domenica, Giugno 16

Frontex: grigiore oltre la nebbia

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Nel mese di dicembre è previsto l’inizio della partecipazione di Frontex, l’agenzia della guardia di frontiera e costiera europea, insieme alla missione Ue Sophia, alla formazione della guardia costiera libica. Lo ha annunciato il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. Si tratta di uno dei primi passi dall’avvenuta costituzione della guardia costiera europea. Tale missione avrà come obiettivo quello di migliorare la sicurezza nelle acque territoriali per le operazioni di ricerca e di soccorso. Ne abbiamo discusso approfonditamente con il prof.  Giuseppe Campesi, che insegna Sociologia dei fenomeni politici e Sociologia del diritto all’Università di Bari. Il suo profilo è particolarmente interessante perché prof. Campesi si è soffermato in numerose pubblicazioni sulle questioni relative alle migrazioni e in alcune ha trattato espressamente il tema dello sviluppo dell’Euromediterraneo e del rapporto tra Frontex e il fenomeno migratorio.

Come si colloca la notizia nel quadro delle politiche per la sicurezza del Mar Mediterraneo?

L’Italia, tecnicamente, opera nelle acque territoriali italiane, fino a ridosso della zona contigua, ai sensi del diritto italiano e della normativa italiana sull’immigrazione, sul controllo delle frontiere, e lì l’autorità responsabile è la Guardia di Finanza, che coordina le attività nelle acque territoriali e nella zona contigua, in collaborazione con Frontex. Nelle acque internazionali, quindi fino a ridosso delle acque territoriali libiche, opera la Marina Militare italiana, come nel caso di Mare Nostrum, che ha operato nelle acque internazionali, svolta tra il 2013 e il 2014, fino quasi alle acque libiche. Da un anno a questa parte, c’è la cosiddetta operazione Sophia, o EUNAVFOR MED, nell’ambito della politica estera di sicurezza comune dell’Unione europea, coordinata dalla Marina Militare italiana, che fino alla primavera 2016 ha operato in acque internazionali. La terza fase di questa operazione originariamente prevedeva un intervento in territorio libico, quindi in acque territoriali o addirittura sulla terraferma, ma non c’erano fino a quel momento le condizioni politiche per farlo. L’Unione europea aveva infatti cercato di ottenere una risoluzione delle Nazioni Unite per poter intervenire sul territorio libico, indipendentemente dal consenso dell’autorità nazionale interessata, ma non l’aveva ottenuta, per opposizione della Russia e della Cina. Quindi, fino a quando non c’è stato un governo riconosciuto a livello internazionale in Libia, quindi politiche per poter operare in quel territorio, sia l’Italia che l’Ue, per tramite di EUNAVFOR MED, non sono state nelle condizioni di operare in territorio libico. Queste condizioni in qualche modo si sono create dalla primavera 2016 e da quel momento in poi non solo è cominciata la terza fase dell’operazione Sophia, ma sono state rilanciate le cosiddette EU PAM (Parliamentary Assembly of the Mediterranean), le operazioni europee per la cooperazione e l’addestramento delle guardie costiere e della polizia di frontiera libica, sospese qualche anno prima, quando la situazione in Libia era andata deteriorandosi.

La missione Sophia ha il compito anche di portare a una stabilizzazione in Libia?

No, tecnicamente essa ha un compito specifico, di polizia internazionale, cioè di contrastare il traffico di esseri umani, individuando e perseguendo i trafficanti. La terza fase della missione, in particolare, prevedeva un intervento sul territorio libico, con l’idea di distruggere le imbarcazioni e possibilmente arrestare i sospetti trafficanti. È evidente allora che, in base al diritto internazionale, una missione di questo tipo, che interviene su un territorio di un paese terzo, debba avere una copertura giuridica per farlo, per questo si era cercata una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzasse ad operare in questa maniera, come avviene anche per il contrasto della pirateria. Eventualmente, si può arrivare ad addestrare le forze di sicurezza libiche, a controllare le frontiere a trecentosessanta gradi, quindi non solo con le attività di pattugliamento ma anche con quelle giudiziarie che seguono il pattugliamento, per esempio quelle successive all’individuazione dei trafficanti. La missione ha questo obiettivo, quindi assolutamente non è una missione di pace.

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