazione del PIL mondiale fino allo 0,8% e un corrispondente crollo del commercio mondiale al -2% nel 2021, conflitti -dalla Siria all’Ucraina, non in agenda-, clima e futuro dell’economia mondiale e sviluppo umano inclusivo, due temi strettamente connessi (l’OCSE, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente Unep e la Banca mondiale, nel rapporto ‘Financing Climate Futures: Rethinking Infrastructure’, hanno avvisato i 20: serve uno spostamento radicale degli investimenti verso infrastrutture a basse emissioni di carbonio e resilienti per limitare l’impatto dei cambiamenti climatici; i governi devono adottare un’agenda più trasformativa per investimenti in infrastrutture a basse emissioni di carbonio e resilienti ai cambiamenti climatici; investire in infrastrutture a basse emissioni di carbonio e resistenti ai cambiamenti climatici è vitale per il futuro del pianeta e può anche stimolare la crescita economica, afferma Gabriela Ramos, capo dello staff dell’Ocse e sherpa al G20, si sta perdendo tempo, serve uno spostamento sistematico di migliaia di miliardi di dollari in investimenti verdi) e poi tematiche quali il ruolo del Fmi, il tema di una fiscalità piu’ equa a livello internazionale e la lotta all’evasione.

Tanti forse troppi dossier sul tavolo di questo G20, tanti, troppi, ostici e dall’esito incerto. Il rischio è che, come oramai ci ha abituati il G7, si risolva tutto con documenti approvati all’unanimità che nella sostanza sanciscono un ‘ancora nulla di fatto’. Ma il livello dell’incontro potrebbe sancire il superamento dell’utilità del G7.

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